La legge, siamo sicuri di conoscerla? racconto *

 

“La povertà può essere dolorosa,

ma le ingiustizie e le falsità

possono esserlo ancora di più.”

 

Orazio Guglielmini

 

Due vecchi amici, Gian Maria e Fausto s’incontrarono per caso in un parco. Avevano studiato insieme giurisprudenza per alcuni anni. Poi Gian Maria aveva lasciato gli studi, Fausto li aveva portati a termine. Si erano messi a parlare di tante cose e, dato che lì vicino c’era un bar e la giornata era bella, decisero di prendersi un caffè fuori sulla terrazza. Dopo essersi aggiornati sulle loro vite, i due avevano ripreso un discorso a loro caro sin dai tempi dell’università e, dopo un po’, Gian Maria capì che l’amico, su questo argomento, non aveva cambiato opinione. Decise, ritrovando la vecchia amicizia e il vecchio spirito contestatario d’un tempo, di approfondire una volta di più la vecchia questione. Sparò.

Ma cosa dici, Fausto!

Come cosa dico?

Lo sai, lo sai da che parte sta la legge, abbi almeno il coraggio di dirlo.

Io non so proprio niente, fa lui, pare invece che tu lo sappia.

E così ritorniamo alle nostre scaramucce verbali d’una volta.

Hai iniziato tu.

Secondo te, dice Gian Maria, e siamo seri, come potremmo definire la legge: neutrale, giusta, discriminatoria, democratica, come?

La legge ha una sola definizione, sentenzia Fausto sicuro di sé, è uguale per tutti.

Bravo, questo sì ch’è parlare!

Cosa ti aspettavi che dicessi?

Quello che hai detto.

Sono contento di non averti deluso, fa ironico Fausto.

Non hai per nulla abbandonato le tue idee in tutti questi anni.

Proprio così. Per nulla. E poi perché avrei dovuto? Le mie idee rappresentano la realtà sociale, senza quali, la società, per come la conosciamo, non esisterebbe.

Intanto c’è modo e modo di esistere, fa Gian Maria. E poi, sei proprio sicuro dell’efficienza e del beneficio sociale che le tue idee hanno?

Al cento per cento, risponde Fausto. La legge combatte le ingiustizie ed è uguale per tutti. Punto.

A Gian Maria, a quel “punto” di Fausto viene da ridere, un riso, il suo, che si trasforma subito in una smorfia. Ne sei veramente certo?, chiede ancora.

Certissimo.

È quello che c’è scritto nei libri, nei tribunali, nella mente di certa gente, ma nella realtà, è così?

Osi mettere in dubbio la legge?

Non solo la metto in dubbio, direi anche di più. Per me, se vuoi proprio saperlo, la legge è una merce data in vendita al migliore offerente.

Cos’hai detto?

Hai sentito.

Un prostituta, allora.

Gli americani dicono che nei tribunali non si fa giustizia, si fa legge.

Vorrebbe dire?

Vorrebbe dire che chi ha potere o il denaro vince le cause. Detto diversamente, nei tribunali i criminali diventano innocenti e gli innocenti criminali. Ecco l’anima, il cuore, il cervello e il corpo della legge.

Grande!

Sarcastico o sincero?

Indovina!

Sai cosa?

Cosa dovrei sapere?

Dovresti sapere che lavori per un padrone marcio, molto marcio. Il suo pestifero fetore ormai è vecchio di millenni.

Sei senza speranza, Gian Maria. L’avevo sempre intuito, ma ora non ho più dubbi. Ecco perché non sei riuscito a laurearti, tira fuori Fausto un po’ disgustato per come si sta sviluppando quell’incontro.

Ma non ci arrivi proprio, incalza Gian Maria lasciando perdere le ragioni per cui lui non si era laureato.

A me sfuggono sempre molte cose, fa Fausto ora un po’ maligno.

Te le chiarisco io raccontandoti una storia, propone Gian Maria con un sorriso ben riuscito questa volta.

Cosa? Una storia?

È quello che ho detto.

Non c’è un altro modo?

No.

Ok. Non ho fretta, dice Fausto contro voglia, ma al tempo stesso curioso. Raccontami pure la tua storia. Però, ti avverto sin d’ora che alla fine, sperando che non sia troppo lunga e noiosa, ti dirò come la vedo io, la legge, d’accordo?

D’accordissimo.

Puoi incominciare.

Posso personalizzarti?

Personalizzarmi?

Sì, fare di te il protagonista del racconto.

Che onore! Personalizzami pure.

È quello che farò.

