La fisica come esercizio spirituale (riveduta)

 

Il cervello ha tre principali modi di pensare, almeno così ci dicono gli antropologi: istintivo, razionale e meditativo. Il primo è il più veloce, il secondo è il più riflessivo e il terzo il più contemplativo.

Per dare qualche esempio, potremmo dire che il primo, il pensiero istintivo, è naturale, non possiamo governarlo, non ne abbiamo il controllo. Se toccassi un oggetto rovente col dito, l’immediato trarsi indietro della mano sarebbe istintivo. Questo modo di agire e reagire di fronte all’imprevisto è determinato, non dipende da noi, e può essere salutare, ma anche fatale, come quando ci immobilizziamo di fronte a un pericolo.

Il secondo, il pensiero razionale, riflette su come fare o realizzare qualcosa prima di agire. Se volessi organizzare una cena, prima dovrei pensare alla data, poi al numero degli invitati, poi al menu, poi a come assegnare i posti a tavola, poi come distribuire le vivande, le bevande, ecc.

Il terzo, il pensiero meditativo, senza che noi ce ne accorgiamo, ci viene in mente nei modi più inconsueti, magari mentre passeggiamo in una stradina di campagna oppure mentre stiamo riflettendo su certi comportamenti nostri o su quelli degli altri. La meditazione appoggia l’intuizione, è un pensiero ruminante. Vedere un albero è vedere anche la foresta e viceversa. Nella meditazione affiora il pensiero a priori, quel modo di pensare che cerca di prevedere ciò che potrebbe o non potrebbe succedere in certe azioni e situazioni.

Di questi tre modi di pensare a noi interessa il primo, quello che ha a che fare col pensiero istintivo. Ovvio, anche gli altri due, il pensiero razionale e il pensiero meditativo hanno il loro peso, ma il primo è più determinante.

Cosa succede nel nostro cervello, nei nostri miliardi di neuroni e di sinapsi quando facciamo un’esperienza forte? Si stampa in esso. In seguito si trasforma in ricordo, in esperienza vissuta e, infine, si materializza, diventa parte integrante del nostro cervello intellettualizzato. È l’inizio del culturale e dello spirituale.

 

Lo spirituale fisico

Non è difficile capire questo concetto. Il nostro mondo è un recipiente zeppo di atomi appeso al cielo. In altre parole, è tutto materia grigia e non grigia, ma pur sempre materia. Quando pensiamo al nostro gatto, ad esempio, pensiamo a lui in modo fisico, perché il pensiero gatto è composto da atomi, molecole, cellule, tutte cose fisiche. Non ci sono che queste in tutto quello che scorre e formicola nel nostro cervello e nel nostro corpo.

Quali sono, allora, le esperienze che crea lo spirituale? Praticamente tutte. Quelle più ovvie sono le esperienze che scaturiscono in noi da forti emozioni, come la meraviglia, lo spavento, lo stupore, lo shock, l’amore, i terremoti, la furia d’un mare in tempesta, lo scatenamento d’un tornado, la guerra, la perdita d’una persona cara, il senso dell’ignoto. Queste esperienze e molte altre ancora, creano nella nostra psiche delle forti impressioni, sentimenti, stati d’animo, emozioni, tutte cose che s’imprimono fortemente e profondamente nel nostro cervello. Sono esperienze che si fissano e si cristallizzano in noi e che, col tempo, diventano parte del nostro patrimonio mentale e spirituale.

Ha un nome tutto questo? Sì, anzi, ne ha tanti di nomi, ma uno in particolare, il sublime. Questo succede tutte le volte che ci troviamo di fronte a qualcosa di straordinario, unico, com’è stato il caso del Viandante sul mare di nebbia nel quadro del pittore romantico tedesco, David Caspar Friedrich. Di fronte a una tale vista, a un tale panorama fatto di montagne, picchi, rocce, ghiacciai, abissi, valli, alberi, nuvole, cielo, si rimane fortemente scossi, turbati, impressionati, proprio com’è successo al Viandante nel dipinto di Caspar. Lui così microscopico a confrontarsi con qualcosa di così immenso e spettacolare! È, la sua, un’emozione mozzafiato, straordinaria, di grande stupore e meraviglia. Un vero e proprio assalto alla materia grigia, al cuore, allo stomaco (anche il cuore e lo stomaco hanno un cervello) e a tutto il resto del corpo. È a questo punto che scatta l’esperienza del sublime che si stampa nel cervello e dalla quale scaturiscono il culturale e lo spirituale.

Ci sono altri modi per acquisire lo spirituale? Molti, tanti quanti ci sono esseri umani sulla terra. Lo spirituale fa parte della nostra biologia, della nostra vita, della nostra cultura e ogni individuo produce il “suo” spirituale. C’è lo spirituale di tutti i giorni, della routine, della vita semplice, del lavoro, lo spirituale che si crea fra gli amici, lo spirituale dello sport, della famiglia, lo spirituale soft, poetico, riverente, campestre. Una semplice serata trascorsa con gli amici in montagna, sulle sponde d’un fiume o in riva al mare può trasformarsi, a lungo andare, in un gradevole ricordo e, infine, in spirituale.

Come il cervello secerne il pensiero, il fegato la bile e la materia la vita, così la cultura secerne lo spirituale. È l’esperienza inconsueta spremuta dal nostro vivere che viene fuori. Una specie di sesto senso degli elementi. Siamo fatti di questa pasta, noi. Le azioni ci trasformano, diventano parte dell’innato, dell’anima, della vita, diventano un insieme e si ripresentano a noi tutte le volte che le ricordiamo. Ripetere un’azione, coltivare un sentimento, rimuginare un pensiero è dare inizio alla costruzione di idee, di ricordi, di storie. Il cervello è come un muscolo, più lo esercitiamo con argomenti nuovi e interessanti, più lo ingrandiamo, teniamo sveglio e meno corriamo il rischio di sclerotizzarci e di renderci preda dell’Alzheimer.

