Donna allo specchio

 

Dedico questo racconto a tutte le donne.

 

foto (3)Era primavera e gli orti i campi le colline le montagne erano tutti coperti di verde e di colori; era primavera e i fiori sbocciavano, gli insetti pullulavano e gli uccelli cinguettavano; era primavera e tutto prendeva vita, cresceva, maturava. La giornata era bella, piena di sole tersa calma, un sogno. Due donne, una sposata e con figlia e l’altra nubile, sedevano sotto un ciliegio. La prima ruppe il silenzio.

“Esci con Gigi stasera?”

“Non lo so”.

“Non lo sai?”

“Lui fa sul serio e io non mi sento ancora matura per seguirlo fino in fondo.”

“Cavolate. Brunella si è sposata a diciannove anni, io a ventuno e tu ne hai già venticinque e sei ancora da sposare. La questione è: a te lui piace o no?”

“Lo trovo simpatico, niente più”.

“È sufficiente, non ti pare?”

“Non per me”.

“Gigi è un ragazzo in gamba. Lo conosco”.

“Tu, ma non io”.

“Lo conoscerai. Vi conoscerete”.

“Con te sembra tutto facile”.

“L’uomo ideale non esiste, se è quello che vuoi sapere”, tagliò corto Franca.

“Sai”, proseguì Fiorenza chiudendo il libro che stava leggendo, strappando una margheritina e mettendosi a giocare coi petali, “io non capisco perché tutti, e specialmente i miei genitori, non fate altro che dirmi che sposarmi è la cosa più importante che mi possa capitare nella vita e che alla mia età non c’è più tempo da perdere se non voglio rimanere zitella. Gigi poi mi assale con tutti i suoi piani per il nostro futuro. Si vede già con un bel pargoletto tra le braccia e io in cucina a preparare da mangiare. Proprio così mi ha detto. Sento che non mi si dà scelta. Mi vedo inseguita da tutte le parti e non mi resta che una via da prendere: quella del matrimonio. Ma dobbiamo proprio sposarci, Franca?”

“Questa domanda non devi farla a me, sono una donna sposata, io”.

“Appunto per questo”.

“E per cos’altro allora siamo venute al mondo, noi donne, se non per sposarci e avere figli?” rispose Franca prendendo in braccio la neonata dalla culla accanto a sé, perché si era messa a strillare. Poi aprì con la mano destra due bottoni della camicetta, tirò fuori dal reggiseno una mammella piena di latte, prese tra l’indice e il pollice il capezzolo e lo infilò nella bocca della piccina. Al contatto col capezzolo, la boccuccia smise di strillare e iniziò a succhiare avidamente.

Fiorenza osservò attentamente tutta quella manovra. Poi alzò gli occhi fino alle cime delle montagne che s’innalzavano nel cielo terso di fronte a loro. C’era ancora qualche macchia di neve sul monte Camino, il resto dei picchi era spoglio e austero. Guardò l’amica. Franca era sposata da quattro anni e aveva la sua età. Era mamma ed era molto cambiata in questi quattro anni. Aveva perso quella bellezza fresca e giovanile che aveva prima di sposarsi, stava cambiando, diventando un’altra.

Franca si accorse che Fiorenza la osservava. Con un gesto piuttosto brusco, strappò la mammella dalla bocca della neonata, disse: “Entriamo?”

“Come vuoi,” fece Fiorenza.

Sul comò, nel salone, c’erano tutte le fotografie dello sposalizio di Franca: sposo sposa genitori fratelli nonni parenti e l’ultima arrivata della famiglia: Amina. Le avevano dato il nome della nonna dalla parte del padre. Il modo in cui erano esposte le foto sul comò, faceva pensare a un presepio. La prima cosa che faceva chi entrava lì, era di andare a guardare quelle foto. Anche Fiorenza l’aveva fatto. Guardò pure il sofà e le poltroncine, coperte da una protezione di plastica. Le ricordarono quelle di sua zia Adela che avevano più di trent’anni e sembravano nuove di zecca. Erano sempre protette con qualche panno. A volte la zia metteva addirittura degli oggetti sopra di modo che nessuno vi si sedesse.