Inizia!, fa Fausto dopo aver finito di bere il caffè, ormai freddo.

Partiamo così, esordisce Gian Maria. Supponiamo che tu viva in un appartamento in affitto con moglie e tre figli, due femmine e un maschio. Quest’ultimo, il più grande, ha quindici anni. Supponiamo anche che tu lavori per la Ostivetti. Siamo in un periodo di crisi, di disagio sociale, di licenziamenti e tu sei uno dei licenziati. La Ostivetti ti dà, naturalmente, la buona uscita e hai diritto a un anno di lavoro pagato al 75% del tuo salario. In banca hai un po’ di soldi.

All’inizio, come vedi, il tuo licenziamento non è uno shock. Hai dei soldini in banca, hai preso la buonuscita e prendi la disoccupazione. Tua moglie è una brava massaia, spende con perizia e cautela. Quindi, nonostante tu non lavori, nella tua famiglia si mangia.

Rassicurante, fa Fausto ironico.

Il tempo passa. Sei già a casa da un anno, ed è da un anno che cerchi un lavoro. Non lo trovi. Sei andato in tutti gli uffici di collocamento della città, hai fatto richiesta in tanti enti pubblici e privati, spedito lettere per posta normale e elettronica, bussato alle porte di molte fabbriche e di molte ditte della capitale e anche nelle piccole città vicine, ma un posto di lavoro non l’hai trovato, solo promesse.

Solo promesse, ripete divertito Fausto, o almeno così sembra.

Il tempo passa. Sono trascorsi quasi due anni da quando la Ostivetti ti ha licenziato e un nuovo lavoro non l’hai ancora trovato. La situazione economica in casa inizia a farsi sentire. Incominci a essere nervoso, stanco, un po’ sfiduciato. Non vorresti essere così, ma incominci a esserlo. Ti tiri su le maniche. Ti scuoti. Reagisci. Cerchi di ritrovare il tuo vecchio buon umore, il tuo ottimismo, l’equilibrio mentale. Senti che prima o poi un lavoro lo troverai. Diamine, hai sempre lavorato! No, non devi lasciarti abbattere, devi essere fiducioso.

Fausto sbircia Gian Maria. Non dice niente. L’altro prosegue.

Stanno per finire i quattrini e altri in vista non ce ne sono. A casa s’inizia a mangiare meno e anche roba scadente. Si profila il rischio dello sfratto. La situazione diventa pesante. Tua moglie decide di cercarsi un lavoro, ma non lo trova neppure lei. Il ragazzo smette di andare a scuola. Vuole lavorare, aiutare la famiglia. Si trova un lavoro distribuendo volantini di pubblicità per cinque euro al giorno. Non sono tanti, ma aiutano. Tu hai già venduto la macchina e la vecchia motocicletta e tua moglie la collana e il braccialetto d’oro che le avevi regalato.

A questo punto senti che qualcosa in te si sta sfilacciando, inizia a non reggere più. Senti che è come se stessi camminando in una zona paludosa e, sfinito, ti guardi intorno e non vedi altro che pantano. Non è una bella vista. Sei avvilito, demoralizzato. Eppure abiti in una città che ha sempre fornito un impiego ai suoi abitanti, e tu ora non riesci a trovarne uno. Che sfortuna, proprio uno sfigato!

Una sera bisticci con tua moglie, vola uno schiaffo, cosa mai avvenuta prima. I figli restano scioccati, senza parola. Corrono tutti intorno alla loro mamma. Vi separano. Rimangono con lei pronti a difenderla. Tu, un attimo dopo quel disgraziato gesto, ti senti l’uomo più infelice della Terra. Tu picchiare tua moglie, la madre dei tuoi figli, la tua compagna di vita! E come hai fatto? Come hai potuto? Hai già la coscienza a pezzi, ti senti un estraneo a casa tua, una merda, uno schifo di uomo. Sei mortificato, sconvolto, ti detesti. Daresti qualsiasi cosa al mondo per cancellare quello schiaffo. Non puoi. Senti che quel gesto ti perseguiterà per il resto della vita.

Non esageriamo adesso, fa Fausto, e aggiunge: Non conoscevo questa tua indole di narratore.

Grazie, fa Gian Maria, e prosegue con il racconto.

Continui disperatamente a cercarti un lavoro, qualsiasi lavoro ti va bene, ma non lo trovi. Sei abbattuto, disgustato, distrutto, ma non ti arrendi. Non puoi. La tua forza di volontà t’impedisce di arrenderti, di lasciarti andare. Senti che se non trovi presto un impiego, la faccenda potrebbe sfuggirti di mano e il fango e lo sfilacciamento potrebbero impadronirsi di te.

