Seconda definizione dello Stato predatore

Scrive Agostino di Ippona: “Una volta che si è rinunciato alla giustizia, che cosa sono gli Stati, se non una grossa accozzaglia di malfattori? Anche i malfattori, del resto, non formano dei piccoli Stati? Si tratta infatti di un gruppo di uomini comandati da un capo, tenuti assieme da un patto comune e che si spartiscono un bottino secondo una legge tacita. Se questo male si allarga sempre più a uomini scellerati, se occupa una regione, fissa una sede, conquista città e soggioga popoli, assume più apertamente il nome di regno, che non gli viene dalla rinuncia alla cupidigia, ma dal conseguimento dell’impunità.”

Scrive Proudhon: “Esseri ‘governati’ significa essere controllati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, regolamentati, parcheggiati, indottrinati, pregati, controllati, soppesati, apprezzati, censurati, comandati, da esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere ‘governati’, significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, recensiti, tariffati, timbrati, tosati, quotati, patentati, diplomati, autorizzati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, col pretesto dell’utilità pubblica e in nome dell’interesse generale, essere messi a contribuzione, addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussi, spremuti, mistificati, derubati; poi, alla minima resistenza, alla prima parola di protesta, repressi, multati, vilipesi, braccati, strapazzati, picchiati, disarmati, legati, imprigionati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, presi in giro, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale!”

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La vita è bella

Siamo all’inizio della seconda guerra mondiale, lettore. Siamo anche alla fine di settembre 2004. Serata un po’ fredda. Mia moglie ed io decidiamo di guardare in televisione La vita è bella. Non l’avevamo ancora visto. Era ora di vederlo, dopo tutto è stato un film da Oscar.

Inizio hollywoodiano: l’ebreo Guido coi piedi fuori dal finestrino dell’auto e il suo amico al volante scarrozzano per le strade e i prati della Toscana. Americanata perfetta.

Le avventure di La vita è bella, dunque, prendono il via, anzi hanno già preso il via. Una principessa piove dal cielo… Girasoli che s’inchinano al Sole… Biancaneve e i sette nani… Poeta poetico… Allora signora… Io credo… Biancaneve in mezzo agli insani… No, volevo dire i sette nani… Patate imburrate… Ebrei gassati… Fascisti goderecci… Un medico nazista fissato per gli indovinelli… Le biciclettate… Le risate… Le coglionate… Guarda quanto è bello quel tricolore… La scuola… Lo spogliarello stile circo equestre Tutte queste immagini e molte altre vengono tinte dall’inconfondibile stile comico equestre di Guido, Guido l’ebreo… È molto bravo lui nel fare il comico equestre, l’attore-regista…

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L’inesistenza di Dio dimostrata matematicamente

Il paragone che voglio farti qui, lettore, è tra “un concetto astratto utile” e “un concetto astratto inutile”, oltre che nocivo. Il concetto matematico, che prendo come esempio, è anch’esso un concetto creato dal nulla, proprio come quello religioso. Solo che tra i due c’è un abisso. La matematica, anche se è un concetto astratto, è un concetto astratto utile, anzi molto utile, particolarmente nella formulazione logica e nel campo scientifico. Comunque, piaccia o no, la matematica appartiene anch’essa alle creazioni inventate, alle creazioni pure, anche se, per Galileo Galilei, la natura è scritta in formule matematiche. Io, però, negli atomi, nelle molecole, nei pezzetti di carne che ci compongono, non ho mai visto un numero, una formula matematica. Of course, io non sono un Galileo!

In ogni caso, per me, come l’Indifferenza divina non ha concetto fisico, così la matematica; come l’Indifferenza divina è schiava delle sue stesse affabulazioni, così la matematica è schiava delle sue stesse formule, equazioni, simboli. Della matematica, se togli i campi in cui essa viene applicata, non rimane niente; dell’Indifferenza divina, se togli tutte le invenzioni fantastiche, altrettanto. Ambedue, in questo senso, sono realtà, sì, ma realtà vuote di contenuto. Sono invenzioni astratte. La matematica, però, è pur sempre un percorso logico, il più logico che l’uomo sia riuscito a crearsi, quindi positivo; l’Indifferenza divina è un percorso assurdo, il più assurdo che l’uomo ha abortito, quindi negativo: ecco cosa le distingue. (altro…)

Prima definizione dello Stato predatore

Con Stato predatore, mi riferisco sia a un solo Stato che a più Stati predatori. A questo proposito, voglio fare tre considerazioni.

La prima è che se questi, Stato o Stati predatori, non sono all’altezza di governare il mondo, non sono capaci di darci leggi giuste e funzionanti, di darci una società pulita, perché averli, pagarli, mantenerli, dargli da mangiare a sbafo?

