Adolf Hitler e Winston Churchill allo specchio

 

“La Germania dovrebbe essere bombardata regolarmente

ogni 50 anni anche senza motivo”.

Cit. Sir Winston Churchill

 

È ora di fare qualche paragone fra questi due personaggi storici: Adolf Hitler e Winston Churchill. Sarò brevissimo e spero di non dire delle cretinate, io che non sono uno storico doc.

L’arte e la politica, Adolf Hitler e Winston Churchill, ce le avevano nel sangue e più precisamente, il primo, Adolf Hitler, ce le aveva nel cuore; il secondo, Winston Churchill, ce le aveva nel cervello. Del primo si dice ch’era un mostro, col cuore aggiungo io; del secondo si dice ch’era un grande uomo, col cervello aggiungo io. Partiamo con quest’ultimo.

Sir Winston Churchill, grazie al suo cervello, se fosse stato per lui avrebbe mandato 400.000 soldati, per lo più inglesi, al macello sulla spiaggia di Dunkerque e forse la Seconda Guerra Mondiale avrebbe potuto finire lì; il Führer Adolf Hitler, grazie al suo cuore, non ha bombardato né dal cielo né dalla terra quei 400.000 mila soldati bloccati a Dunkerque; Sir Winston Churchill, grazie al suo cervello, nell’operazione Catapult 1940, prese a colpi di cannone le navi francesi, i suoi alleati, per paura che i tedeschi avessero potuto impadronirsi di esse e poi usarle contro di loro; il Führer Adolf Hitler, grazie al suo cuore, ha risparmiato Parigi e i suoi monumenti nonostante il comportamento negativo dei francesi contro i tedeschi, particolarmente nelle negoziazioni di Versailles alla fine della Prima Guerra Mondiale; Sir Winston Churchill, grazie al suo cervello, nel 1940 molti londinesi volevano la pace, lui la guerra e l’ha ottenuta; il Führer Adolf Hitler, grazie al suo cuore, ha ritardato il suo attacco di tre mesi alla Russia (e fu fatale per lui e la Germania dicono alcuni esperti, a causa del cambiamento di stagione) per andare in aiuto ai poveri soldati italiani finiti sotto il fuoco dei greci; Sir Winston Churchill, mentre la Guerra infuriava nel deserto de El Alamein, lui dipingeva tranquillamente e felicemente in un palazzo di Marrakech; il Führer Adolf Hitler, grazie al suo cuore, aveva iniziato a capire ad un certo momento della guerra che i suoi generali non gli obbedivano più; Sir Winston Churchill, grazie al suo cervello, alla fine della seconda guerra mondiale, quando la Germania era ormai solo un mucchio di detriti, ha fatto radere al suolo Dresda e altre città tedesche che respiravano ancora; il Führer Adolf Hitler, grazie al suo cuore, ha sposato la sua compagna, Eva Braun, negli ultimi giorni della sua vita e poi si è suicidato insieme alla moglie per non finire, sia lui che lei, né vivi né morti nelle mani del nemico.

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Fame (racconto) *

 

Permettetemi queste due parole:

Questo è un racconto che ogni italiano dovrebbe leggere.

Perché?

Perché fa parte delle sua realtà e qualunque essa sia.

 

Un improvviso lampo disegnò una lunga tridente luminosa in un cielo a sfondo scuro. Seguì un tuono e subito dopo iniziò a piovere e a tirare vento. Le ciminiere della fabbrica chimica di Monsanto, indisturbate dai fenomeni temporaleschi, continuavano a inquinare lo spazio circostante con il loro fumo denso e nero. Ogni tanto da quelle bocche alte e rotonde si sprigionavano lunghe lingue di fuoco. Il personale della Monsanto lavorava nei laboratori, negli uffici, nei magazzini. Fuori non si vedeva nessuno, soltanto dalla porta della caffetteria ogni tanto usciva o entrava qualche figura correndo. La pianta era dominata da grandi e piccole cisterne, da tubature che serpeggiavano ovunque, da alti recinti di ferro che chiudevano impianti idraulici, da piccole centrali elettriche, qua e là aiuole spelacchiate, poi strade vicoli passaggi coperti con tetti di poliestere colorati, un parcheggio pieno di automobili tutte allineate. Da un cumulo di terra fresca ammucchiata accanto alle fondamenta d’un lavoro in corso, rivoli d’acqua sporca si scioglievano e iniziavano a scendere zigzagando verso la terra piana.

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Io, Francis Sgambelluri, mi auto-dichiaro lo SCOPRITORE del vero inizio dell’Universo

 

Einstein pubblicava, nel 1905, i suoi famosi articoli sulla rivista scientifica ‘Annalen der Physik’ dove solo pochi scienziati e con fatica riuscivano a capirci qualcosa; io pubblico i miei articoli sul Web, su Facebook, su Twitter e chiunque, data la loro semplicità e realtà, può leggerli e capirli nel mondo intero”.

Molti scienziati

Partono sempre nei loro studi

Dall’universo esistente

Ma si sono mai chiesto

Cosa c’era prima di questo

Universo esistente?

L’universo non inizia col big bang

E allora?

Prima di arrivare al nulla del nulla, ovvero all’inizio dell’universo, ho fatto un lungo viaggio e, una volta arrivato a destinazione, mi sono reso conto di essere finito lì dove non esiste niente di niente. Il nulla del nulla regna ovunque. Davanti a me c’è solo l’infinito e sopra la mia testa l’universo che mi sono appena lasciato dietro. Una vista unica e poco accogliente mi circonda. Decido di fare un tuffo nell’immenso. Non ho il senso del tempo. Viaggio con la mente e quando si viaggia con la mente si può fare il giro del Grande Tutto in un batter d’occhio. La velocità della luce, e uno si appropria di quest’arte solo e solo se ha una conoscenza reale o immaginativa di essa, la velocità della luce, dunque, nei confronti di quella della mente, è molto meno veloce di quella d’una vecchia tartaruga. Tuttavia, ad un certo punto mi volto mentre sfreccio in picchiata e, meravigliato, noto che l’universo in cui avevo viaggiato, si era ridotto a una mastodontica palla. A questo punto pensavo di vedere altre mastodontiche palle, ma il nulla del nulla ora era in ogni punto intorno a me, solo uno spazio aperto a 360 gradi e la grande palla che diventava sempre più piccola e nient’altro. Andare oltre dal punto in cui mi trovavo non c’era più motivo. E poi per trovare cosa? Ritorno alla mia palla, al mio universo e riprendo il viaggio verso la Via Lattea, verso casa.

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Io invitato all’UNIVERSITÀ DI OXFORD ?

 

Scrive su Facebook dopo aver letto “Le basi cosmiche e la scoperta che Dio è = al Nulla del Nulla” e alcuni altri titoli dei miei libri che ho pubblicato, come “La Trilogia”, ovvero “Flash sull’uomo e sull’universo”, “Dal nulla del nulla all’immortalità virtuale”, e “Figlio degli elementi e del big bang, l’autobiografia cosmica di un essere umano”, più “I 4 pilastri che sorreggono l’universo e prima dell’aldilà e dopo il Big Bang”, editi da Contro Corrente (Print MnM Edizioni), più l’articolo che ho pubblicato sul mio blog: “Einstein, un pilastro della fisica moderna fatto di cartapesta o il mio discorso a Singapore”, ecc.