“Sai”, disse Fiorenza mentre Franca stava cambiando il pannolino alla bambina, “succederà quello che succederà, ma io non ho proprio intenzione di sposarmi, almeno non per ora”.

“Tu vai spesso al cinema”, disse Franca senza guardarla.

“Può darsi. Ora devo andare. Salutami Mario. Ciao,” e prendendo dalla borsa la chiave della macchina, uscì.

Quella sera Fiorenza non s’incontrò con Gigi, e neanche quella dopo, e tanto meno in quel fine settimana. Solo dopo tante telefonate da parte di Gigi, si videro, e si videro per dirsi addio.

Era estate e i campi le colline le montagne erano arsi e l’aria era umida calda afosa. Erano trascorsi molti anni da quando Fiorenza e Franca parlavano di Gigi e di matrimonio. Amina, la bambina di Franca, era ormai cresciuta e con lei altre due sorelle. Andavano tutte a scuola. Fiorenza, lì, sotto il solito ciliegio e in compagnia della sua amica, rifletteva, vedeva il suo passato fluttuarle davanti agli occhi. Cosa rimaneva di esso? Un pugno di ricordi e di ceneri che si sbriciolavano lungo il cammino del tempo. Molte cose erano cambiate nella sua vita per non dire che, in realtà, non era cambiato niente. Il lavoro che faceva era sempre lo stesso, così l’appartamento in cui viveva, così lei. Solo la sua espressione era molto cambiata. Aveva assunto un aspetto adulto e pensieroso.

Franca, d’altro canto, era irriconoscibile tanto era cambiata. Era ingrassata, aveva un aspetto duro, un viso travagliato, si muoveva senza grazia. Nel suo modo languido di atteggiarsi, sembrava che non ci fosse più nulla al mondo per cui valesse la pena di vivere e morire. Fiorenza la ricordò quand’era giovane, snella, attraente, tutta vita e brio; la ricordò quando andavano a ballare il sabato sera, quando la pista e il mondo pareva che le volassero via da sotto i piedi. E ora? Non riusciva a credere ai propri occhi. Che trasformazione! Disse:

“Sei molto cambiata, Franca”.

“Sì, sono molto cambiata”, rispose lei secca.

“È trascorso molto tempo da quando ci siamo viste l’ultima volta. State tutti bene?”

“Sì, grazie. Mario lavora, Amina ha iniziato uno stage in questi giorni e le altre due vanno ancora a scuola. Io continuo a occuparmi delle faccende casalinghe. Tu invece come stai? Come cresci? Come vivi la tua zitellaggine?”

Questa parola, zitellaggine, così inaspettata, così diretta e detta dalla sua più cara amica, colpì Fiorenza. Arrossì. Si sentì a disagio, confusa. Nessuno le aveva mai detto qualcosa del genere. Forse per rispetto, forse perché non si diceva alle donne rimaste nubili o forse per altro. Perché ora l’aveva fatto Franca? Non capiva. Stava esagerando tutto lei? O, forse, aveva sentito male. Il fatto era che quella domanda di Franca: “Come vivi la tua zitellaggine?”, detta così sgraziatamente e, forse, anzi sicuramente, anche con cattiveria, l’aveva ferita. Riprendendosi, Fiorenza disse spiritosa: “Come vivo la mia zitellaggine? Bene, molto bene, suppongo”.

Fiorenza, per una serie di ragioni, non si era sposata. Non per scelta, questo no. Da giovane diceva, come spesso fanno le giovani, che non voleva sposarsi, ma che in cuor suo sapeva che se mai avesse incontrato il suo compagno di vita, l’avrebbe sposato. Non l’ha incontrato. Avrebbe voluto, ma non l’ha incontrato. I suoi genitori se n’erano andati, anche se un po’ prematuramente. I fratelli si erano tutti inanellati e con figli. Solo lei, era rimasta nubile, sola, da sposare.

“Mi dispiace tanto vederti così,” continuò Franca prendendo le mani dell’amica tra le sue. “Tu questo non te lo meritavi. Eri tanto carina, intelligente e sembrava che tutto ti appartenesse della vita quand’eri giovane. E adesso? E adesso eccoti qua spenta, dimenticata, una zitellaccia.”