La seconda considerazione è che, per quello che io so, non ci sono Stati democratici sul pianeta terra. La democrazia è una finzione, una presa in giro, funziona solo per i poverelli. Forse la Svizzera e qualche altro paese scandinavo potrebbero avvicinarsi all’idea di democrazia, ma ne sono ancora ben lungi. In Cina Russia India Giappone America Spagna Africa Portogallo Germania Italia Egitto, insomma, dappertutto nel mondo, lo Stato è un organismo predatore, parassitario, nocivo, distruttivo.

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Betty e il senso della vita

Era nata e cresciuta in una famiglia di periferia. Dura da bambina, dolce da adulta. Anche se era carina con lei, la madre non le piaceva, adorava il padre. Una volta gli chiese, doveva avere dodici anni, di insegnarle cos’era il sesso. Lui, come risposta, le aveva dato uno schiaffo. Non se l’era presa, aveva capito di aver fatto uno sbaglio. Aveva chiesto qualcosa alla persona sbagliata.

Fece la stessa richiesta, qualche tempo dopo, ad un amico e coetaneo del genitore. Questi non se lo fece ripetere due volte. Dopo averle fatto inghiottire il suo sesso, la sverginò. Betty, felice e contenta per aver soddisfatto la sua prima curiosità sessuale, era ritornata a casa in uno stato di euforia.

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L’inesistenza di Dio dimostrata evoluzionisticamente,storicamente,linguisticamente

Che cos’è un concetto? “Un concept n’est ni un mot, ni une chose, ni une image, ni un signe. C’est une idée produite par l’esprit pour penser une partie de la réalité. Concevoir une chose, c’est comprendre ce qu’elle est, c’est construire l’idée de cette chose dans la pensée” – “Un concetto non è né una parola, né una cosa, né un’immagine, né un segno. È un’idea prodotta dallo spirito per pensare una parte della realtà. Concepire una cosa è comprendere ciò che essa è, è costruire l’idea di questa cosa nel pensiero”, Bruno Giuliani, “L’amour de la sagesse”.

Il concetto d’una cosa ha a che fare con la “verità” di questa “cosa” che ci siamo creati noi lungo la storia. Te ne darò quattro esempi, lettore, due astratti e due concreti. Nel primo ti parlerò di come si è formato il concetto di “Dio”, nel secondo di come si è formato il concetto di “America”, nel terzo del concetto di “pige” e nel quarto del concetto di “Gud”. Prima, però, voglio descriverti, in nuce, un personaggio molto importante della nostra evoluzione.

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L’arte di vivere ha un prezzo (2)

Come tutte le cose degne di rispetto, anche l’arte di vivere ha un prezzo: si manifesta solo a colui che si è emancipato culturalmente da ogni cosa. Non ci può essere un’arte di vivere per un soggetto che subisce il pensiero altrui. Un pensiero estraneo al suo, che si insinua in lui, che gli ordina direttamente o indirettamente di vivere così e così, non lascia spazio ad un’arte di vivere. Che arte di vivere ci può mai essere per colui che vive secondo le idee degli altri? Un “io” dipendente è come un burattino manovrato da un burattinaio.

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Per un’arte di vivere (1)

Da giovane, volevo possedere un’arte. Non un’arte come quella che si trova nei dipinti, nei romanzi, nelle composizioni musicali; tanto meno un’arte di vestire, di abbuffarsi, un’arte dei gesti calcolati, delle battute argute. Nulla di tutto questo. La mia voleva essere un’arte di vivere che fosse conforme alla natura delle cose e all’essenza dell’uomo visti come realmente sono. Era questa l’arte che cercavo e questo tipo di arte non poteva nascere che da una conoscenza del reale e non del fantastico.

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Gli emeriti nullità

Di questi Il Paese delle meraviglie straripa. Sono dappertutto. Una gramigna appiccicosa, con radici profondissime, non facilmente sradicabili, quasi indistruttibili. Per gli emeriti nullità, cioè i parassiti d’alta classe, i loro “diritti” sono tutto; i loro “doveri”, non menzionarli neppure! Gli emeriti nullità hanno il diritto di violare le leggi, il diritto di rubare, di sfruttare, di ingannare, di bastonare, di dire menzogne, di prendersi gli onorari più alti del paese, dell’Europa, del mondo; di non sentirsi responsabili di tutto ciò che combinano, pasticciano, fanno;

gli emeriti nullità hanno il diritto all’immunità, il diritto di prendersi una pensione da capogiro, di avere guardie del corpo, di fare guerre, di avere, da un momento all’altro, nel caso prendessero un raffreddore, i dottori più brillanti al mondo; di avere a loro disposizione i migliori cuochi del paese, di avere funerali di stato, il diritto di farsi leggi su misura, a pennello, come si dice;

gli emeriti nullità hanno il diritto di sprecare il sudore dei lavoratori come gli pare e piace; di andare a Bruxelles e dire balordaggini a tutto spiano, di aprire le casse di quelli senza cui cui nulla nasce, cresce o fiorisce e di servirsi a loro modo e piacere; gli emeriti nullità sono degli onnipotenti e come tali si comportano. Bogududù nei loro confronti è nulla e loro sono tutto.

