Il salto – parte seconda de “Un bambino del sud Italia”

Compiuti i sedici anni, deciso e contro la ferma volontà della mamma, me ne sono andato, lasciando la mia famiglia, le mie bestie, il luogo dov’ero nato e sono partito per il nord Italia.

A Torino ho dormito in garage freddi, bui, malridotti, con la neve sul tetto e l’acqua che gocciolava dentro. Mi è capitato anche di abitare in case disastrate dove non c’era un cesso, non c’era acqua potabile, non c’era pulizia, non c’era niente di niente, solo un materasso sporco per terra sul quale si dormiva vestiti insieme ad altri. Lavoravo, per la maggior parte del tempo, in cantieri edili.

Il mio primo amore, con una ragazza emiliana, è finito dolorosamente. Lei era una semi-analfabeta, io ero un semi-analfabeta: non c’era un futuro per noi. E poi io volevo ritornare a scuola, studiare.

Nonostante la sua operosità e la durezza della vita, Torino mi piaceva, mi apriva gli occhi, svegliava in me un sapore per la vita e per un mondo che era ancora tutto da scoprire.

Sotto le armi, per tutti coloro che non avevano conseguito la quinta elementare, era obbligatorio andare a scuola. Io ero uno di questi. Mentre imparavo l’italiano, per conto mio studiavo il francese con l’aiuto d’un dizionario bilingue – Ghiotti, se ricordo bene – e leggevo quanto potevo di tutto quello che trovavo in giro o che mi prestavano i miei commilitoni: fumetti, libri, giornali, riviste. Ero ingordo di letture, racconti, vicende umane. Cercavo su di un vocabolario le parole che non capivo. Quando il maestro dell’esercito, poco prima di finire il servizio militare, mi consegnò la pagella della quinta, disse: “Almeno con questa potrai fare lo spazzino!”

Un sera, a Parigi, alcuni anni dopo, in un drugstore vicino all’Arc de Triomphe, dove mi recavo il sabato sera a mangiare prima di andare al cinema (il premio che mi concedevo dopo una settimana di lavoro e di studio), mi era presa la voglia di fare un giro per il negozio. Era grande e c’era tanta merce. Guardavo ogni cosa con desiderio. Tutto luccicava ai miei occhi; tutto mi sembrava irreale, fantastico, di un altro mondo. Ero finito, passo dopo passo, in libreria. Avevo preso in mano un libro: “Lettre ouverte à un jeune homme”, di André Maurois. Avevo letto il retro di copertina, avevo letto la prima pagina, l’avevo sfogliato leggendo qui e là e, più leggevo, più mi sentivo prigioniero della lettura. Ero andato alla cassa e l’avevo comprato. Quella sera non sono andato al cinema, sono ritornato a casa e, vestito, mi sono buttato sul letto con quel libro in mano e non mi sono alzato fino a quando non ho finito di leggerlo.

Di giorno lavoravo; di sera andavo a scuola. Volevo diventare geometra e, dopo, continuare a studiare da ingegnere. Volevo laurearmi, volevo fare soldi, comprarmi una Mercedes e, così armato, con laurea, soldi e Mercedes, andare prima a Trieste per dimostrare a quell’insegnante dell’esercito che io non ero diventato uno spazzino (con tutto il rispetto che ho oggi per i netturbini, allora la vedevo diversamente) e poi ritornare al mio paese per mostrare ai miei cos’ero riuscito a fare.

Non è andata così. Quella sera, a Parigi, dopo la lettura di “Lettre ouverte à un jeune homme”, mi era scoppiato in testa il torbido mondo che lo zio Carlo aveva svegliato in me quand’ero poco più che un bambino. Tutte quelle domande senza risposta riapparvero nella mia mente con violenza. Il libro di André Maurois mi aveva fatto riflettere molto, mi aveva fatto capire che quello che stavo studiando a scuola, non era quello che mi avrebbe permesso di scoprire i misteri che l’esistenza nascondeva. E non solo. Aveva rinforzato in me l’indirizzo che intendevo dare alla mia vita. Infatti, da quella sera ho smesso di voler diventare ingegnere, smesso di voler fare soldi, smesso di volermi comprare una Mercedes, di voler ritornare a Trieste e al paese e mi sono buttato, anima e corpo, nella lettura di libri che rispondessero ai richiami del mio cuore e a studiare lingue e letteratura.

In seguito, crescendo crescendo, ho scoperto che era più facile studiare le lingue vivendo nei luoghi dove erano parlate. È quello che ho fatto. Ne ho imparate parecchie e ho viaggiato tanto. Per imparare l’inglese sono andato in Australia; il tedesco in Germania; il danese in Danimarca; lo spagnolo in Spagna. Mi è successo, quando l’idea mi diveniva ossessiva, di lasciare un paese per andare in un altro senza un soldo in tasca e senza conoscenze. Arrivato a destinazione, comunicando come meglio potevo, mi mettevo subito all’opera: prima cercavo un lavoro, poi un posto dove dormire e in seguito una scuola di lingue.

Ad un certo punto, mi sono accorto che, anche se le amavo molto le lingue e la letteratura, non saziavano comunque la mia fame di conoscenza. Avvertivo che mi mancava qualcosa, mi mancava un altro tipo di sapere, un sapere fatto di cose concrete e meno astratto, artificioso. Ed è stato così, anche se in modo un po’ superficiale, che ho aggiunto ai miei studi linguistici l’astronomia, la biologia e l’evoluzione darwiniana. Seguivo corsi e conferenze dove e come potevo. Leggevo libri su questi argomenti. Tanti. Tutti quelli che prendevo in prestito dalle biblioteche o che potevo comprarmi. Gradualmente, queste letture, senza che me ne rendessi conto, mi avevano rubato il cervello: io non ero più io.

Ricordo che, in Australia, la sera dopo il lavoro, facevo chilometri e chilometri con il bus in una strada lunga dritta e zeppa di sali e scendi per seguire un corso di antropologia all’Università di Monash. Più d’una volta, la sera al ritorno, quand’ero stanco morto, mi capitava di dormire sul bus e l’autista, che sapeva dove dovevo scendere, alla mia fermata mi scuoteva dicendo ad alta voce: “It’s time to wake up!” “È ora di svegliarsi!” E io, preso d’assalto da quelle parole, schizzavo fuori dal bus come un proiettile.

Alcuni anni dopo, all’Università di Melbourne, ad un seminario sul big bang, ho incontrato Roger, uno studente americano del Kansas. Abbiamo fatto amicizia. Anche lui lavorava, ma solo part-time. A volte ci frequentavamo. Roger studiava filosofia. Me ne parlava. Secondo lui, la scienza ci spiegava com’era fatto il mondo; la filosofia ci insegnava come vivere e se la vita aveva o non aveva un senso. Mi affascinava sentirlo parlare di queste cose. Mi sentivo attratto. Più me ne parlava, più mi coinvolgeva, mi rapiva. Grazie a Roger, quando potevo seguivo anche dei corsi di filosofia al Council of Adult Education e congressi e seminari tenuti da filosofi che venivano a parlare dei loro studi, lavori, ricerche.

Vedere Per una filosofia perenne

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