Fiorenza arrossì di nuovo. Si sentì come se un serpente velenoso l’avesse morsa. Tirò subito le mani via da quelle di Franca. Questa, nel giro di pochissimo tempo e per la seconda volta, l’aveva ferita profondamente. Fiorenza avvertì una forte tensione nascere e diffondersi in ogni parte del suo corpo.

“Mi si strappa il cuore,” proseguì Franca, “a vederti tutta sola, sempre tutta sola. Se mi avessi ascoltata, non saresti finita così. Gigi ha due figli e un’ottima posizione in banca. Che sbaglio imperdonabile hai fatto.”

Non solo aveva rifiutato la proposta di Gigi, Fiorenza, ma anche le proposte di altri pretendenti.

“Oh Fiorenza, non dirmi che non ti piange il cuore a vederti sola al mondo e alla tua età!” buttò Franca ancora più brutale, ancora più cattiva, almeno così interpretava quel suo parlare Fiorenza. Ma se ne rendeva almeno conto del male che stavano procurando le sue parole alla sua vecchia amica?

Infatti, l’avevano turbata fortemente, colpita nel suo intimo. Il suo stato d’animo, da rassegnato e tranquillo che era, era cambiato. Si sentiva ghermita da una inaspettata invasione di sentimenti. Quell’albero di ciliegio, sotto il quale sedevano, non era più lo stesso. Ma perché, poi, Franca le parlava in quel modo? Proprio lei, col disastro ch’era diventata dopo il matrimonio. Disse Fiorenza interrompendo la sua riflessione: “Ma di cosa stai parlando, Franca?”

“Come di cosa sto parlando?”, le saltò addosso lei, “sto parlando di te e del tuo madornale errore, quello che non potrai mai più correggere. Non viviamo due volte, nel caso tu non lo sapessi”.

Fiorenza aveva compiuto quarantacinque anni qualche settimana prima e Franca, essendo della sua stessa età, lo sapeva benissimo. Ma era proprio necessario che le parlasse così, che continuasse a girare sadisticamente il coltello nella piaga? Fiorenza represse ancora un moto interiore. Si morse le labbra. Non ce la fece più, sbottò.

“Vedi,” disse, “per essere sincera, non so chi di noi due è la più sola e la più infelice e, a una vita come la tua, fatta di strilli, televisione e corvée casalinghe, per non parlare del grasso che continui ad ammucchiare nel tuo corpo ormai laido e allo sfacelo, io preferisco mille volte la mia,” e alzandosi da sotto il ciliegio, prese la borsa e si avviò verso l’auto pensando che tra lei e Franca era finita.

“Non pensavo di offenderti,” la raggiunse la voce di Franca che non si aspettata una tale reazione dell’amica.

Fiorenza borbottò qualcosa d’incomprensibile tra i denti, aprì la portiera, entrò, accese il motore, innestò la prima e partì pensando che la vita era piena di sorprese.

Era autunno, e parte della natura aveva preso un colore dorato. Le chiome degli alberi si stavano sfoltendo ogni giorno di più, lasciando esposti e spogli rami e ramoscelli. Le foglie d’una vite canadese erano d’un affascinante rosso bordeaux e quelle dei faggi giganti, tra il marrone e il giallo, si staccavano dalle alte cime a causa d’un leggero venticello e zigzagando andavano a posarsi sul terreno spoglio. Era la stagione del ritiro, del riposo, del silenzio temporaneo.

Un pomeriggio, dopo un lungo bagno profumato, Fiorenza si trovò faccia a faccia con se stessa davanti allo specchio, nuda. Guardò a lungo e incantata, come se lo vedesse per la prima volta, il suo corpo. Questa contemplazione fisica di se stessa la invitava a pensare. Senza neppure accorgersene si trovò in bocca un flusso di parole.