Una volta il paese dei meravigliosi aveva un “re”, un solo “emerito nullità”, un solo parassita; oggi, grazie a mio nonno, ne ha a migliaia!

Vedere Il Paese delle meraviglie

 

 

Credere è un business

Credere è un business, un business fantastico, metafisico, ingenuo, tutto quello che si vuole, ma pur sempre un business e una fuga dalla realtà. Ma che cos’è poi che spinge la gente a credere, prima i rappresentanti ufficiali della Chiesa e poi i comuni mortali?

Per quello che riguarda i primi, i preti, non ci sono dubbi: il loro credo è un business, uno sporco business, il più sporco business della terra: insegnano il falso e la morte, ma è pur sempre un business. E, fino a quando ci sono degli ingenui che abboccano, che comprano il loro prodotto, perché dovrebbero, loro, i preti, farsi scrupoli di coscienza? Non sono forse anche loro creature fragili, con dei vizi e corruttibili come tutte le altre? Non sono anche loro toccati dalla mala fede, dall’interesse materiale, dal piacere, dall’avere, dal voler vivere alle spalle degli altri, dall’egocentrismo, dal fanatismo, dalla megalomania, dall’infantilismo, dal dire menzogne, come tutti gli altri? È chiaro che loro ci credono, ma lo fanno per interesse, per el particulare loro, direbbe Guicciardini, in breve, per business.

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Che cos’è il battesimo?

Infatti, che cos’è il battesimo? Intanto gli apostoli non sono stati battezzati e Gesù stesso (ammesso che sia esistito), anche se è stato battezzato da Giovanni, non ha mai impartito il battesimo. Allora? E cosa vuol dire poi essere battezzati? Lavarsi dal peccato. E quale peccato? E che peccato ha mai potuto commettere un bambino ancora in fasce? Ma insomma, stiamo dando i numeri? E in ogni modo, al tempo degli apostoli, si battezzava gente già adulta, gente che aveva avuto il tempo di pensare e scegliere se voleva o non voleva essere battezzata; se voleva o non voleva credere in un dio. Gesù stesso è stato battezzato a vent’anni e più.

Ancora oggi, nel linguaggio della Chiesa, il battesimo è rimasto una confusione totale. San Bernardino da Siena, e prima di lui Agostino, diceva che i bambini appena nati non avevano un’anima e quindi non meritavano il regno dei cieli. Oggi la Chiesa, dimenticando tutto il suo sanguinolento e mostruoso passato, sostiene che lo zigote, l’embrione, il feto, la vita biologica sono sacri, mentre fino a qualche secolo fa i bambini non battezzati non erano neppure degli esseri umani, neppure degni di essere seppelliti cristianamente! Le monache, infatti, nei monasteri, come li partorivano li buttavano nelle fogne, li seppellivano in cimiteri improvvisati, ovunque ma non come esseri umani e battezzati.

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Un incubo che si trasforma in un sogno

Sogni. Sogni che stai cadendo. Prendi coscienza. Stai cadendo di brutto. È già confusione. Ti senti invaso dall’ansia, scattano le mani. Si dimenano. Cercano di afferrare qualcosa. Non trovano nulla. Cadi. Sei già nel vuoto. Tutto il tuo corpo entra in azione alla ricerca d’una presa. Niente, non trova niente. Ti dimeni, ti contorci, precipiti. Senti, senti che stai schizzando nel vuoto ad una velocità pazzesca; senti che presto ti sfracellerai al suolo. E dove? Non lo sai. Non vedi niente. Sprofondi, divori l’aria a testa in giù. Stupendo! Cadi cadi cadi! Dove andrai a sbattere?

Non riesci ad urlare; vorresti ma non riesci. Ancora ti dimeni. Ti dimeni nel vuoto, nell’aria, nel nulla. Sei nudo, sei vestito, sei come? Che importa? Importa. A volte ti sembra di essere nudo, altre volte di avere qualcosa addosso, ma questo non cambierà comunque il tuo destino finale. È ormai segnato. Ne sei conscio. Addio! Fuck you all! Doveva pur finire prima o poi, ma così non l’avevi mai pensato. Cadi cadi cadi!