All’inizio della nostra civiltà, solo le esperienze istintive e forti avevano effetto su di noi. In quei tempi il cervello era più rozzo, più ottuso e meno sviluppato di quanto lo è oggi. Ci metteva molto tempo a comprendere le cose. Il senno di poi era la regola e non l’eccezione. Nonostante ciò, un ominide non poteva sempre non distinguere tra un erbivoro e un carnivoro, tra una pianta velenosa e una innocua e nutriente, tra un burrone e la terra pianeggiante, perché, se non l’avesse fatto, sarebbe stato spacciato e noi non saremmo qui oggi. Le esperienze forti non si dimenticano facilmente, per non dire mai. Sono come le offese e le ingiustizie. Raramente dimentichiamo chi ci ha ferito, fatto un torto. Tutto ciò che sconvolge i nostri sentimenti, s’imprime con forza nei nostri circuiti neuronali e non lo si dimentica più, diventa patrimonio del nostro cervello e della nostra cultura.

Di fronte a un’esperienza bella o traumatizzante, la materia grigia si cristallizza e spiritualizza. Lo spirituale è figlio della cultura e la cultura è figlia della natura. È un percorso materiale, atomico, neuronale, appartiene alla nostra fisicità. È la materializzazione dello spirito e la spiritualizzazione della mente. Se l’evoluzione potesse parlare, direbbe che per la materia il big bang è stato un momento spirituale, come la formazione delle prime stelle, il primo volo degli uccelli, il primo parto delle donne e via di seguito. Come gli atomi creano la materia, così la vita crea lo spirituale. È questo il fare silenzioso dei fenomeni, a noi capirlo.

Lo spirituale ha una storia unica. La sua ontologia è formata dalla sua stessa esistenza e unicità. Gli elementi che lo compongono sono la grammatica della vita. Prendono dimora in lui e, pian piano, giorno dopo giorno, gli crescono dentro, gli scuotono corpo, cuore e cervello. E così, via via che il soggetto li filtra, li pensa, li sogna, li sublimizza, li cristallizza, inevitabilmente li spiritualizza.

È tutto materia e particelle. La coscienza è fisica, la mente è fisica, l’anima è fisica, lo spirituale è fisico, ogni nostro respiro naturale e culturale è fisico. Non c’è altro. Invece le cose inventate sono un’estensione del nostro cervello o una fuga dalla realtà. It’s all in the head, dicono gli inglesi, e dicono giusto. Il palazzo del pensiero è una costruzione fisica, eretta dagli atomi, dalle molecole, cellule, da cose come le nuvole e come le pietre. Tutto è atomi, diceva Democrito, e diceva giusto anche lui.

 

Lo spirituale religioso

Questo è un’estensione dello spirituale fisico. Chi è Dio? Un vecchio dall’aspetto buono e con la barba bianca. Chi è la santa Vergine? Una donna. Chi è Gesù? È un personaggio prodotto dall’immaginario. È fiction. Chi sono gli angeli? Bambini con due ali bianche d’un cigno incollate al posto delle braccia. Dove si trova la città celeste? Prima era a Gerusalemme e poi è finita in cielo. Eccetera.

È chiaro, da quello che abbiamo appena detto ne “lo spirituale fisico”, che “lo spirituale religioso” è solo una volgarizzazione dello spirituale fisico. Non può essere diversamente. Nello spirituale religioso non c’è nulla di originale, di genuino, di propriamente trascendente, quindi religioso. “Abbiamo inventato l’ideale celeste per negare il reale terrestre”, dice Nietzsche e dice giusto.

Lo spirituale religioso è una costruzione dello spirituale fisico. È un sottoprodotto. Prendete un oggetto qualsiasi d’una cara persona scomparsa, diciamo il suo braccialetto e lo mettete su un comodino, uno scaffale, una mensola, dove desiderate e iniziate a guardarlo, a toccarlo dolcemente pensando alla persona scomparsa a cui apparteneva e vedrete che nel giro di qualche mese il braccialetto per voi diventerà l’oggetto più spirituale e caro che avete in casa. Ecco lo spirituale vero, reale, fisico. Prendete ora un’icona della santa Vergine che vola in cielo, appendetela a un muro di casa vostra o dove volete. Poi iniziate a guardarla, a pensare che è stata lei, una semplice donna del popolo che ha partorito Gesù Cristo, il nostro Signore. Poi continuate a pensare a lei mentre vola in cielo, mentre siede a fianco al trono di suo Figlio in paradiso, eccetera, eccetera, e vedrete che nel giro di pochissimo tempo siete impregnati dalla spiritualità di questa Santa. Ecco lo spirituale falso, irreale, metafisico.

Lo spirituale vero nasce da cose vere; lo spirituale falso nasce da cose false. Non perdetevi questa differenza.

 

UN INVITO: Se l’articolo è stato di vostro gradimento, passate parola, condividetelo, criticatelo, dite ciò che pensate. Per crescere e maturare culturalmente (non biologicamente, di questo si occupa la natura), abbiamo bisogno di comprendere, di comunicare, di confrontarci, di dire la nostra, brutta o bella che sia. Fatelo! La vita è qui e ora e poi mai più. Non perdetevi questo confronto con voi stessi e coi vostri simili. Siamo tutti degli esseri umani. Vale a dire, nessuno uomo è più che un uomo. È così che Orazio Guglielmini parla agli amici del Web.

 

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