Ecco le parole di Priestly Williams dell’Università di Oxford:

“È troppo gravato dagli impegni? Noi siamo in grado di aiutarla. Abbiamo esperti altamente qualificati ed in ogni campo. La nostra tariffa è tascabile. Offriamo sconti ai nostri clienti con molti ordini. Ci scriva nel caso avesse bisogno di noi. Grazie.”

La mia risposta a Priestly Williams:

Molte grazie, signor Priestly Williams. Sono molto lusingato e onorato dal suo invito di venire a parlare del mio lavoro nella prestigiosa Università di Oxford. Nessuna università italiana mi ha mai invitato né preso in considerazione i miei scritti.

Ancora tante grazie e saluti.

 

Francis Sgambelluri

Non si nasce atei, si nasce credenti

 

 

Sono arrivato anche a pensare che la religione, oltre ad essere un vuoto totale, sia anche una malattia incurabile: non si nasce uomo o donna, si diventa uomo o donna, ma si nasce religioso, quindi, consciamente o inconsciamente, nasciamo tutti con il terrore della morte. È il terrore della morte che fa credere alle persone, alla maggior parte delle persone, e più si crede, più si è terrorizzati.

Il filosofo tedesco, Immanuel Kant, 1724-1804, il più grande filosofo del mondo, si esprimi così: “Prima, dice lui, viene l’uomo e poi l’uomo s’inventa Dio”. È l’uomo, sostiene Kant, è l’uomo che parla di Dio, è l’uomo che descrive Dio, è l’uomo che gli ha dato tutti gli attributi e tutti i nomi che conosciamo, quindi non è Dio che parla dell’uomo, ma è l’uomo che parla di Dio. Tutto quello che è stato scritto e detto su questo Personaggio, è stato detto, scritto e inventato dall’uomo. Dio è una sua invenzione, una sua creazione, una sua immagine, in breve, una fiction e nulla più.

Nella sua“Critica della ragion pura”, il suo libro più interessante, il filosofo di Konigsberg scrive: “Ora io sostengo che tutti i tentativi di un uso meramente speculativo della ragione in relazione alla teologia sono radicalmente infecondi, e, per la loro stessa natura intima, VUOTI e VANI (il maiuscolo è mio); e sostengo inoltre che i principi dell’uso naturale non conducono in alcun modo a una teologia; con la conseguenza che, se non si assumono a fondamento e a guida le leggi morali, non è in alcun modo possibile che sorga una teologia della ragione. Tutti i principi sintetici della ragione pura sono di uso immanente, mentre la conoscenza di un essere supremo esige invece un uso trascendente di essi, uso a cui il nostro intelletto non è per nulla predisposto,” p. 470.

Dopo Kant, nessun altro filosofo o scienziato che si rispetti, ha osato contraddire la sua tesi. Anzi, sia la scienza che si rispetta che la filosofia, l’hanno sostenuta e fortificata al punto che oggi qualsiasi scolaretto sa come stanno le cose.

 

Perché non vanno quelli che creano la guerra a fare la guerra?

 

Perché non vanno Putin, Zelensky, Biden, Macron, Draghi, Boris Johnson, Ursula von der Leyen, ecc., a fare la guerra con dei fucili in mano? Perché deve andare sempre il solito cretino, quello che quando non fa la guerra lavora fino allo sfinimento come uno schiavo e solo per quattro soldi? Perché, da quando il mondo è mondo, è sempre il popolo e i figli del popolo che vanno a farsi macellare al posto dei veri autori di questo sterminio umano? Perché lo si manda a morire combattendo per gli onori e la ricchezza di quelli che si tengono alla larga del conflitto? Dove sta scritto che dev’essere sempre il popolo a fare la guerra per i ricchi? Dove sta scritto, per favore? È Dio che ha deciso questo o è l’uomo che l’ha fatto per il suo tornaconto?

Soldati Ucraini, figli del Popolo; soldati Russi, figli del Popolo, fratelli e sorelle, girati i vostri fucili e non mancate il vostro vero bersaglio.

Viva la vera e unica Rivoluzione!

Le fondamenta cosmiche e la scoperta che Dio è = al Nulla del Nulla

 

“Einstein pubblicava, nel 1905, i suoi famosi articoli sulla rivista scientifica ‘Annalen der Physik’ dove solo pochi scienziati e con fatica riuscivano a capirci qualcosa; io pubblico i miei articoli sul Web, su Facebook, su Twitter e chiunque, data la loro semplicità e realtà, può leggerli e capirli nel mondo intero”.

 

 

Non capisco, veramente non capisco come mai non ci sono arrivato prima. Eppure era facile da intuire. Dio rappresenta il Nulla del Nulla che non conosciamo e che, in realtà, non c’è nulla da conoscere. È qualcosa che potrebbe essere grande come la capocchia d’uno spillo oppure come tutto lo spazio. In tutta la sua vastità o microscopica natura, non c’è un solo miliardesimo di miliardesimo di spazio diverso da tutto il resto. È tutto uguale e tutto puro spazio vuoto. Questo è lo spazio primordiale e anche la dimora del Nulla del Nulla.

Mi ci sono voluti 80 anni per capirlo! Dio = al Nulla del Nulla, con questa differenza, però. Non  è da escludere, anzi dobbiamo immaginarci che la prima particella sia apparsa casualmente dal Nulla del Nulla, e cioè da un vuoto infinito. Possiamo anche immaginare che questa particella primordiale si sia, lungo miliardi e miliardi di anni di evoluzione, raddoppiata così tante volte da creare una massa abbastanza grande da fare esplodere il big bang e, quindi, creare l’universo che conosciamo oggi. Questa intuizione, se fosse vera, porterebbe il nostro big bang, dalla sua posizione attuale, al vero inizio dell’universo, e cioè a miliardi e miliardi di anni prima.

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Una Rivoluzione con la R maiuscola

 

Oggi, e dobbiamo ammetterlo, anche se i gestori e i padroni di questi mezzi di comunicazioni a livello mondiali, potrebbero risultare di essere dalla parte sociale sbagliata, ma in realtà, lo sono? Infatti, grazie a questi mezzi di comunicazione – Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Web, Wikipedia, ecc. -, grazie a essi, il Popolo del mondo intero, quello a cui l’educazione non è sempre a portata di mano, sta prendendo coscienza per come realmente è fatta fisicamente e politicamente questa roccia che gira e rigira intorno al Sole. La loro, e mi riferisco ai gestori e i padroni di questi mezzi di comunicazione, conscia o inconscia, è una rivoluzione senza spargimento di sangue. E non solo. È anche istruttiva, educativa, culturale, umana, mai avuta prima una Rivoluzione di questo genere. Una tale Rivoluzione (con la R maiuscola) a livello planetario, potrebbe portare cambiamenti sociali che noi non ci rendiamo ancora neppure conto.

 

Ho insegnato in diversi Paesi e nelle mie classi c’erano a volte 20 studenti e a volte di più e altre di meno, però oggi quando pubblico un articolo su Facebook, Twitter, ecc., potrebbe essere visto e letto da migliaia di persone. Un bella differenza, no? Grazie a tutti quelli che li meritano!