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L’America e l’inevitabile 11 settembre

Quando il presidente degli Stati Uniti dice “Dio salvi l’America”, a cosa ti fa pensare, Rossi? A me, per dirti la verità, a più di una cosa. Mi fa pensare che, in questioni religiose, sia un idiota totale oppure mi fa pensare che chi “tiene il potere” può permettersi di dire qualsiasi stupidaggine o, ancora, che è schiavo della Costituzione americana. Se è così, come il religioso deve sottomettersi ai dogmi della Chiesa, lui deve sottomettersi a quanto è scritto nella Costituzione.

Inoltre, quando dice “Dio salvi l’America”, sta dicendo esattamente questo: “Possa l’America continuare a sfruttare il mondo come ha fatto fino adesso!” E Dio, quindi, secondo la logica di questo signor presidente degli Stati Uniti, ossia della Costituzione americana, Dio dovrebbe aiutare, non i paesi in miseria, non i paesi che stanno morendo letteralmente di fame, ma il paese più ricco della Terra, l’America! Ecco il senso di “God save America!” ed ecco anche il senso di giustizia all’americana!

L’America, subito dopo l’Indipendenza, quando sentiva ancora il bruciore delle scudisciate ricevute dal vecchio Continente, era contro tutte le monarchie europee in generale e quella inglese in particolare. Non era, però, come si suol pensare, contro tutte le ingiustizie. Non è vero che aveva un forte senso dell’uguaglianza e della giustizia tra i popoli. Nella Costituzione americana c’è scritto:

“Il testo originale approvato a Philadelphia nel 1787 accetta la schiavitù e incorpora addirittura fra i suoi principi la ripugnante legislazione contro gli schiavi fuggitivi; lascia intatte le restrizioni al diritto di voto stabilite dai singoli stati che escludevano gli Afro-americani, le donne e gli Indiani; affida il potere di eleggere il Presidente della Repubblica ad un ristretto numero di grandi elettori composto da cittadini di provata probità e saggezza (norma per altro caduta presto in disuso): sancisce che i senatori siano eletti dalle assemblee legislative degli stati e non dai cittadini; accorda un potere esagerato a minoranze privilegiate; riconosce ad un’istituzione non elettiva quale la Corte Suprema la facoltà di dichiarare incostituzionali leggi approvate dal Congresso e ratificate dal Presidente; assegna infine al Congresso, vera istanza democratica dell’intero sistema, poteri molto limitati in materia di governo dell’economia”, La Stampa, Tuttolibri, “I buchi neri dell’America”, un impero nato dalla più cruenta guerra civile, 25 aprile 2003.

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Le cose devono cambiare, ma non per restare le stesse

I frutti bisogna raccoglierli quando sono maturi. Il tempo è arrivato.  È il tempo della ragione, non quella dei parassiti e tanto meno quella degli intellettuali al loro servizio, ma il tempo della ragione popolare. Il popolo è cresciuto, è diventato saggio ed è l’unico ad avere una morale sana e umana.

La ragione popolare dice che noi viviamo in un mondo capovolto: quelli che non lavorano, i parassiti, hanno tutto; quelli che lavorano, il popolo, non ha niente. Ora, quale ragione ragionante potrebbe ammettere una tale assurdità? Nessuna! Coloro senza cui nulla nasce, cresce o fiorisce non posseggono neppure le loro vite; invece coloro che vivono solo per alimentare il loro egoismo, hanno tutto! Su, dài, qui c’è qualcosa che la ragione e l’umano non accetteranno mai!

Lei usa spesso la parola “parassita” nei suoi scritti. Vuole dirci chi sono questi signori?

La chiesa cattolica è un organismo parassitario, lo stato predatore è un organismo parassitario, il capitalismo è un organismo parassitario, la monarchia è un organismo parassitario; i mass media sono un organismo parassitario. Tutti questi organismi parassitari vivono sulle spalle del popolo, non producono nulla, prendono e basta, e prendono molto, si prendono tutto! Per proteggere il loro fare, i parassiti si sono creati un esercito, si sono creati delle guardie del corpo, esercito e guardie del corpo formattati da loro e che ubbidiscono solo a loro. Sono stato chiaro?

Chiarissimo.

I parassiti, oggi nel 2011, ci urlano addosso giorno dopo giorno che viviamo in una crisi globale. Bene, noi ci chiediamo allora: Chi l’ha creata questa crisi? E la risposta è: Sicuramente non i popoli lavoratori. I popoli lavoratori non creano crisi, creano nutrimento, creano opere, benessere, vita. La crisi l’hanno creata i parassiti. Sono loro, sempre loro, unicamente loro gli autori e i forgiatori di crisi, di ogni crisi e le crisi sono sempre esistite ed esisteranno sempre e questo fino a quando un solo parassita su tutta la faccia della terra resterà in vita. Ci siamo fin qui?

Sì, tutto chiaro.