“Non un uomo ti ha mai posseduta. Te ne vai tutta intera. Che spreco! Guarda questo neo vicino al seno. Nessuno l’ha mai visto, accarezzato, ammirato la sua bellezza. Perché? Eppure è bello, no? Oh, questa voglia di susina sulla scapola destra non l’avevo ancora vista. Forse non c’era prima. Sei un tantino lunga di collo. Il petto però non lo cambieresti, malgrado gli anni, con una miss mondo. Quanti occhi si sono posati su di esso? Lasciamo perdere. Se l’inglesino te l’avesse chiesta mentre eri a Londra quella volta, tu gliel’avresti data, vero? Imbecille, non l’ha fatto. L’ombelico è perfetto e la vita sembra quella di una ventenne. Su su, dai, c’è ancora speranza. E chi se ne frega! Guarda questo impudente pelo dove si è ficcato, proprio sul capezzolo. Dov’è la pinzetta? Eccola. Zac! Anche a Pino gliel’avrei data se me l’avesse chiesta. Non ha mai saputo come avvicinarmi. Diventava sempre nervoso e rosso in faccia tutte le volte che ci sfuggiva qualche parolina sul sesso. Come risultato, subito dopo tagliava la corda. Dove andava? A casa sua a farsi una sega. Che spreco! Io avvicinare lui? Non ci ho mai pensato. I fianchi vanno bene come sono. E le gambe? Non ancora da buttar via.”

A questo punto, Fiorenza interruppe il monologo, prese una bottiglietta di profumo, se ne versò un po’ sul palmo della mano sinistra, lo strofinò sull’altro, quindi si portò le mani sul viso: che odore stupendo!

“E se uscissi sul balcone proprio come sei ora, tutta nuda?” proseguì. “Ah ah ah! In poco tempo tutti questi signori dei dintorni chiusi nelle loro adorate gabbie ti avvisterebbero e spererebbero, però, alla fine, eccoli, nonostante le loro mogli e le loro gabbie dorate, tutti lì a farsi seghe alla Pino.

“Fin dove potresti arrivare prima che la polizia ti arrestasse per scandalo pubblico, se uscissi nuda con quell’ombrellino a strisce colorate che hai comprato a Parigi? Se avessi fortuna, faresti tutta via Italia. Raccoglieresti in brevissimo tempo un branco di maiali che ti verrebbero dietro. Dapprincipio nessuno direbbe una parola, proprio come a un funerale. Tutti a bocca aperta a guardarti. Poi basterebbe che uno facesse un grugnito, e patatrac: tutti, da un momento all’altro, trasformati in puritani. Allora pazza fottuta, pervertita, eccentrica, strega, puttana, e chissà cos’altro.

“Guarda guarda, le areole sono dello stesso colore che la voglia sulla scapola. Mai notato prima. Non bocca brutta o bella, competente o maldestra, ha mai baciato il mio seno, mai succhiato il suo latte, mai posato dolcemente la sua guancia su di esso, solo mani prive di grazia e di striscio l’hanno stuzzicato. Guarda la rosa delle rose. Napoleone non scriveva lettera a Joséphine senza menzionare la sua favolosa fôret noire. Che simpatico cochon! Quanti uomini perdono la testa per essa e per quel triangolino nero? Che buffo!,” e sbottò in una interminabile risata.

Era di nuovo autunno e Fiorenza aveva preso il vizio di guardarsi e parlarsi nuda davanti allo specchio. Le piaceva monologare con se stessa. Era una novità per lei, una novità trasformatasi in un’abitudine. Forse anche un bisogno, dato che ormai nessuno ascoltava più nessuno, eccetto che se stesso.

“Di rughette sul viso ne hai abbastanza e non parliamo di zampette di gallina sotto gli occhi. Sembrano il fondo d’un fiume secco, pieno di fessure, venato, solcato. Sul fondo del fiume però ci è passata molta acqua prima che le spaccature si siano verificate, invece sul tuo viso solo lacrime bollenti continuano a solcarlo. Colpa di chi? Mia? Io vittima e carnefice di me stessa? Le donne qui se la grattano e gli uomini si fanno seghe. Che spreco! Se ci pensi, è meglio essere la moglie d’un eschimese, così tutte le volte che c’è un ospite, durante la notte tuo marito ti manda a dormire con lui. Non è cultura anche questa? Ti ricordi quella povera disgraziata di Tinuccia? Per paura di dire ai suoi che l’idraulico l’aveva messa incinta, si era buttata dal ponte a testa in giù. Bum e ciao! Questa sì che è una bella fine, questa sì che è cultura!