 

Il mio realismo: viviamo nel peggiore dei mondi possibili

 

Questa è la mia tesi, la tesi sostenuta dai miei 80 anni dedicati a capire l’uomo e l’universo. Per me, infatti, l’universo in cui viviamo, partendo dalla sua più piccola particella apparsa per caso fino alla sua più grande massa galattica, è d’una irrazionalità unica e insorpassabile. Nessun dio, scienziato, filosofo, metafisico, astronomo, uomo avrebbe mai e poi mai potuto, nonostante tutto il suo talento, scienza e creatività, mai e poi mai avrebbe potuto creare un mondo più infernale, più privo di senso e più diabolicamente indifferente del nostro: una mostruosità unica e insorpassabile.

Non lasciamoci, per favore, non lasciamoci influenzare dal fiorellino profumato, dal bel panorama, dal primo amore, perché questi abbagli un giorno, se ci svegliassimo dal nostro sonno naturale, scopriremmo allora che essi non erano altro che il preludio d’un incubo a venire.

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L’amore è un prodotto tutto al femminile ovvero l’innato e il costruito *

 

Fra le specie animali, il maschio si accoppia con la femmina e poi sparisce, con qualche eccezione in negativo e in positivo. Per esempio, quando un maschio leone uccide i piccoli della femmina per accoppiarsi con essa; oppure quando un’aquila maschio aiuta un’aquila femmina ad allevare gli aquilotti. La femmina genera i suoi piccoli dopo l’accoppiamento, li porta nel suo seno, li nutre, li protegge a costo della propria vita e fa questo in modo naturale, per istinto, per un quid innato.

Il maschio, nella specie umana, trasforma il suo desiderio sessuale in protezione per i figli; la donna trasforma il suo attaccamento in amore. L’amore dell’uomo è una costruzione, quello della donna viene dal suo essere, dal suo cuore, dal suo cervello: è un amore innato. Un uomo può innamorarsi di molte donne, volere possederne tante e nonostante ciò sentirsi solo e vuoto. La  donna, dato la sua natura innata e creativa, il suo istinto protettivo e il quid in lei che si trasforma in amore per i figli, potrebbero renderla soddisfatta con un solo uomo/compagno e sentirsi ugualmente contenta, gioiosa e realizzata.

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La contro rivoluzione italiana del 1796 -1799 *

 

I Francesi fanno la Rivoluzione tagliando la testa ai loro sovrani;

gli Italiani fanno la Contro-rivoluzione dando più ricchezza e più potere ai loro sovrani;

i rivoluzionari Francesi giustiziano i preti ritenendoli colpevoli per una buona parte di tutto quello che sta succedendo nel loro paese;

i contro-rivoluzionari Italiani, invece, s’inginocchiano davanti ai preti chiedendo loro il perdono per quello che hanno fatto.

Ho letto qui e lì su Facebookle sollevazioni contro-rivoluzionarie e antinapoleoniche in Italia 1796 -1815”. Ecco alcuni brani.

“La rivoluzione è avversata dagli italiani, perché percepita nella sua essenza reale: straniera nella lingua e nei modi, ma soprattutto straniera al costume, alle credenze e ai legittimi interessi di un popolo…

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L’Universo trasparente

 

 

Una consapevolezza cosmica

dà una sana e piena idea

per com’è fatto l’universo concretamente

e non per come noi desideriamo che sia.

 

Vorrei regalare con questo post, tutto l’universo agli amici di Facebook, di Twitter e del Web. Pensate che io stia scherzando o che sia un folle dicendovi questo? Affatto! Non scherzo. Mai prima sono stato così serio. Leggete prima l’articolo e poi decidete voi se sono pazzo io o, forse, un po’ sciocchini voi!

Iniziamo:

Questo post, dunque, dovrebbe far rumori, non rumori di note musicali, di numeri, di equazioni, niente di tutta questa roba, ma rumori veri, rumori di specie, di pianeta, di sistema solare, di galassie e, infine, rumori cosmici, rumori mai sentiti prima e tanto meno si sentiranno dopo, sono rumori unici e il loro rumoreggiare è eterno.

Il nostro universo, ed era ora!, è diventato trasparente, tutto chiaro, non ci sono più misteri, enigmi, uno specchio unico e universale. Infatti, una volta che sappiamo che il nostro universo ha uno sfondo metafisico (il nulla del nulla), che ha un inizio e una fine, che dalla sua prima particella all’ultima di cui è composto, è il risultato d’un cieco caso che, culturalmente e scientificamente parlando, la sua irrazionalità è diabolica. Insomma, una volta che ci siamo fatti una fotografia realistica dell’universo, allora possiamo dire di aver capito chi siamo e il mondo in cui viviamo.

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Il testamento esistenziale di Frank Ferreri

 

“Verrà la morte

E avrà i tuoi occhi”, dice Pavese

Non i miei, dico io

Perché li avrò io prima di lei

 

Intanto vorrei dire che, nonostante tutte le avversità che ho dovuto affrontare nella vita, ho realizzato ciò che desideravo realizzare: capire i miei simili, l’universo e il mondo in cui sono nato e vissuto. A modo mio li ho capiti, e per me non c’era che questo.

Certo, avrei potuto commettere il suicidio senza dire una parola, come fa la maggior parte dei suicidi. Io, invece, faccio l’opposto, scrivo le ragioni che mi hanno portato a quest’atto e dico che per me il suicidio è stato una delle cose più convenienti della mia vita: potevo sbarazzarmi di essa quando e come volevo.

La mia morte, dunque. In realtà questa l’avevo già decisa verso la fine degli anni Sessanta, a Parigi. Poi non è avvenuta. Poi, il poi di allora, è diventato il poi di oggi e tra questi due “poi” sono trascorsi più di 50 anni. Ragionavo così in quei tempi e ragiono ancora così:

Nascere da un nulla e poi ritornare in un altro nulla senza un “ma” e senza un “perché”, non è divertente per una testa che riflette, e questo da qualsiasi punto di vista lo si veda.

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L’Italia analfabeta *

 

 

Oggi, Rossi, disse Orazio Guglielmini a Rossi, oggi ti parlerò dell’ Io, il vero Io, l’ Io fondatore del popolo del Paese delle meraviglie. Nasce con Roma, ma ufficialmente nasce con la caduta dell’Impero, vale a dire con la deposizione dell’ultimo imperatore romano d’Occidente, Romolo Augustolo, da parte del barbaro Odoacre, nel 476. Fin dal suo inizio, l’ “Io” italico è stato nutrito con le idee fiction dell’Indifferenza divina (titolo del primo libro di Orazio Guglielmini) e con le idee di governanti che, prima di scoreggiare, dovevano chiedere al monarca del Vaticano il permesso. Questo “Io”, quindi, si erge sull’irrazionale e sulla servilità.

“Essendo sempre stati il corpo della Chiesa, gli italiani sono stati sempre il corpo di un sistema irrazionale, perché qualsiasi religione è irrazionale. Per reazione all’irrazionale, gli italiani si dividono quasi sempre – irrazionalmente – in due o più fazioni preconcette … Per gli italiani, perciò, è quasi impossibile un ragionamento obiettivo, non falsificante, perché la cultura opera a livello epigenetico, ovvero si eredita”, l’antropologa Ida Magli, “Per una rivoluzione italiana”, p. 50.

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Che cosa sono realmente le università?