Il genere umano, sin dalla sua nascita, ha sempre subito questa ingiustizia e mostruosità storica. Certo, non si può pretendere molto da un bipede, ma ci dovrebbero essere dei limiti. Il parassita non li conosce. Li ignora. La bestia in lui è diventata troppo bestia e se non la si ferma saranno guai per tutti; guai per il pianeta e per tutte le specie che lo abitano. Non c’è più tempo da perdere. Se vogliamo aggiustare le cose, dobbiamo fare un po’ di lavoro. Non un lavoro sporco. Il lavoro sporco lo fanno i parassiti. Non sanno fare altro che questo. Il lavoro del popolo non è un lavoro sporco, è un lavoro pulito. Questo consiste nel ribaltare radicalmente la situazione economica e sociale in cui viviamo. In altre parole, dobbiamo fare in modo che le cose camminino nel giusto senso: piedi per terra e testa in alto e non come si cammina ora, testa per terra e piedi in alto. Non è così che ci ha fatto la natura. Non è chiaro?

Spieghiamoci meglio. Ad esempio, quale ragione darebbe ragione al lupo quando dice all’agnello: “Tu mi stai sporcando l’acqua!” Attenzione! Il lupo è a monte, l’agnello a valle, come potrebbe sporcare l’acqua al lupo? È lui, il lupo, che sporca l’acqua all’agnello e non viceversa. Esopo conclude la favola dicendo che non c’è difesa che valga di fronte alla bestialità. Ed è così che stanno le cose tra parassiti e lavoratori. C’è, però, una bella differenza tra lupo e agnello e parassiti e lavoratori. Il lupo è il lupo, applica la legge della giungla, mentre il parassita applica la legge sociale. Questa, per com’è stata escogitata dai parassiti, è un milione di volte più brutale e mostruosa di quella del lupo. Chiaro fin qui?

Chiarissimo, grazie.

Il lavoro che i popoli devono fare, è prendersi tutto ciò che gli appartiene. Ed è tutto loro. Tutto quello che posseggono i loro nemici, i parassiti, l’hanno rubato a loro, ai lavoratori. Anche le loro vite appartengono al popolo. Che se le prenda, è un suo diritto. È lui, col suo lavoro e con la sua bontà d’animo, che le ha ingrassate!

Se si vuole respirare dell’aria pulita e vedere i bambini giocare e i vecchi sorridere e la pace e la giustizia e l’amore sulla terra, ci si deve tirare su le maniche e pulire il mondo. Pulirlo! E una volta pulito si dovrebbe fare in modo che l’ “Umano” non sia solo una parola e basta, ma una realtà di cui si può andare fieri. La massima dovrebbe essere: Fino a quando una sola persona nell’intero pianeta viene ingiustamente maltrattata, tutte le istituzioni che lo governano non sono degne di esistere. Vedere Lo  Stato predatore.

Buon lavoro!

 

Il Titanic affonda, così l’Italia

I parassiti al potere, e diciamocelo tutto in una volta, non sono all’altezza della situazione politica attuale. Continuano, senza vergogna e senza coscienza, a menare il can per l’aia, a giocare, come sempre, sulla pelle del popolo. Tutto qui. Perciò, chiunque di loro, partito o parassita che sia, lo si metterà sul cadreghino nel Palazzo dell’Eldorado, sarà un fiasco, e sarà un fiasco perché non ha né la cultura né la professionalità né la capacità né il carattere e la grinta di confrontarsi con rivali agguerriti e preparatissimi.

In altre parole, un paese che è nato, cresciuto e pasciuto di superstizioni, di provvidenza divina, di dogmi, di oscurantismo di ogni tipo; un paese pesta petto, un paese abbeverato con l’acqua santa, un paese zeppo, non di una cultura e di un’arte realista, ma di una cultura e di un’arte fatta di madonne, di cristi e di Bogududù, un paese in cui domina il nepotismo, la truffa legalizzata e la mafia, non ha nessuna chance di farcela nel mondo della competizione e della scienza in cui viviamo. I “fatti” sociali e della vita non sono cose per santi, per mezzi-uomini, quarti di uomini, nulla di uomini. Il “ventre molle” d’Europa non ha alcuna possibilità di restare a galla quando si deve misurare coi paesi dal “ventre duro”.

Cercare le cause, le ragioni che hanno portato l’Italia in un mare tempestoso e senza pietà è fondamentale. Certo è un lavoro minuzioso obiettivo duro questo e il lavoro duro, ma anche soft, come si sa, ai parassiti non piace affatto. E allora? E allora niente. Come non detto. Solo questo: l’Italia affonda!

Ora, lettore, in questa drammatica situazione, se tu potessi salvare solo 3 cose de Il Paese delle meraviglie, cosa salveresti? Io ci ho già riflettuto. Salverei per prima cosa il Parmigiano Reggiano, poi il vino Barolo e in ultimo la Ferrari. E tu?