Trovi per qualche settimana un lavoro come scaricatore; per un paio di mesi fai l’autista d’un commerciante; svuoti una cantina piena di robaccia in un vecchio palazzo; durante una vacanza estiva rimpiazzi un tuo amico giardiniere che si era ammalato, poi più niente.

Il tempo passa. Sono passati 5 anni da quando hai perso il lavoro. Nel tuo cervello iniziano a scorrere idee strane. Mai avute prima. Non riesci a liberartene. Ti perseguitano. Senti una voce dirti: Puoi risolvere il problema se vuoi. Come? chiedi tu. E te lo dice. Mai!, fai tu. È solo un istante, fa la voce. Ti prego, diabolico pensiero, lasciami in pace, vai via dalla mia mente. È inutile mandarmi via, sono già nella tua mente, mi ci hai messo tu, dice decisa la voce. Io? Sì, tu. E cosa dovrei fare, chiedi, per risolvere il problema? Te l’ho appena detto: ammazzarti! Ammazzarmi? Sì, ammazzarti. Così? Così. Ma io non voglio ammazzarmi, non voglio morire. E poi non posso ammazzarmi, non ho il coraggio di farlo. Che idea folle! No, non lo faccio. Non voglio lasciare la mia famiglia in questo modo. Mi riterrei l’uomo più vile della terra. Mai! Anche l’istinto di sopravvivenza non me lo permette. Allora ammazza qualcun altro, fa la voce. Non faccio neppure questo. Non ho la stoffa dell’assassino, io. Mettiti a rubare. Non ne sono capace. Mi farei mettere le manette al primo tentativo. Emigra all’estero. E dove? Parlo solo italiano. E poi amo troppo la mia famiglia per lasciarla. Senza di essa non esisto. Allora sei messo proprio male, fa la voce e sparisce.

Ma cosa ti stai inventando?, dice ora Fausto poco convinto di quest’ultima parte del racconto di Gian Maria. Rifiuto di riconoscermi in questo ruolo.

È troppo tardi ora per non riconoscerti in questo ruolo, fa l’altro, e continua a narrare.

La disoccupazione non rallenta, anzi, aumenta. Solo gli statali, quelli in alto, lavorano. Questi non sanno cosa sia la crisi. I salariati, i braccianti, il popolo sono i più colpiti, sempre i più colpiti.

Chiedi aiuto ai tuoi genitori e a quelli di tua moglie, ai parenti, agli amici, ai vecchi compagni di lavoro. I genitori, nonostante i loro problemi, condividono con te ciò che hanno, qualche amico ti presta qualcosa e poi tutto finisce lì. Non sai più dove sbattere la testa. Il tuo ottimismo, la fiducia in te stesso, la tua forza di volontà, tutte cose che ormai appartengono al passato. Sei cambiato. Il fango ti domina, sei diventato un essere sfilacciato, la tua spina dorsale non regge più. Sei alla mercé della palude, del caso e dell’ignoto. Tu non sei più tu.

Un giorno ti viene la voglia di farti due passi lungo il fiume. Cammini sul bordo. È in piena. Lo guardi incantato. Quell’acqua liscia, densa, gialla che scorre davanti ai tuoi occhi ti rilassa e ti spaventa nello stesso tempo. No, non ci vuoi credere. Ma poi, come hanno fatto queste idee a entrare così prepotentemente nella tua testa? E perché continui a pensarci? La voce? Maledetta! Fai una smorfia. Ti allontani dal bordo del fiume. Ti spuntano le lacrime.

Un’altra volta, mentre ti trovi in centro e non vedi più neppure dove metti i piedi dalla fame, in un momento di totale abbandono, chiedi ai passanti di darti qualche soldo per comprarti una pagnotta. In seguito hai steso anche la mano. Non l’hai detto a casa. Avresti dovuto, ma non l’hai fatto. Certe cose è meglio tenersele per sé.

Sei alle briciole, alla fine delle tue risorse, sei spacciato, nel baratro, scendi a capofitto nel buio e nel nulla. Tua moglie sta morendo di fame, i tuoi figli altrettanto, il padrone dell’edificio fra poco ti butterà fuori dall’appartamento.

Un giorno, mentre passi davanti a un fruttivendolo, vedi che su una sedia c’è la cassetta dei soldi, incustodita. Non mangi da giorni, la fame ti divora, vuoi tanto comprarti qualcosa da mettere sotto i denti. Quando sei vicino alla cassetta, non resisti più, è più forte di te, ti viene istintivo, in automatico, niente, stendi la mano e te ne appropri.