“Ma perché non scende dal suo destriero il principe dei miei stivali? Perché non viene a prendermi tra le sue braccia, a mettermi sul suo cavallo bianco tutto fuoco e passione e poi via al galoppo nel suo castello dei sogni? Accidenti, non mi restano che questi: i miei sogni! Come dice quel detto: non sprecare la tua vita in sogni, vivi i tuoi sogni. I miei, grazie a dio, li ho realizzati tutti!

“Chissà chi è la più fortunata tra me e Franca, lei che si è sposata e ha marito e figli e una casa col giardino, o io che non ho nessuno, che vivo in un piccolo appartamento e sono ancora vergine?

Era d’estate, il tempo delle messi della raccolta dei fichi dei ciliegi delle mele dei lamponi dei mirtilli. Ah, che poesia tutta silenziosa e naturale! E il Sole? Il Sole in quei giorni spaccava le pietre e il sudore colava senza fatica. Un odore di campagna asciutta olezzava nell’aria. Quanta voglia di fare, di scoprire, di vivere! Gente che andava in vacanza, in cerca di acqua salata, di montagne, di spassi e piaceri, altra che restava a casa calma calma e, sotto sotto, contenta di avere i supermercati tutti per se.

Fiorenza era diventata ormai un’ombra, un’ombra leggera che si muoveva nella sua piccola dimora serena e in pace con se stessa. Le tapparelle erano abbassate e lei, davanti allo specchio, a dare la caccia agli ultimi cambiamenti del suo corpo. Quest’ultimo si era rimpicciolito e rinsecchito e le rughe e le brutture erano ovunque. Era già entrata nel dominio della pre-vecchiaia. Anche il suo seno, il suo bellissimo seno di una volta, iniziava a farle paura. Che trasformazione, che abominazione, che disastro stava diventando quel suo corpo. “Presto non ti riconoscerai più,” si disse. “Fino alla fine, dovrai trovare la forza d’animo di sopportarti”.

“Ma poi,” proseguì lasciando perdere le metamorfosi del suo corpo, “in fin dei conti, come avresti potuto realizzare la tua vita vivendo in una sorta di gabbia sociale, perché, al nocciolo, questo posto è una gabbia, uno zoo. Tu non sei un animale da zoo, mai stata. Il modello di vita qui è come quello delle bestie, non quelle libere, quelle che devono procurarsi il cibo giorno dopo giorno a rischio della propria pelle, ma di quelle bestie da zoo molto addomesticate. La routine, il campanilismo, la grettezza, l’incallimento e le frustrazioni che ne derivano da questo tipo di vita spogliano il corpo e la mente di ogni ambizione e vigore. Qui, amica mia, domina lo zoo umano. È per questo che ci sono tanti psichiatri in giro, tanti psicopatici, tanti suicidi, tanti crimini in famiglia, tante orrende situazioni, ma anche, ovvio, tanti tribunali, giudici, avvocati, sbirri, prigioni. No, no, tu non puoi vivere la tua vita mangiando dormendo defecando e aspettando la morte nello zoo umano; no, no, tu non sai cosa fartene della felicità “alla Franca”.

“Squilla il telefono. Messaggero di vita o di morte? Vuoi andare a rispondere? Lascia che suoni. E poi chi potrebbe chiamarti? È qualcuno che ha sbagliato numero. Quanto pesi? Cinquantatré chili. Squilla di nuovo. Insiste. Allora cercano te”.

“Pronto!”

“Ciao Fiorenza! È da un pezzo che provo a chiamarti. Mi stavo chiedendo se eri andata nuovamente a Parigi,” disse don Giorgio dall’altro lato del filo.

“No, ero nel bagno,” rispose lei. Voleva dirgli che era davanti allo specchio a osservare le rovine di Dio e a riflettere sugli zoo umani, ma non lo fece. “Che posso fare per lei, don Giorgio?”