Deciditi prima che sia troppo tardi!

 

 

 

Il treno Milano-Torino: una latrina mobile

È sabato 3 settembre. Ore 17 e 11. Sei alla stazione centrale di Milano. Il tuo treno parte alle 17 e 13. Hai due minuti di tempo per prenderlo e sei a cento metri da esso. Corri col bagaglio in mano. Quando arrivi al treno, pensi di avercela fatta. Provi ad aprire la porta. Non si apre. Ti accorgi che la carrozza è chiusa. Corri alla prossima. Lo è anche questa. Allora ti precipiti verso la terza. Diamine! Pure questa è chiusa. Ti mancano ormai le forze. Il capo stazione sta per fischiare. Ancora uno sforzo. Su, dài! Corri. La porta della quarta carrozza è aperta, grazie a Bogududù! Sali. Il treno parte.

Fa un caldo bestiale, afoso, soffocante, insopportabile. Sei pieno di sudore. Hai il respiro corto, ma sei contento di avercela fatta. La carrozza è zeppa della solita fauna. Vorresti sederti. Non trovi posto. La gente inizia a spostarsi. Va in cerca di una carrozza meno affollata. Qualcuno si alza. Ti precipiti. Riesci. Ti siedi. Tiri fuori dalla tua sacca una bottiglietta con l’ultimo goccio d’acqua. Te lo butti addosso. Quel liquido sul corpo ti fa sentire un po’ meglio. Respiri anche meglio. Ma sei ancora tremante ed esausto dalla corsa. Il corridoio è ancora zeppo, i posti tutti occupati. Stai male comunque. Speri in un miglioramento. Prendi dalla borsa un block-note e lo usi come ventaglio. Ottima idea. Ti aiuta. Senti che le energie ritornano.

Occupi un posto vicino al corridoio e siedi nel verso in cui va il treno. Davanti a te, sulla fila di sinistra siede una ragazza cicciottella. Tiene un librone di scuola aperto sulle gambe, ma non legge, parla al telefonino. Sulla tua destra c’è una signora sulla cinquantina e di fronte a lei un signore. Parlano. I tuoi occhi si spostano sui vetri della finestra vicino a loro. Sono incredibilmente sporchi. I sedili sono vecchi, sozzi, consunti. Il corridoio? Sporco anch’esso. Tutto questo ti deprime. Senti il bisogno di andare in bagno. Hai un’ora e più di viaggio. Non ce la farai mai ad arrivare a casa. Ti fai coraggio. Lasci tutto lì e vai in cerca d’un bagno. Lo trovi. È occupato. Aspetti. Si libera. Entri. Per poco non svieni. Cosa fare? Ti fai coraggio. Ti otturi il naso quanto puoi. Ti adegui. Sganci. Finisci. Hai sporcato le scarpe. Era inevitabile!

Ritorni al tuo posto. Segui uno spezzone di conversazione della signora e del signore seduti vicino a te. Lui dice che bisognerebbe metterli tutti in una gabbia, buttargli addosso del petrolio e poi appiccare il fuoco. In seguito fa il nome d’un individuo squallido che più squallido non si può. Volevi conoscere il suo nome, ma ti è sfuggito. Incominciava con la “c” e la “a”. “Costui non è degno neppure di essere affogato nell’immondizia,” finì per dire l’uomo. “Sì, ribatté lei, “ma poi, chi metteremmo al suo posto?” “Siamo messi così male?” fa l’altro. “La verità è che sono uno peggiore dell’altro,” disse lei. Niente. Conosci. Ti basta così. Non vuoi più seguire il loro discorso. Non ti interessa. Vorresti cambiare addirittura posto per non sentirli. Ma non hai la forza per farlo e non c’è un altro posto dove sederti. Sposti la mente altrove. Pensi.

Ti vengono in mente i treni pieni di ebrei, zingari e altri; ti vengono in mente i treni africani, indiani; non puoi evitare di pensare ai treni che trasportano bestiame e ti chiedi: erano/sono anch’essi così sudici? È tollerabile un tale scempio in un paese europeo? E poi nel Bel Paese, il paese delle meraviglie? Non ce la fai più. Scoppi. Vedi, senti, pensi, pensi che il treno su cui stai viaggiando è una latrina che si muove sui binari. Lo sporco è ovunque: sui sedili, per terra, sui vetri, nell’aria putrida che circola nei corridoi. Il gabinetto, dove hai appena fatto esperienza, è inavvicinabile, solo merda e piscio. Vagoni così squallidi è difficile trovarne altrove, neppure nei paesi del Quinto Mondo.