 

In due parole: fabbriche della mente. Vediamole un po’ più da vicino. Intanto, quando io scrivo dicendo che le università sono fabbriche della mente, che poi siano fabbriche dello Stato, della Chiesa, del Capitalismo, delle Accademie Militari, della scienza in generale, ecc., questo non cambia la loro servile funzione verso quelli a cui appartengono. Inoltre, io non dico questo perché voglio offenderle e tanto meno insultare gli universitari, i laureati o perché sono invidioso dato che non sono un laureato doc. Affatto. Questo pensiero non mi è mai neppure passato per la testa, tanto più che non vedo in giro laureati e non laureati, io vedo solo esseri umani. Quando scrivo che le università sono fabbriche della mente al servizio dei potenti, lo scrivo perché in realtà è così. Nessuno nasce con una laurea o con una specializzazione. Chiunque ha un cervello, questo lo sa, lo capisce. Non lo dice perché certe cose non si dicono, ma la realtà è questa, una realtà un po’ scomoda secondo certi costumi, ma noi abbiamo abbastanza di falsità e nonsenso in questo mondo discriminatorio e sicuramente non intendiamo renderlo ancora più invivibile.

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Chi è il più grande criminale sulla Terra?

 

È ora di scoprirlo. Perciò, con questo post non scherziamo. Neppure con gli altri l’abbiamo fatto, ma soprattutto con questo. Non è l’argomento adatto. Siamo seri, allora, seri fino in fondo. Ragioniamo. Solo la ragione è la nostra salvezza. Nessuna parola dev’essere inutile o fuori posto. Prendiamo come guida gli elementi, la natura, la scienza, la filosofia, la realtà, la verità, la storia, l’essenza del respiro vitale che è l’anima della materia e dell’universo in cui viviamo. Senza di questa essenza vitale noi non esisteremmo, tanto meno le altre specie, gli altri pianeti, incluso il nostro e il sistema solare.

Riprendiamo la domanda iniziale: chi è il più grande killer di vite umane sulla Terra? Per rispondere a questa domanda con autorità conoscitiva, scientifica, matematica, filosofica, umana, prima dobbiamo chiederci: a chi s’indirizza questa domanda? Questa domanda s’indirizza all’Istituzione della Chiesa e al Santo Padre, il Papa, il capo del Vaticano. Ora entriamo nel vivo di questo argomento con la prossima domanda. Tutti quei credenti cristiani che morirono e continuano a morire ancora oggi con questo credo, il credo cristiano, il credo in Dio, ora, se si dimostrasse che Dio non esistesse, c’è o non c’è un responsabile per la loro morte? È o non è colpevole chi induce con autorità la gente a morire con idee e credenze false?

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Che cosa sono realmente le università?

 

In due parole: fabbriche della mente e dello Stato. Vediamole un po’ più da vicino. Intanto, quando io scrivo dicendo che le università sono fabbriche della mente, che poi siano fabbriche dello Stato, della Chiesa, del Capitalismo, delle Accademie Militari, della scienza in generale, ecc., questo non cambia la loro servile funzione. Inoltre, io non dico questo perché voglio offenderle e tanto meno insultare gli universitari, i laureati o perché sono invidioso dato che non sono un laureato doc. Affatto. Questo pensiero non mi è mai neppure passato per la testa, tanto più che non vedo in giro laureati e non laureati, io vedo solo esseri umani. Quando scrivo che le università sono fabbriche della mente al servizio dei potenti, lo scrivo perché in realtà è così. Nessuno nasce con una laurea o con una specializzazione. Chiunque ha un cervello, questo lo sa, lo capisce. Non lo dice perché certe cose non si dicono, ma la realtà è questa, una realtà un po’ scomoda secondo certi costumi, ma noi ne abbiamo abbastanza di falsità e nonsenso in questo mondo discriminatorio e assurdo e sicuramente non intendiamo renderlo ancora più invivibile.

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Linda Lindberg (racconto) *

 

A volte preferirei farmi sbattere da cani idrofobi piuttosto che da questi maledetti omuncoli col fallo. Malgrado ciò, e questo è detestabile, di loro non posso farne a meno: li uso, mi usano, ci usiamo a vicenda. Ecco i miei rapporti con gli omuncoli.

Non so perché, e vorrei scoprirlo, molte donne, se non tutte, invece di essere solidali con me e contro l’arroganza degli omuncoli, mi odiano e mi evitano come se fossi infetta. La cosa, dopotutto, è reciproca: anch’io le odio. Ho sempre odiato le mie più dirette competitrici. La natura non regala niente, io neppure.

Mio padre è morto da tempo, mia madre è viva. Non l’ho mai amata. È autoritaria, bigotta, insopportabile. La odio. Ho una sorella, Hilda, è nella mia stessa stomachevole situazione.

Sono sola, sola al mondo, e non so se devo compiangermi oppure rallegrarmi. Detesto la solitudine, il disagio dei sentimenti non appagati, le lunghe fredde notti d’inverno. Non ho buoni rapporti con me stessa. Odio guardarmi allo specchio. La carne e lo spirito non sono mai andati d’accordo. La prima mi chiede una cosa, il secondo un’altra e viceversa, una battaglia costante.

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Amare col cervello e amare col cuore

 

Ci sono milioni e milioni di modi di amare, direi tanti quanti ci sono persone sulla Terra. Tanto per dare qualche esempio di alcuni di quelli più conosciuti. C’è un amore interessato, un amore platonico, un amore ragionato, un amore animalesco, un amore sentimentale, e poi uno per la montagna, uno per il mare, uno per gli animali, uno per il denaro, ecc. Io, quando si tratta di amore, so amare solo col cuore, e quando si ama col cuore si può anche soffrire molto, perché il cuore non ragiona, il cuore, diceva Pascal, ha le sue ragioni che la ragione non può avere. Il cuore risponde, infatti, a un istinto di natura dominato dalla procreazione cieca o avveduta. Questo tipo di amore istintuale è pronto a tutto, anche a uccidere per l’oggetto desiderato.

L’amore, in un modo o in un altro, costa, altrimenti non è amore. Soffrire poi, quando le cose non vanno bene con l’anima gemella, è normalissimo, e questo a torto o a ragione. Chi ama col cuore, spesso lascia il cervello a casa o finge di non vedere quando vede o di non sapere quando sa. Non scegliamo noi di amare col cuore, questo sentimento proviene da qualcosa che ci trascende. L’amore a prima vista potrebbe fare da esempio. Quando decidiamo noi di amare, in realtà questo non è vero amore, anche se a noi piace definirlo così.

Forse l’amore ideale, umanamente parlando, potrebbe essere quello in cui cuore e cervello collaborassero in tutto e per tutto su questo fenomeno amoroso, ma questo, poi, potremmo qualificarlo come  un vero amore? Insomma, l’abbiamo capito, l’amore non si compra, ma costa ugualmente tanto, anzi tantissimo, altrimenti non è amore, è prostituzione.

 

Detto questo, se l’articolo che avete appena letto l’avete trovato interessante, passate parola, inviatelo a chi volete, anche a riviste e giornali, ovviamente lasciando il mio nome e il mio copyright, grazie!

L’Universo per com’è in 12 immagini

 

 

Einstein pubblicava, nel 1905, i suoi famosi articoli sulla rivista scientifica “Annalen der Physik” dove solo pochi scienziati e con fatica riuscivano a capirci qualcosa; io pubblico i miei articoli sul Web, su Facebook, su Twitter e chiunque, data la loro semplicità e realtà, può leggerli e capirli nel mondo intero.

L’unica immortalità tollerabile è quella virtuale, quella che conosce l’universo di oggi, di domani, di sempre e in eterno, ed è proprio quella che vi propongo io, amici del Web, in questo post.

