Che cosa sono realmente le università?

 

In due parole: fabbriche della mente e dello Stato. Vediamole un po’ più da vicino. Intanto, quando io scrivo dicendo che le università sono fabbriche della mente, che poi siano fabbriche dello Stato, della Chiesa, del Capitalismo, delle Accademie Militari, della scienza in generale, ecc., questo non cambia la loro servile funzione. Inoltre, io non dico questo perché voglio offenderle e tanto meno insultare gli universitari, i laureati o perché sono invidioso dato che non sono un laureato doc. Affatto. Questo pensiero non mi è mai neppure passato per la testa, tanto più che non vedo in giro laureati e non laureati, io vedo solo esseri umani. Quando scrivo che le università sono fabbriche della mente al servizio dei potenti, lo scrivo perché in realtà è così. Nessuno nasce con una laurea o con una specializzazione. Chiunque ha un cervello, questo lo sa, lo capisce. Non lo dice perché certe cose non si dicono, ma la realtà è questa, una realtà un po’ scomoda secondo certi costumi, ma noi ne abbiamo abbastanza di falsità e nonsenso in questo mondo discriminatorio e assurdo e sicuramente non intendiamo renderlo ancora più invivibile.

Per rendere l’argomento più chiaro tra le fabbriche meccaniche e le fabbriche della mente, facciamo un esempio. Prendiamo un’auto che esce fresca fresca da una fabbrica meccanica. Sappiamo che per un certo numero di anni l’auto funziona perfettamente, eccezioni a parte, perfettamente per com’è stata programmata e costruita. Il laureato, però, quello che ha appena appena finito gli studi, funziona perfettamente come le fabbriche della mente l’hanno programmato e costruito? Non direi. Per nulla. Immanuel Kant diceva qualcosa del genere: Fino a quando gli studenti hanno un professore che li guidi, tutto ok, però, finito lo studio, finita la guida e si salvi chi può! Quindi, se vogliamo essere corretti, le fabbriche meccaniche sono molto più precise delle fabbriche della mente.

Tuttavia, qualche esperienza l’ho fatta anch’io con le fabbriche della mente. Ad esempio, quando, verso la fine degli anni Sessanta vivevo a Parigi (lavoravo di giorno e studiavo di sera), mi è capitato di andare a qualche lezione di cui m’interessava l’argomento alla Sorbonne; a Melbourne, Australia, sono andato a un corso d’antropologia la sera dopo il lavoro alla Monash University; al CAE (Council of adult Education), a Melbourne, seguivo un fracco di corsi che m’interessavano e anche ad alcune conferenze all’università di Melbourne. Quando, alla fine degli anni Settanta vivevo a Copenhagen, insegnavo lingue e seguivo corsi e conferenze, sempre di mio piacimento nelle diverse aule della città; in Germania, Monaco di Baviera, ho seguito tanti incontri su scrittori e filosofi alla Leopold Strauss Università, mentre studiavo anche il tedesco; all’università per stranieri di Perugia ho studiato per due anni, studiavo la mia lingua natale e altre materie che m’incuriosivano; all’Università degli Studi di Milano ho studiato per un anno la storia della filosofia col professore Cingoli; all’Universidad Complutense de Madrid ho studiato, oltre allo spagnolo, filosofia con Xavier Zubiri e altri accademici. All’Università Popolare di Biella ho insegnato inglese e ho dato un corso sull’ “arte di vivere” per moltissimi anni. Studiavo e insegnavo cose che interessavano a me. Detestavo studiare o insegnare materie che non m’interessavano. Per me erano fonte di frustrazione e spreco di tempo. Lo studio è stato sempre una sfida con me stesso, uno sport mentale che io amavo più di ogni altro. Quindi, qualche flirt con le fabbriche della mente, l’ho avuto anch’io!

Certo, i laureati a Oxford, alla Howard, alla Sorbonne, alla Sapienza, ecc., possono essere visti come macchine speciali della mente, ma rimangono pur sempre macchine della mente 0ltre che dipendenti dei loro padroni.

Jean Jacque Rousseau diceva che non bisognava andare a scuola prima di 14 – 15 anni. A quella età i giovani avrebbero imparato già tante cose reali della vita e avrebbero apprezzato di più l’istruzione. Oggi, se fosse ancora in vita, chissà cosa avrebbe detto vedendo bambini quasi ancora in fasce portarli all’asilo?

È ora di dire le cose per come stanno in questo mondo agonizzante che abbiamo creato grazie alla nostra ignoranza e arroganza, e smettere di dire quello che conviene a noi e alle istituzioni malsane in cui viviamo.

 

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