La stizza, e te l’hanno scatenata i tuoi vicini, non è finita. Sei alla sua mercè, alla mercè della stizza. Sai che le parole sono inutili. Conosci i parassiti che ti governano meglio di loro. Allora pensi a bombe, a fucili, ad armi. Gli unici che cambierebbero questo schifo. Cosa fare? Come risolvere certi insulti? Il popolo lavoratore, colui senza il quale nulla nasce, cresce o fiorisce lo si tratta peggio delle bestie da trasporto! Cos’altro deve ancora subire? C’è un limite? Perché umiliare così tanto la sua dignità di essere umano? A questo punto senti che vorresti fare il mondo a pezzi, senti che sei schifato, senti che vorresti cambiare paese e, infine, ahimé!, senti che il tuo è solo uno sfogo, lo sfogo di un poveretto. In fin dei conti, sotto sotto, senti che sei solo un vigliacco e che quello che in realtà ti interessa è arrivare a casa, mangiarti il tuo piatto di spezzatino con patate, berti il tuo bicchiere di vino, accendere la televisione e sperare di non tirare le cuoia durante la notte.

 

2011, il papa a Madrid

Intanto c’è da dire che i cinquecentomila giovani (così dicono i mass media) che sono andati in Spagna per incontrare il papa, sono pochissimi se si pensa che ci siano nel mondo un miliardo di credenti. Inoltre c’è da dire che questi giovani, quasi tutti, sono formattati dalla chiesa, appartengono alle parrocchie e hanno, sempre dalla chiesa, pagato il viaggio, l’alloggio e il vitto per recarsi a Madrid.

È triste, però, vedere come ancora oggi, una favola di cattivissimo gusto, venga imposta al popolo e osannata dai mass media.

Non è tanto triste però vedere i reali spagnoli dare il benvenuto al papa-re, perché, come si sa, la chiesa ha sempre mangiato e fatto il gioco dei monarchi. Il papa, infatti, è il più vecchio monarca europeo.

È triste, invece, molto triste, vedere Zapatero, il primo ministro spagnolo, un ateo, stringere la mano al papa, perché in quella stretta di mano c’è tanta ipocrisia e falsità, e questo non è il massimo per un capo di governo.

È triste, e questo vale per la gente sensibile e illuminata, dover sentire parlare ancora oggi, nel 2011, di un’ideologia oscurantista, dogmatica e antidemocratica.

È triste sentire ancora oggi, nel 2011, ormai sappiamo tutto della nascita del nostro universo, della nascita dell’uomo, di come si è evoluto e come andrà a finire, è triste sentir parlare ancora di Dio, di Cristo e della Madonna, quando sappiamo, matematicamente sappiamo, che sono solo e solo un prodotto della mente.

È triste vedere che ancora oggi, nonostante si sappia fino alla nausea che l’istituzione ecclesiastica è un’organizzazione retrograda e contraria a ogni progresso, che ha sempre fustigato e schiacciato la donna e che lungo la storia si è macchiata dei crimini più deliranti, è triste vedere che la si lascia ancora contaminare il popolo con le sue bugie ammazza tutto.

E da ultimo, è triste, molto triste, vedere l’accanimento che c’è da parte delle istituzioni politiche di tenere in vita, nel 2011, un così putrescente e infetto cadavere.

Insomma, ci chiediamo umilmente noi, perché, perché questi signori al potere insultano così tanto l’uomo e la sua evoluzione?

Chi desidererebbe essere più informato sull’argomento religione, veda L’Indifferenza divina, il primo libro de Il Testamento di Orazio Guglielmini.

 

 

L’unico dio dell’uomo è il suo egoismo

Tutto quello che faccio lo faccio per me e solo per me. Kant avrebbe sottoscritto queste parole. Diceva che ogni nostro atto è firmato dall’egoismo, a volte rozzo, a volte raffinato e a volte sottile. Non esiste gesto, sguardo, parola che non siano imbrattati dal tornaconto, figlio dell’egoismo. L’altruismo è un’invenzione; l’egoismo è l’essenza stessa della realtà umana. Il dio che ci governa è il dio dell’egoismo, dell’amore di sé e dei propri interessi. Ci utilizziamo tutti a vicenda e, forse, non lo sappiamo neppure. Io do una mano a te, tu dai una mano a me e così ci sfruttiamo a vicenda. In ogni coppia s’insinua la lotta, conscia o inconscia, per la supremazia sull’altro; in ogni comunità viene fuori un capo; in ogni paese un leader. Il motto di questi è: “Tutto quello che faccio lo faccio per me e solo per me.”

È il caso Berlusconi. I leaders del passato – Napoleone, Mussolini, Mao, Lenin, Hitler, Castro, Stalin – erano dominati, non dal loro egoismo, ma dalla loro ideologia, dal senso che quello che stavano facendo era la cosa giusta da fare per il loro paese e per il genere umano. Non è il caso del boss di Arcore. Questi ha radicalmente e definitivamente abbandonato i valori ideologici: il cavaliere, da quando è diventato cavaliere, senza misteri e senza vergogna, ha usato il popolo italiano solo e solo per fare i comodi suoi. Per fare questo, ha trasformato il governo, il luogo dei parassiti, in una vera e propria sartoria. Questa, sotto la sua guida, non ha altro compito eccetto quello di cucire tutti i nuovi vestiti che lui desidera.