Ti vede il padrone. Ti metti a correre. Lui ti è già dietro. Grida al ladro. I passanti non reagiscono, ma due altri commercianti lo soccorrono. T’inseguono. Urlano parolacce. Continuano a gridare al ladro. Sono più veloci di te. Sei stremato. Non ce la fai più. Getti la cassetta. T’inseguono ugualmente. Non mollano. Ti sono alle calcagna. Senti il loro respiro. Sono vicinissimi. Non hai più scampo. Ti acchiappano.

Il fruttivendolo ti guarda con disprezzo. Non ti picchia, anche se glielo leggi negli occhi che avrebbe voluto riempirti di botte. Chiama la polizia. Arriva. Gli dice che sei un ladro, che gli hai rubato la cassetta dei soldi e che ci sono un fracco di testimoni che possono confermarlo. I due poliziotti ti portano in caserma. Cognome, nome, indirizzo, professione.

Il venditore non ritira la denuncia. Era stato derubato altre volte. Ce l’ha a morte coi ladri. Li odia. Chiede che ti venga data la massima pena (i ricchi si abbracciano, i poveri si ammazzano). I tuoi non possono fare nulla per te, solo piangere.

Ti si porta davanti alla sbarra. Ti si giudica. La legge è legge. Per gli avvocati, per il giudice e per i poliziotti tu sei un ladro, un ladro e basta. Non vogliono sentir ragione. Se hai fatto quello che hai fatto perché non ci vedevi più dalla fame, fatti tuoi. Nessuno conosce o vuol conoscere la tua storia, le vere cause che ti hanno portato a quell’atto. Per loro tu hai infranto la legge, e questo basta per mandarti in galera: un anno di carcere!

Fine del racconto, dice Gian Maria.

Era ora, borbotta Fausto pensieroso.

E adesso, mio caro protagonista, continua Gian Maria, dovresti dirmi, se vogliamo capire le dinamiche di questa storia, dovresti dirmi chi ti ha messo su questa strada. Mettiamo il caso che la ditta Ostivetti non ti avesse licenziato, avresti commesso il furto? E poi perché l’hai fatto? Ti hanno dato una chance prima di commetterlo o sei stato spinto passo dopo passo, senza neanche accorgerti, a commetterlo? Cerca i motivi per tutto ciò che ti è successo. Chi ha portato la tua mano a sottrarre la cassetta dei soldi? Chi ti ha forzato a diventare, da cittadino onesto e lavoratore, da affettuoso e responsabile padre di famiglia, un violento, un ladro, un relitto sociale e, infine, senza pietà e senza un battito di ciglia, ti ha buttato in prigione? Chi, chi è stato, dunque, l’artefice della tua rovina? Pensa, rifletti, datti una risposta, Fausto!

Questi lo guardava e l’ascoltava imbambolato. Aveva perso la parola. Non diceva più niente. Gian Maria continua.

E la tua famiglia, se tu avessi avuto un lavoro, si sarebbe ridotta come si è ridotta? E tu, tu, ti saresti ridotto come ti sei ridotto: un disoccupato cronico, un ladro, un morto di fame, un mendicante, a uno che picchia la moglie? Insomma, ti saresti ridotto a una schifezza umana? Chi è allora la causa di tutto questo disastro? Sei stato tu? Il Sistema? Lo Stato? La Società? Le Istituzioni? La Legge? Chi?

E questa, la legge, quella che tu difendi con tanto di patente e con tanto ardore, da che parte sta? Non pensi che se la legge fosse stata dalla parte della giustizia, non certo di quella che esiste solo in paradiso, come dicono i tedeschi, ma di quella che dovrebbe esistere qui sulla Terra e tra gli esseri umani, non pensi che avrebbe dovuto arrestare prima di tutto quelli che sono stati la causa della tua disgrazia? Non pensi che lo Stato, insieme a tutti quelli che lo difendono, c’entrino in tutto questo? Insomma, chi è il vero autore di questa tua triste e drammatica storia?

Fausto era ormai inesistente. Non sapeva cosa dire, cosa inventarsi per tappare la bocca di Gian Maria. C’era qualcosa che gli sfuggiva in quel discorso, che non riusciva a decifrare chiaramente. Gian Maria, che intendeva andare al nocciolo del suo argomento, prosegue deciso con la sua arringa.

Nei tribunali, amico mio, come vedi e come giustamente dicono gli americani, non si fa giustizia, si fa legge e questa sta sempre dalla parte del potere, dalla parte di quelli che hanno il portafoglio pieno di soldi, di quelli che, crisi o non crisi, mangiano sempre e mangiano indegnamente! La legge, infatti, esiste solo per i poveri, non per i ricchi. Per loro la legge non è mai esistita!

Le prigioni non sono piene di ricchi o di uomini potenti, affatto, costoro le prigioni non le conoscono neppure! Sono piene di poveretti, di quelli che, per la maggior parte, le ingiustizie e le discriminazioni sociali spingono, come hanno fatto con te, a commettere infrazioni per sopravvivere. Le prigioni,  mio caro Fausto, sono lo specchio d’una società ingiusta e malvagia che più ingiusta e malvagia non può essere.

In questa società, fino a quando non la tocchi, fino a quando paghi le tasse, fino a quando accetti senza ma e senza perché le regole che ti vengono imposte dall’alto, fino a quando non muori di fame senza dire un’acca, senza ribellarti, fino a quando sei docile e buono e t’inchini al passaggio dei ricchi e dei potenti, fino a quando, infine, non ti togli le brache e te lo fai mettere nel culo senza lubrificante e senza piacere, fino ad allora tutto è democratico, tutto è giustizia, tutto è umanità, tutto è divino, tutto funziona a meraviglia: la società è perfetta; ma, se non rispetti questo mostruoso, beffardo, cinico, falso, schiavista e inumano “contratto sociale”, allora, amico mio, allora sono guai! Allora sono cavoli tuoi! Allora la società non è più perfetta. Allora tutto s’imbroglia, tutto cambia, tutto diventa dispotico, bestiale, tirannico, e la legge, la legge dei criminali legalizzati e istituzionalizzati che tu difendi, colpirà senza anima e senza cuore, proprio come ha colpito te!

Avvocati, giudici, poliziotti, tribunali, carcerieri, prigioni, boia, uno per tutti e tutti per uno, consapevoli o meno, fanno il gioco di questa barbarie sociale, sono al servizio di questa mostruosità. È questa che governa il mondo, questa che si trova nelle mani di pochi assassini d’alto calibro, un mondo, insomma, fatto di banditi con diplomi, lauree, onorificenze, patenti tutte rilasciate dalle fabbriche statali, vere e proprie fucine altamente specializzate nel crimine e nell’imbroglio. Sono questi, Fausto, tutti questi e uno per uno che ti hanno spogliato di ogni dignità, che hanno fatto di te un barbone, un ladro, un potenziale suicida, un violento e, alla fine, ti hanno buttato in prigione con il monito: “Ecco cosa succede a chiunque non rispetta la legge!”

Hai capito adesso, hai capito come funzionano le cose nella società in cui viviamo? Hai capito che tu non sei al servizio della giustizia, ma sei al servizio d’una organizzazione diabolica e machiavellica che tutto è eccetto che umana?

Quando ho capito questo, fa ora Gian Maria raccolto, quando ho capito questo, io, e l’ho capito mentre ero al secondo anno di giurisprudenza, come tu ben sai, ho capito anche che non potevo più studiare legge. E come avrei potuto? Io lavorare per una tale equipaggiatissima officina dell’ingiustizia? Io difendere questa barbarie istituzionalizzata? Mai al mondo! Avrei potuto studiare solo per come cambiarla o combatterla. Tu invece eri il soggetto adatto. La legge, non la giustizia, la legge ha bisogno di gente come te per svolgere il suo ruolo: e cioè di innocenti o di disonesti che prestano fede a questo tribunale di iene con camicia e cravatta. Il mondo, per com’è fatto, e forse ora l’hai capito anche tu, deve cambiare o sparire, Fausto. È un aut aut!

Bene. Ho finito. Adesso puoi dire tutto quello che diavolo vuoi,conclude Gian Maria. Ma cosa stai facendo? Perché ti alzi? Dove corri? Aspetta! Eravamo d’accordo che mi avresti detto cosa ne pensavi. Non andartene, Fausto. Aspetta! Dove vai, vigliacco!

 

UN INVITO: Se l’articolo è stato di vostro gradimento, passate parola, condividetelo, criticatelo, dite ciò che pensate. Per crescere e maturare culturalmente (non biologicamente, di questo si occupa la natura), abbiamo bisogno di comprendere, di comunicare, di confrontarci, di dire la nostra, brutta o bella che sia. Fatelo! La vita è qui e ora e poi mai più. Non perdetevi questo confronto con voi stessi e coi vostri simili. Siamo tutti degli esseri umani. Nessuno uomo è più che un uomo.

© 2019 Francis Sgambelluri

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