“Sai, ieri sera c’è stata una riunione in comune e si è deciso di aprire una biblioteca per i nostri ragazzi. Come bibliotecaria abbiamo pensato a te. Sei in pensione e sei ancora giovane. Cosa ne dici?”

“In pensione sì, giovane non direi. Comunque non ho nessuna esperienza da bibliotecaria, io. E poi, perché proprio me?”

“Per quello che riguarda l’esperienza da bibliotecaria te la farai facendo la bibliotecaria”, rispose lui. “Per il fatto che abbiamo scelto te è che tu non hai famiglia, sei sola.”

“Capisco,” disse Fiorenza. “Così a bruciapelo non so cosa dirle. Le farò sapere qualcosa in settimana.”

“A presto allora,” disse il prete mettendo giù il ricevitore.

Le stagioni ora correvano a rotta di collo, così la vita di Fiorenza, tutto infatti si era messo a correre in quell’ultimo tempo a più non posso, nulla si fermava più e ogni cosa veniva risucchiata nel vortice d’un buco nero che si spalancava sempre con maggiore voracità lì di fronte a lei.

Non aveva perso l’abitudine di guardarsi e parlarsi davanti allo specchio. Con un paio di occhiali neri, scrutava minuziosamente lo sfacelo degli ultimi anni. Non c’era più scampo, il tempo si era ormai prepotentemente impossessato del suo corpo. Questo le sfuggiva via alla velocità della luce e ciò ogni qualvolta si guardava allo specchio, proprio come stava facendo adesso che vide spuntare una lacrima sul suo volto. Abbozzò una smorfia, si tolse dallo specchio, andò a vestirsi, poi prese la borsa e uscì.

“Le restituisco L’isola del tesoro signorina Fiorenza, e prendo questo,” disse il giovane Edoardo.

“Vediamo cos’hai scelto questa volta” fece lei. Incompreso. Non lo conosco. Mi racconterai la storia quando l’avrai letto, d’accordo?”

“Sì, d’accordo. Lo farò, signorina Fiorenza.”

“Bene, adesso firma qui.”

Era inverno e il monte Camino era di nuovo carico di neve, le colline bagnate e i campi sterili. Una figurina esile ma piena di spirito, sedeva vicino alla finestra della ormai avviata biblioteca del comune di Bilio. Fiorenza l’apriva tre volte alla settimana. Il suo viso rassomigliava a un campo arato, era pieno di rughe, di vecchiaia, ma ancora bello, una bellezza che solo lei vedeva. Il suo cuore era sgombro di illusioni e delusioni, i suoi occhi sfavillavano di luce, i suoi capelli bianchi come la neve che proprio in quel momento iniziava a scendere. Le piaceva molto sedersi vicino alla finestra, quand’era in biblioteca, e guardare le montagne, la campagna, il mutare delle stagioni, lo sbocciare dei fiori, il garrire delle rondini, l’odore delle messe, e poi di nuovo vedere la prima neve che si posava ovunque, come allora, lenta, pigra, dolce. Questi mutamenti naturali la consolavano, trasformavano e le confermavano la sua natura: lei era quel che era. Ma cos’era, poi, in fin dei conti, Fiorenza, sogno o realtà? Non lo sapeva. Forse l’uno, forse l’altra o forse tutt’e due messi insieme. Quello che però importava a lei, era che si sentiva paga e felice, paga e felice di aver detto “Sì” a quello che era e non a quello che gli altri avrebbero voluto che fosse.

UN INVITO: Se l’articolo è stato di vostro gradimento, passate parola, condividetelo, criticatelo, dite ciò che pensate. Per crescere e maturare culturalmente (non biologicamente, di questo si occupa la natura), abbiamo bisogno di comprendere, di comunicare, di confrontarci, di dire la nostra, brutta o bella che sia. Fatelo! La vita è qui e ora e poi mai più. Non perdetevi questo confronto con voi stessi e coi vostri simili. Siamo tutti degli esseri umani. Vale a dire, nessuno uomo è più che un uomo. È così che Orazio Guglielmini parla agli amici del Web.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *