La vuotaggine è l’identità degli esseri umani

La biologia e la cultura sono diverse per molti aspetti, anche se si appartengono. La prima, la biologia, ha una storia di miliardi di anni; la seconda, la cultura, solo di alcuni milioni di anni. Biologicamente parlando, ogni parte del nostro corpo è ben distribuita, compatta, perfetta, pronta. Non è la stessa cosa con la cultura. Questa, oltre a cambiare da persona a persona, è anche zeppa di buchi, di imperfezioni, di incomprensioni ed è ben lungi dall’essere perfetta.

L’uomo, alla nascita, non potenzialmente, ma culturalmente, è tabula rasa, un baratro liscio, profondo, vuoto: vuoto di ideali, di ambizioni, di desideri, di tutto. Per quello che si sa, nessun bambino nasce gridando: “Io voglio essere da grande questo e quest’altro!”, perché, in quella fase della vita, un solo impulso lo domina: quello della sopravvivenza. La sua identità culturale non esiste. È un animale come tanti altri. Via via che cresce, però, riempie il suo vuoto culturale prendendo a prestito la vita e la storia dei suoi simili.

La persona che per prima inizia a riempire il vuoto culturale del bambino è la madre, poi gli altri componenti della famiglia e i parenti più prossimi, poi tutti gli altri, insieme agli animali, al mondo e all’universo. Ogni essere umano, culturalmente parlando, ed egli è cultura o non è niente, nasce vuoto. Il vuoto lo domina, lo divora se non l’occupa con qualche cosa.

Scrive Pascal nei “Pensieri”: “Quando mi son messo, talvolta, a considerare le varie agitazioni degli uomini e i pericoli e le pene cui si espongono, nella Corte, in guerra, e donde nascono tante liti, passioni, imprese audaci e spesso sconsiderate, ecc., ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli in una camera”, p. 242.

Io, invece, direi che gli uomini sono incapaci di starsene tranquilli in una camera, non esattamente perché si annoiano, ma perché non sopportano il loro vuoto. È questo che li spaventa, che li scaglia fuori dalle loro abitazioni e li coinvolge incessantemente con gli altri, con le cose, con la vita lì fuori. Tutto sopportano gli uomini, eccetto che il loro vuoto, eccetto che vedersi cadere in un baratro senza fondo.

Una creatura vuota, per riempirsi, deve per forza trovare un interesse sociale, ed è tutto sociale. Le istituzioni sono blocchi di pensiero che vengono calate in un corpo culturalmente vuoto o quasi vuoto. I ragazzi a scuola ingoiano “blocchi di pensiero” a tutto spiano. Una volta dentro, questa massa di pensiero, tecnica, scientifica, ideologica, può essere ruminata e digerita da colui che la ingoia, ma può anche restare indigesta dentro di lui per il resto della sua vita.

La vuotaggine, dunque, è l’identità degli esseri umani. Si riempiono solo dell’ “altro” che fanno loro. Esorcizzano la loro vuotaggine identificandosi, ad esempio, con un animale, il loro cane; con un essere umano, il loro padre; con un eroe del pensiero, Nietzsche; con un prodotto dell’immaginario, Bogududù; con un bacchettone del comunismo, il carbonaro Stachanov; con la persona amata, Giulietta o Romeo; con la professione che scelgono; con le stellette che agognano ecc. Così facendo, l’abisso culturale iniziale incomincia ad avere un fondo, a riempirsi. Più si identificano con il loro credo, più si riempiono. Di cosa? Dell’oggetto culturalizzato, da quel particolare “blocco di pensiero” che hanno preso in prestito dal mondo o dalla società.

All’inizio costruiscono il loro “io”, non quello individuale, che è ancora sfuggente, imprendibile, nebbioso, un quark fantomatico, ma l’io sociale e lo fanno copiando gli altri: copiano, dunque sono. Senza niente che li sostenga, senza l’ “altro” che gli faccia da puntello, da controfigura, sono nulla. L’alter ego è la loro vera identità, che acquisiscono solo identificandosi con la creatura o la cosa esterna a loro, reale o fiction che sia.

Tanto per dare qualche esempio, i mezzi-uomini, i parassiti, riempiono il loro vuoto identificandosi con il ruolo che adottano nella gerarchia demagogica; le testequadrate, i padroni, con gli appalti che devono portare a termine; i soldati con gli addestramenti militari, coi combattimenti; la gente che va in vacanza riempie il suo vuoto con nuovi paesaggi; quelli che vanno allo stadio riempiono il loro vuoto identificandosi coi giocatori preferiti; quelli che vanno ai concerti colmano di musica la loro vuotaggine; quelli che vanno in Chiesa riempiono il loro vuoto con un altro vuoto. Ci sono persone che si riempiono di una realtà reale e persone che si riempiono di una realtà irreale.

“La sola cosa che ci consoli delle nostre miserie è la distrazione, scrive ancora Pascal; è la più grande di tutte, perché essa soprattutto c’impedisce di pensare a noi stessi e fa si che ci perdiamo insensibilmente. Senza di lei, saremmo nella noia: e questa ci spingerebbe a cercare un mezzo più sicuro per uscirne. Mentre la distrazione ci svaga, e ci fa giungere alla morte senza che ce ne avvediamo”, “Pensieri”, p. 250.

Gli uomini hanno bisogno della distrazione, del divertimento, dell’impegno, del dover fare sempre qualcosa per sfuggire al loro vuoto, per allontanarsi dalla loro insopportabile vuotaggine. Solo in mezzo alle idee, alla gente, alle cose, in breve, in mezzo al trambusto, riescono a sopportarsi, a dimenticarsi, a morire senza sapere di essere già morti.

Spesso si riempiono la bocca di belle parole come individualità, ego, personalità, io, il sé, il self e altre megalomanie al singolare, ma cosa sono questi concetti al di fuori del contesto sociale? Al di fuori dell’ “altro”? Parole vuote. Una qualsiasi azione dell’io presuppone l’esistenza d’un oggetto e senza oggetto gli uomini sono hollow creatures – creature vuote.

Sentirsi vuoti vuol dire venire in contatto con la propria essenza culturale: la vuotaggine. È questa alla base della cultura: la sua natura. La vuotaggine, però, la si supera facendo “cose”. Ecco cosa spinge gli uomini a tenersi costantemente occupati; ecco perché non riescono a restarsene tranquilli in una camera: perché non appena si lasciano andare, il vuoto li ghermisce.

Il disincanto, l’estraneità, l’indifferenza, l’incomunicabilità, la futilità di tutto, questi fenomeni esistenziali si avvertono quando l’io si svuota di ogni interesse sociale. A questo punto, il vuoto imperante lo si deve riempire con qualche cosa, altrimenti sono guai. La nostra identità culturale non è individuale, è un’identità sociale, e solo in contatto con l’ “altro”, comunicando con l’ “altro” riusciamo ad essere, a tenerci in piedi.

Quante volte le accuse degli innamorati rimandano al vuoto che c’è in noi? Quando lui/lei dice: Credevo che due persone, vivendo insieme, avrebbero potuto conoscersi per non essere più soli. Cos’altro vogliono dire queste parole se non che senza l’ “altro” si è vuoti oltre che soli? E non solo gli innamorati. La vuotaggine è una malattia esistenziale che appartiene a tutti e ognuno deve trovare il proprio modo per esorcizzarla, sfuggirle, liberarsene.

Il problema del credere in qualche cosa è uno e per tutti: si crede in questo o in quello per riempire il vuoto che ognuno si porta dentro, in fondo all’anima. Questa esiste solo come specchio per l’altro: l’altro come cultura, come oggetto. Si prende coscienza della propria esistenza grazie all’altro. Non “altro” in cui specchiarsi, non coscienza di se stessi: senza l’altro, l’essere è perso.

Anche il senso che si dà alla vita è di natura sociale. Una ragazza senza famiglia, senza lavoro, senza amore, senza amici avverte che la sua vita non ha senso, è vuota, spenta, inutile. Poi, ecco: trova lavoro, si crea delle amicizie, incontra l’amore, mette su famiglia e voilà che tutto s’illumina in lei e la sua vita prende senso. Il destino dell’uomo è di sentirsi sempre sbattuto tra il vuoto e l’altro e viceversa.

È impossibile farsi un’idea dell’io al di fuori del contesto sociale, al di fuori dell’altro, al di fuori del “blocco di pensiero” che riceviamo dall’altro, dagli altri. Fuori dalla vita sociale l’uomo è un nulla, un “io” vuoto e smarrito in una foresta di fantasmi. Nessuno può vivere a lungo coi propri fantasmi e gli “io” che cercano di vivere fuori dalla società divengono fantasmi, impazziscono, non si sopportano, sono divorati dal vuoto che li circonda. “Sono solo, quindi vuoto, dunque perso”. Un io vuoto, senza un’occupazione, uno scopo, un amore è come un pianeta senza un astro: va alla deriva.

Ognuno riempie il proprio vuoto come può. Uno ama le motociclette, se ne compra una, la mette al posto del vuoto che sentiva prima di comprarsela, ed eccolo soddisfatto con quel peso addosso, con quel “blocco di pensiero” chiamato motocicletta. La motocicletta va ad occupare per qualche tempo, forse anche per sempre, proprio la parte vuota che c’era in lui prima di avere la motocicletta. Il vuoto è relativo. Alcuni sono veri e propri buchi neri e altri piccole cavità, alvei, basta un tappo per chiuderli.

Più l’uomo guarda il suo io individuale, più si sente rimpicciolire; invece, più si identifica con l’oggetto della sua bramosia, più si sente ingrandire, crescere. Il “conosci te stesso” non vuol dire altro che conoscere di quante cose uno ha bisogno per colmare il suo vuoto interiore. Esplorare, criticare, analizzare se stessi, è un altro modo per scoprire la dimensione del proprio abisso.

La nostra vera essenza è la mancanza di essenza. Accettare il vuoto come condizione umana significa sfuggire a tante illusioni e disillusioni e, infine, avere una realistica visione delle cose. Quindi, nessun essenzialismo, nessuna predestinazione, reincarnazione, niente di niente. Le idee platoniche e religiose sono state sempre un insulto per la vera intelligenza filosofica. Un vuoto imperante fa da padrone nel cuore degli esseri umani.

Ma con che cosa si può combattere la prepotenza del vuoto? Con l’empatia che uno sviluppa nei confronti dell’ “altro” e con la conoscenza. Solo quest’ultima, astratta o concreta, ci riscatta dalla nostra condizione di esseri vuoti. Certo, anche quelli che hanno una grande conoscenza possono sentirsi vuoti, ma da qui a diventarlo, ce ne vuole!

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Comments

  1. By cridus

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