In queste 12 immagini sull’universo, partendo dalla specie homo e finendo con l’immortalità virtuale, ognuno di noi dovrebbe trovare se stesso e il senso della propria vita. Partirei dicendo che la meccanica quantistica e la relatività generale* rappresentano il micro e il macro. In altre parole, la prima appartiene al micro-mondo, la seconda al macro-mondo; la prima nasce dal nulla del nulla, la seconda è apparsa coi fenomeni (e cioè la forza di attrazione relativa alla grandezza dei fenomeni in questione); la prima ci impone un interrogativo metafisico, la seconda uno fisico; la prima ha a che fare col caso, la seconda con la fine: big crunch o big chill; la seconda senza la prima non esisterebbe, la prima senza il nulla del nulla neppure. Tutto questo è logico come 2+2=4, e questo ci aiuta a sfiorare con le mani le vere origini del nostro universo, ma non ci aiuta ad avere un senso, questo no o forse sì? Vediamo.

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L’Universo e La Vita

 

Einstein pubblicava, nel 1905, i suoi famosi articoli sulla rivista scientifica “Annalen der Physik” dove solo pochi scienziati e con fatica riuscivano a capirci qualcosa; io pubblico i miei articoli sul Web, su Facebook, su Twitter e chiunque, data la loro realtà e semplicità scientifica, può leggerli e capirli nel mondo intero.

 

In quello che segue in questo articolo, cercherò di abbozzare la vera base dell’universo e della vita. Non fraintendetemi. Non sono un folle e tanto meno uno che va alla ricerca  di riconoscimenti deliranti, sono uno che cerca il cuore e l’anima della realtà che ci ha messo al mondo ed è questa che tenterò di illustrare nelle sette principali definizioni sull’origine e sull’evoluzione dell’Universo.

 

Partiamo con la prima definizione. All’inizio c’era solo “il nulla del nulla”. Oltre al nulla del nulla non c’era altro. In quel tempo solo esso esisteva. Il nulla del nulla lo si può vedere grande quanto la punta d’uno spillo o immenso tanto quanto uno riesce a immaginarlo. In esso però non c’era niente, neppure la punta d’un ago. Noi chiamiamo questo vuoto cosmico il nulla del nulla, la prima base dell’universo.

La seconda definizione. È dal nulla del nulla che si è generata spontaneamente “la prima particella”, quella che poi, dopo miliardi e miliardi di anni, ha dato vita all’universo che conosciamo oggi. È questa la sua origine e la sua nascita, e cioè la seconda base dell’universo. Certo, potremmo scrivere un’intera enciclopedia riguardo a questo inizio, ma non progrediremmo d’una sola virgola per quello che concerne questo momento fisico iniziale.

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Quella che ha sempre l’ultima parola

 

 

Cosa dire? Cosa pensare? Come capire questo sentimento sordo tenero doloroso che crea in noi una persona cara appena mancata? La guardi, la guardi e ancora la guardi. Allunghi una mano. La tocchi. È ancora calda? No, è già fredda. Le parli. Non risponde. Tiene la bocca aperta. Riflette. Ti chiedi: cosa sta succedendo nella mia testa, cervello, cuore, anima? D’un momento all’altro non li riconosco più. Sono alla loro mercé. Non so come gestire il feeling che mi ha legato a questa persona per tanti anni e adesso non c’è più. Mi si mozza il fiato, mi viene da piangere, ma non piango. Noi vivi? Cosa vuol dire? Noi morti? Cos’altro vuol dire? La vita che cos’è? Una corsa a ostacoli. Lei, Liliana, è arrivata all’ultimo e l’ultimo ostacolo è sempre letale. E cosa lega la morte alla vita e la vita alla morte? Dì al cervello di pensare ad altro. Non ho questo potere. Accarezzi il viso della morta, quel viso che hai visto tantissime volte ridere, parlare, mangiare, bere, quegli occhi, quel naso, quel mento, la fronte, le guance, i capelli, le nostre conversazioni, la sua paura. Solo così si è liberata di quest’ultima! Tocchi e ritocchi il suo viso, lo accarezzi con infinita dolcezza come se fosse quello di tua madre. Guardi anche il corpo. Non si muoverà mai più. Senti che stai per scoppiare a piangere. Fai uno sforzo. Ti trattieni. Il fenomeno che si è attaccato alla tua mente ti trascende, va oltre le tue abilità intellettive. Ma insomma cosa siamo!? Un punto interrogativo attraversato da tanti pensieri e malanni e poi più niente. Liliana, Liliana Sereno, la nostra cara carissima Liliana, ci ha lasciati, non la rivedremo mai più, ma resterà nei nostri cuori.

 

Ma io, Francis Sgambelluri, chi sono in realtà?

 

Einstein pubblicava, nel 1905, i suoi famosi articoli sulla rivista scientifica “Annalen der Physik” dove solo pochi scienziati e con fatica riuscivano a capirci qualcosa; io pubblico i miei articoli sul Web, su Facebook, su Twitter e chiunque, data la loro realtà e semplicità scientifica, può leggerli e capirli nel mondo intero.

 

Vi ho parlato in questi giorni della mia autobiografia culturale; ora vorrei parlarvi della mia vita dandovi un’autodefinizione della sua concretezza ed evoluzione fisica.

Tanto per cominciare, io sono una specie animale che rappresenta il mondo inanimato e il mondo animato in miniatura.

Che cos’è “il mondo” per lei?, mi si chiede.

Rispondo.

È un insieme di atomi raggruppati in un piccolo spazio dell’universo che compongono i fenomeni inanimati e animati che lo abitano e durano quel che durano e poi spariscono.

Da dove vengono questi atomi?

Dal nulla del nulla.

E che cos’è “il nulla del nulla”?

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La mia vita, parte dodicesima e ultima

 

Il crepuscolo *

 

A causa dello studio, e per molti anni, ho sacrificato la mia vita sentimentale, affettiva, familiare, generazionale: nonostante vivessi nel mio tempo, ero fuori dal tempo. Lo sport, la musica, il teatro, i cantautori, il ballo, lo sci, la moda dei giovani, le vacanze e altre cose non le ho conosciute né sperimentate come avrei dovuto  e poi, quasi quasi, non mi rendevo neppure conto che esistessero. Non ho preso nemmeno parte alle ribellioni studentesche del Sessantotto, nonostante fossi uno studente, nonostante mi trovassi a Parigi. Li guardavo sfilare in rue de Rivoli e place de la Concorde mentre io ero appollaiato su un muro con un libro in mano. Non mi sentivo uno di loro, non mi sentivo come loro, sentivo che fra me e loro c’era un abisso. E in ogni modo, se volevo recuperare gli anni vissuti nell’incultura più nera, non avevo scelta. Lo studio, dunque, a qualsiasi rinuncia, prezzo e privazione.

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La mia vita, parte undicesima

 

La nuova vita

 

Ed era nuova in tutti i sensi. Questo non vuol dire che avevo fatto tabula rasa della mia vita passata. Tutt’altro. Questa era diventata lo zoccolo, il pilastro portante, la parte più solida e più vitale di me. Era il nutrimento e l’ispirazione da dove traevo il mio insegnamento e comportamento quotidiano.

Da quando avevo incominciato a lavorare come guida turistica alla Paris Vision, la mia vita era cambiata radicalmente, era passata da essere uno straccio umano calpestato da tutti, a un uomo di idee. Queste le avevo sempre avute, ma poi era diverso. Avevo anche dei principi. Volevo vivere la mia vita sotto il segno della natura, della ragione e di quell’“umanità” degna di questo nome. Questo trittico mentale non era composto di un’opera pittorica divisa in tre parti, ma d’un comportamento giusto, umano e razionale: mi aiutava a trarre il massimo della mia esistenza.

L’insegnamento poi era uno svago. E non solo. Imparavo più io dai miei studenti che loro da me. Insegnando s’impara e s’impara molto. La mia nuova esistenza, infatti, non era più un lavoro, non per come io avevo lavorato nei primi trent’anni della mia vita, era una vacanza. I lavori che facevo – interprete, traduttore, insegnante, scrittore –, non erano lavori per me, erano un divertimento, un passatempo, un piacevole esercizio della mente, un continuo arricchirmi di cultura e di vita interessante e bella. Insomma, una vacanza, una vacanza che dura ancora oggi.

La mia vita, parte decima

 

Il probo

 

Mi è capitato, e più d’una volta, di rifiutare la così detta “fortuna”, ovvero una certa agiatezza economica. Tre esempi, ma ce ne sarebbero altri. Il primo è stato con Paris vision. Il proprietario, monsieur Georges (non ho mai conosciuto il suo cognome, a meno che non fosse stato questo, lo chiamavano tutti così, monsieur Georges), voleva che facessi carriera nell’azienda. Sarei potuto diventare, con un po’ di buona volontà e le lingue che conoscevo, un ottimo organizzatore per i clienti esteri della Paris Vision e guadagnare dei bei quattrini. Per conto mio guadagnavo già un fracco di soldi tra la paga che prendevo e le mance dei turisti che portavo in giro per Parigi e dai padroni di ristoranti e di locali notturni. Ero passato dall’essere un perpetuo squattrinato e morto di fame, a un signore con un conto in banca! Ho rifiutato l’offerta di monsieur Georges.

Il secondo è stato in Australia e più precisamente alla European School of Languages. I genitori di Rebecca G., un’incantevole e gioviale ragazza (la cui madre, la signora G., per conoscermi, aveva seguito per due anni un mio corso di francese, anche se, il francese, lei, lo conosceva meglio di me!), mi volevano far sposare con la loro unica figlia, offrendomi, se avessi accettato, una villa e una considerevole somma di denaro. Rebecca, che insegnava inglese nella mia scuola, non per bisogno, era innamoratissima di me, ma io, purtroppo, non ero innamorato di lei. Ho rifiutato.

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La mia vita, parte nona

 

L’irrisione

 

Riguardo ai miei feelings – il cuore, l’amore, il sesso, il piacere, l’affetto, insomma la mia vita sentimentale – , fino all’età di quarantacinque anni, sono stati un’esperienza amara, fustigante e dolorosa, particolarmente a partire dal mio primo innamoramento a Torino. Fisicamente parlando, la natura mi ha dato quello che il mio paese natale non ha saputo darmi culturalmente. Questo fatto è stato causa di tanti dispiaceri e frustrazioni. Il mio io, quello della mia infanzia e adolescenza, per com’era stato strutturato mentalmente e psicologicamente, mi ha portato non alla gioia di vivere, ma ad una intossicazione dopo l’altra, per non dire a una continua sofferenza fisica e infelicità.

Le donne, dunque. Non avevo difficoltà con loro, tutt’altro. Il più delle volte erano loro a cercarmi e a innamorarsi di me. Qual era allora il problema? Non un problema di impotenza, di omosessualità o altro. Il problema era che io, nei loro confronti, ero, a dir poco, un bruto, uno cui mancava tutto: finezza, scioltezza mentale, savoir faire, buongusto, grazia, raffinatezza, garbo, stile, conoscenza, tutto. Non avevo praticamente niente. Ero solo un barbaro, a barbaric lover.

Erano, la maggior parte delle donne con cui sono venuto in contatto, anni luce più civili, educate, istruite e signorili di me. Questo fatto mi creava complessi e disagi a non finire. Non mi sentivo a loro livello culturale. Come dire, mi sentivo un ladro, un impostore, uno spregiatore dei loro corpi, delle loro menti, corpi e menti che io non meritavo, non ne ero degno. Come conseguenza, uscivo da uno sfacelo melodrammatico per trovarmi subito dopo impigliato in un altro.

La colpa di tutto questo, se di colpa si vuol parlare, non era né loro, né mia. Le cose stavano così. Detto tutto in una volta: devo molto al gentil sesso, io!

 

La mia vita, parte ottava

 

Io scrittore?

 

Ad ognuno le sue esperienze borderline. Una di queste l’ho vissuta a Parigi qualche anno prima di lavorare come guida turistica alla Paris vision. Non so cosa mi fosse successo di preciso, so solo che, grazie alla mia mente, che da alcuni anni ormai si andava nutrendo di materia letteraria e filosofica, grazie anche agli autori che stavo leggendo avidamente in quel periodo – Camus, Beckett, Marx, Sartre, Marcuse, Cioran – , qualcosa si era inceppato nel processo e nella digestione di questo cibo mentale. Può darsi che fosse troppo ricco e nutriente per il mio impreparato corpo e cervello. Come risultato, la mia esistenza era dominata, non dall’illuminazione filosofica, ma da un mal de vivre totale.

La prima cosa che è esplosa nella mia testa è stata l’idea della morte. La mia non era una vita di agi e piaceri, tutt’altro, ma l’idea di dover morire mi terrorizzava lo stesso. Il solo pensiero mi dava i brividi. Non l’accettavo, non accettavo questa condanna priva d’un giudice e d’un tribunale. Non c’era senso. Io e-ro-inno-ce-nte! Non avevo ammazzato nessuno! Non avevo neppure chiesto di venire al mondo. Allora? E poi a che scopo fare tanti sacrifici per migliorarmi quand’ero condannato a morire? E perché? C’era uno scopo, una ragione, qualche tipo di giustificazione? Perché quest’uccisione senza un motivo, senza un processo e a sangue freddo? Una fissazione unica, la mia! Ma era così! Non potevo farci niente e non potevo farci niente perché non c’erano parole, non c’era niente che giustificava la mia morte e io non sapevo come sfuggire a questo cieco destino, a questa tragica e dura realtà. No, non trovavo risposta (quella degli altri non mi consolava), nuotavo in una muta violenta ribellione dominata dall’impotenza.

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La mia vita, parte settima

 

Lo studente giramondo

 

 

Ritornato nel vecchio Continente, grazie ai guadagni fatti con la European School of Languages, grazie all’amore e alla passione che continuavo a nutrire per la conoscenza in generale e per l’arte, le lingue e la filosofia in particolare, ho potuto dedicarmi per alcuni anni unicamente allo studio, seguendo, a mio modo e piacere, conferenze, convegni, seminari e corsi di lingua e cultura in diverse scuole e università.

In Danimarca, oltre a studiare il danese e tentare di leggere in originale Kierkegaard, ho insegnato anche lingue alla H.O.F. (Hovedstadens Oplysnings Forbund) Undervisning di Copenhagen.

Ero affascinato dai vichinghi. Quando nevicava, arrivavano in classe con gli abiti coperti di neve e prendevano posto in silenzio e con grazia, senza far rumore. Il loro modo di fare mi sconvolgeva, e mi sconvolgeva perché non riuscivo a far collimare questa loro attuale raffinatezza coi vichinghi bruti e ammazza tutti che spesso ci fanno vedere nei film. Erano molto attenti e cercavano di non perdersi una lezione. Parlavano diverse lingue e non rifiutavano mai, se si presentava l’occasione, di farsi una bella risata. I Danesi: gente unica e straordinaria!

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La mia vita, parte sesta

 

Il sogno

 

A Melbourne, all’inizio degli anni Settanta, ho cominciato a dare lezioni di francese e d’italiano a piccoli gruppi di studenti delle scuole private – International School of languages, Holmes language school, Berlitz language school. Non avevo, come avrei voluto avere, una conoscenza solida e profonda di queste lingue, comunque, quella che avevo bastava per quello che dovevo insegnare. Inoltre avevo un’ottima esperienza personale con le lingue e questo mi rendeva il mestiere più facile.

Qualche anno dopo, con l’aiuto economico d’un amico italo-australiano e restando fedele a un mio principio: se gli altri ci riescono, perché non dovrei riuscirci anch’io?, ho aperto una scuola di lingue nel centro della città: European School of Languages.

Il successo è stato, a dir poco, strabiliante. Nel giro di qualche anno, alla European School of Languages insegnavano part-time circa venticinque professori di madre lingua e tutte le aule disponibili erano impegnate al massimo. Fantastico!

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La mia vita, parte quinta

 

Il costo

 

 

Oggi, grazie al buon uso che ho fatto del mio tempo, ho un paio di diplomi universitari ottenuti uno in Spagna, alla Universidad de Complutense de Madrid e uno in Italia, all’Università per Stranieri di Perugia e altra roba scolastica (ho seguito corsi universitari che interessavano a me in parecchie università sia in Australia che in Europa) che non sto qui a elencare. Non ho la minima idea di quel che valgano. Forse niente, forse sono solo pezzi di carta che danno a tutti quelli che frequentano i loro corsi e nulla più. Comunque, io non sono mai stato interessato ai titoli di studio, né ho mai fatto uso di essi a scopo lavorativo, e tanto meno li ho mai menzionati tutte le volte che ho potuto. Quando mi sottoponevo a degli esami, non era per ottenere diplomi, era perché desideravo studiare, imparare e la sfida era sempre con me stesso. Non era per ottenere riconoscimenti che mi lambiccavo il cervello, era la conoscenza che volevo: volevo capire, capire in che mondo e universo vivevo. Desideravo conoscere lingue, popoli, la loro storia, la vita, tutto. Il mio motto era ed è rimasto: “Non so, quindi soffro.” Lo studio nelle fabbriche della mente – scuole, collegi, università, ecc. – per quanto limitate, discriminatorie e ideologiche, era pur sempre importante per me.

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La mia vita, parte quarta

 

Il tempo è studio

Gli americani dicono, “il tempo è denaro”; i filosofi dicono, “il tempo è vita”; i fisici dicono, “il tempo non esiste”; per me “il tempo è studio”.

Avevo elaborato un piano per sfruttare al massimo tutto il mio tempo libero. Consisteva nell’applicare ogni idea e marchingegno in favore dello studio. Ad esempio, il luogo dove abitavo – pensioni, camere in affitto, mono locali, piccoli appartamenti – lo riempivo di citazioni scritti su pezzi, strisce e fogli di carta che poi appendevo su muri, armadi, frigoriferi, scaffali, ovunque. Le pareti del bagno erano tappezzate di fotocopie di libri zeppi di regole grammaticali, di poesie che cercavo di imparare a memoria, di teorie scientifiche, concetti filosofici, importanti eventi storici. Scrivevo anche a mano, copiavo tutto quello che m’interessava e piaceva. L’atto di copiare, di premere la punta della penna sulla carta bianca era importantissimo per memorizzare le parole: s’imprimevano con più facilità nella memoria. E non solo. Questo modo di fare mi aiutava, dopo un po’, a capire meglio cosa stavo leggendo, imparando, studiando. Era come se entrassi nel cervello dell’autore e seguissi, insieme a lui, le sue idee, intenzioni e sentimenti.

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La mia vita, parte terza *

 

 

E fu luce

 

Alcuni anni dopo, una sera a Parigi, in un drugstore vicino all’Arc de Triomphe, dove mi recavo il sabato sera a cenare prima di andare al cinema (il premio che mi concedevo dopo una settimana di duro lavoro e studio), mi era presa la voglia di fare un giro per il locale. Era grande e c’era tanta merce dappertutto. Guardavo ogni cosa con meraviglia e piacere. Tutto luccicava ai miei occhi, tutto mi sembrava irreale, fantastico, di un altro mondo. Ero finito, passo dopo passo, in libreria e, ammaliato da tutti quei libri, mi ero messo a guardarli avidamente. A un certo punto ne ho preso uno in mano, non per caso, ma perché mi aveva incuriosito. Era piazzato su un piccolo poggia libri di plastica e aveva una fascetta rossa con la scritta: “Lettre ouverte à un jeune homme”, di André Maurois. Ho letto il retro di copertina, ho letto la prima pagina, l’ho sfogliato leggendo qui e là e, più leggevo, più mi sentivo prigioniero della lettura. Sono andato alla cassa e l’ho comprato. Quella sera non sono andato al cinema, sono ritornato a casa e, vestito, mi sono buttato sul letto con quel libro in mano e non l’ho mollato fino a quando non l’ho finito di leggere.

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La mia vita, secondo post *

 

Il salto

 

Compiuti i sedici anni, confuso e smarrito fra tante idee, desideri e incomprensioni, ma deciso e contro la volontà della mamma, me ne sono andato, andato via da casa, lasciando la famiglia, le bestie, la mia Timpa, i miei sogni da bambino e il luogo dov’ero nato e vissuto la mia prima giovinezza, e sono partito per il nord Italia.

A Torino ho dormito in garage freddi, bui, scalcinati, con la neve sul tetto e l’acqua che gocciolava dentro. Mi è capitato anche di abitare in case e locali disastrati dove non c’era un gabinetto, non c’era acqua potabile, non c’era igiene, non c’era niente, solo un lurido materasso per terra sul quale si dormiva vestiti insieme ad altri.

Il lavoro l’avevo trovato quasi subito. Non mi piaceva lavorare in fabbrica, preferivo, anche perché quell’impiego non mi era completamente estraneo, lavorare in cantieri edili e, in questo campo, il lavoro si trovava facilmente. Il mio primo impiego l’ho ottenuto da un pazzo ma simpatico piccolo imprenditore romano che aveva preso in appalto la costruzione d’una villa in montagna. Ci portava lì, me e altri 3 disgraziati, ogni lunedì mattina in una camionetta della volkswagen che guidava in quelle strade piene di curve e pericolose a tutto gas. Ci terrorizzava. Veniva poi a riprenderci il sabato sera. Il capo mastro era del luogo.

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La mia vita *

 

L’io chiuso

11 febbraio ‘42

 

Accenno solo, a questa mia breve autobiografia, che io sono uno scrittore che non può fare a meno di scrivere ciò che scrive, proprio come le donne, una volta incinte, non possono fare a meno di partorire il bimbo che portano in grembo. Anche per me, come per le madri, è un fenomeno genetico, non posso tenere dentro di me quello che è figlio, non della mia fantasia, ma della mia esperienza, quindi della mia vita. È di questo che vi parlerò in ciò che segue.

Se qualcuno dei siti specializzati non desidera riceverla, me lo dica. Non ci sarà nessun problema. Capisco e ringrazio per avermelo detto.

Il caso

Sono nato nel 1942 in un vecchio rudere di famiglia che chiamavamo casa, in un paesino di montagna, in Calabria. Era febbraio, un mercoledì nel tardo pomeriggio. Lontano, sul mare, raccontava poi la mamma, mentre io venivo al mondo, si sentivano le cannonate lanciate da una nave da guerra contro gli aeroplani che cercavano di affondarla. Quest’idea, più tardi, mi avrebbe fatto riflettere non poco: da una parte nasceva la vita e dall’altra la si distruggeva; da una parte la gioia, la felicità, dall’altra il terrore e la morte.

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Vacanze 2021

 

 

Il mio dottore mi ha detto che devo andare in vacanza quest’anno. Io, di fronte a tanta autorità professionale e anche amichevole, non ho osato dire di no. Quindi sì, vado in vacanza con la mia compagna Lorenza.

Solito posto, solito mare, solito hotel, non la solita camera e tanto meno la solita atmosfera, suppongo. Porteremo tutti delle mascherine, forse non al mare, forse non sotto gli ombrelloni, ma nei ristoranti e negozi sì. Malgrado tutto, noi cercheremo di trarne il massimo beneficio di questa vacanza contaminata col Covid 19.

Spero che andiate anche voi in vacanza, se lo desiderati, amici di Facebook. E non dimenticate che ogni minuto che passa è un minuto in meno di vita; ogni giorno che passa, brutto o bello che sia, è un giorno in meno di vita, e così via. Bisogna tenere conto anche di questo. La vita, se è possibile, la vorremmo vivere bene. Vivete, dunque, ubriacatevi di vita, di amore, di piaceri, di cose che vi divertono e vi rendono gioiosi a voi e ai vostri cari. La massima è: godete e fate godere!

Un abbraccio a tutti e buone vacanze, buon riposo e siate felici!

Il Mondo-Universo in poche parole chiare e concise

 

Einstein pubblicava, nel 1905, i suoi famosi articoli sulla rivista scientifica “Annalen der Physik” dove solo pochi scienziati e con fatica riuscivano a capirci qualcosa; io pubblico i miei articoli sul Web, su Facebook, su Twitter e chiunque, data la loro semplicità e realtà, può leggerli e capirli nel mondo intero.

 

“E del contenuto, tra i suoi articoli e quelli di Einstein, cosa ne dice?,” mi ha chiesto una volta un lettore.

“Dipende dai punti di vista,” ho risposto. Così sarà anche con questo.

Il nostro mondo-universo* si muove nel mezzo d’uno spazio infinito. Prima di esso c’era il nulla del nulla, vale a dire niente di niente, neppure il “nulla” per come lo intende la scienza. Per quest’ultima il “nulla” è pieno di particelle. Quindi, se è pieno di particelle, non può essere un nulla. Nel nulla del nulla non ci sono neppure le particelle.

Il proto-elemento, cioè il primo pulviscolo che è apparso nell’universo e dal quale esso si sviluppò, è figlio del caso. La nostra esistenza e quella dell’universo che ci ospita, sono un prodotto fondamentalmente metafisico, sono apparsi dall’inesistente. Il senso che io do alla “metafisica” è diverso di quello della “metafisica classica” che è una metafisica volgare e priva di ogni considerazione.

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La vita partendo dalle sue radici più profonde

 

 

Einstein pubblicava, nel 1905, i suoi famosi articoli sulla rivista scientifica “Annalen der Physik” dove solo pochi scienziati e con fatica riuscivano a capirci qualcosa; io pubblico i miei articoli su Internet e chiunque, data la loro semplicità e realtà, può leggerli e capirli nel mondo intero.

 

Vi propongo, in questo post, 19 domande fondamentali e 19 fondamentali risposte, e cioè la vita da quando è apparsa fino a homo sapiens sapiens. Non vorrei creare fraintesi. La vita non sarebbe mai apparsa se non si fosse prima formato l’universo. Noi siamo i suoi oggetti e anche tutti gli altri fenomeni inanimati e animati. In queste 19 domande fondamentali e 19 fondamentali risposte, c’è tutto quello che abbiamo bisogno per conoscere le nostre radici cosmiche e le nostre radici biologiche. Partiamo dall’inizio dell’inizio, e cioè dal nulla del nulla. *

Prima domanda: Chi viene prima, il nulla del nulla o il nulla? **

Il nulla del nulla.

Seconda domanda:  Chi viene prima, il nulla o il proto-elemento?

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A ognuno il suo sogno (racconto) *

 

Paolo, Paolo il muratore, non faceva altro che sognare il giorno in cui sarebbe andato in pensione. Una buona parte della sua vita era stata percorsa da questo forte desiderio: smettere di lavorare e prendersi la pensione. Le belle stagioni, il canto degli uccelli, il mormorio dei ruscelli in primavera, tutto, tutto sarebbe diventato incantevole, ma solo dal giorno in cui avrebbe smesso di lavorare e si sarebbe preso la sua tanto amata pensione, pensione, pensione: il sogno della sua vita!

C’è gente che sogna di scalare l’Everest, altra di viaggiare in paesi esotici e altra di diventare ricca. Il sogno di Paolo il muratore era quello di andare in pensione.

Vittorio, il suo aiutante, non la pensava così. Vedeva l’evento pensione in modo diverso. A sessantacinque anni, l’età della pensione, se uno ci arriva, non può più godersi la vita, è già vecchio, pieno di acciacchi, di piccoli e grossi mali che gli attaccano il corpo e si può quasi dire che è bello e pronto per il cappotto di legno, particolarmente per quelli come lui e Paolo che facevano dei lavori pesanti. Per Vittorio, ch’era d’una generazione più giovane di quella di Paolo, la pensione voleva dire la fine. Si diventava anche un peso per tutti: per la famiglia, per la società e per se stessi – una vera catastrofe!

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La vita, che cos’è in realtà?

 

Il mondo e l’uomo

Per quel che sono

E non pe come noi vogliamo che siano

 

Non ridete a questa domanda, perché lo so che è una domanda che può far ridere, dato che ormai anche i baby sanno che cos’è la vita. Ma poi, lo sanno veramente?

Sappiamo, però, che prima o poi, tutto quello che la vita ci ha dato, sempre se ci ha dato qualcosa, se lo riprenderà con gli interessi. E la cosa non finisce qui. Mentre seguiamo il destino che ci è stato assegnato senza averlo chiesto, e cioè vivere, scopriamo che la vita e la morte sono una degenerazione della materia. In altre parole, noi siamo carne malata. Questa crea un pensiero malato, uno spirito malato, una conoscenza malata, una vita malata, una morte malata o ciò che noi chiamiamo vita e morte.

Gli animali, tanto per chiarire meglio l’argomento, che vivono solo d’istinto, non sono malati (farei eccezione di quelli che vivono negli zoo o in casa), gli animali non sanno che nascono per vivere e morire, noi umani sì. Ecco la reale malattia di cui noi umani soffriamo. Questa malattia la si traduce in conoscenza: più uno conosce, più è malato. Il cervello, l’organo principale del pensiero, non è altro che un enorme groviglio di cellule malate. La cultura, la storia, la filosofia, l’arte, la tecnologia, la poesia, la scienza, la musica, tutto, tutto quello che abbiamo e abbiamo creato è sgorgato da un pensiero malato.

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