Il parassitismo di questo signore è totale, assoluto, cieco. Nel suo cervello non c’è posto per l’altro. L’altro è profitto, è cibo, è fiction, è bla bla, letteratura, bunga bunga, è tutto quello che si vuole ma non è un essere umano. Il condottiero non sa cosa vuol dire il principio di realtà, vive unicamente con il principio del piacere. È un bimbo viziato: vuole e basta. L’atto giusto e disinteressato non esiste per lui. È qualcosa che lo trascende. Usa tutto e tutti unicamente per raggiungere i suoi scopi. Il machiavellismo l’applica in automatico. È l’essenza della sua esistenza, della sua politica, del suo modo di fare e sessanta milioni di sacchi di carne sono tutti lì per soddisfare, giorno dopo giorno, il suo egoismo e il suo gioco egocentrico.

L’uomo, è vero, è monade, è solipsismo, è tempo, un orologio biologico il cui tic tac è determinato; insomma, è tutto, ma non una creatura altruista. L’altruismo è invenzione, è metafisica, è filosofia, è poesia: stop!

Berlusconi è il primo uomo politico della storia che è riuscito, nel Ventunesimo secolo, a strumentalizzare tutto un paese per realizzare i suoi vizi e capricci, la sua sete di potere e di averi, le sue fantasie sessuali e i suoi sogni di gloria, il suo voler essere sempre al centro dell’attenzione e il suo voler avere sempre ragione. Infatti solo lui ha ragione in tutto quello che dice e fa, dato che le cose vanno sempre come le decide lui. Non ha orecchie, mai avute, per quello che dicono gli altri, per quelli che vanno in disgrazia, per quelli che diventano sempre più derelitti. Di più. Sta trascinando tutto un popolo in un burrone senza fondo e lui, thanks al suo egoismo, al cieco amore di sé e dei suoi interessi, si diletta nel vedere nella polvere i suoi nemici e il suo paese. È un distruttore, è un sadico, è un caso psichiatrico: Berlusconi ascolta e conosce solo Berlusconi. Gli altri sono fantasia, oggetti con cui lui gioca e usa a suo gusto e piacere.

La macchina biologica berlusconiana è una macchina calcolatrice. Calcola sempre. Calcola come può trarre il massimo profitto di tutto quello che pensa, dice e fa. Millenni di evoluzione e di storia sono serviti solo per rendere ancora più diabolica e inumana la sua macchina biologica: sfrutta e usa i suoi simili per trarne più profitto e benessere.

In nessun altro paese al mondo, eccetto forse in africa, il cavaliere avrebbe potuto fare quello che sta facendo ne Il Paese delle meraviglie. Ormai non lo ferma più nessuno. Ha tutti in pugno sia i suoi lecca culo che il resto dei parassiti. Può vantarsi di essere stato il primo bipede della storia ad avere utilizzato tutto un paese unicamente per dare sfogo al suo egoismo, egocentrismo, megalomania, insomma, unicamente per esaltare al massimo la bestialità parassitaria.

Vai Silvio! E tu, popolo, continua a chiudere gli occhi, così ti risparmi anche lo spettacolo mentre scivoli nel burrone.

 


 

Arrivano, arrivano i naufraghi!

Clandestini, immigrati, profughi, extracomunitari, esiliati, antipatrioti, avventurieri, ribelli, naufraghi, bestiame umano, arrivano, arrivano a ondate sulle coste italiane, e arrivano da tutte le parti. Non li si ferma più, non li si può più fermare. La fame non dà loro tregua, la fame non conosce pericolo, la fame di sopravvivenza è una legge di natura: per restare in vita ti spinge a tutto, anche alla morte a occhi aperti. Ecco fin dove spinge la povertà, povertà creata dai parassiti, da quelli che non ne hanno mai abbastanza. E così gommoni, carrette marine, barche malandate, navi arrugginite, ferraglia navigante, su qualsiasi cosa che galleggia, si muove, arrivano, arrivano i naufraghi!

La Libia, la Tunisia, l’Iraq, il Pakistan, l’Albania, la Somalia, l’Afghanistan, l’Africa scaricano sull’isola di Lampedusa, sulle coste de “Il Paese delle meraviglie” i desesperados, i pezzenti, i moribondi, i miseri, gli esseri condannati alla fame, insomma pance vuote e senza approdi. Sono i nulla, i paria, gli abbandonati, i derelitti, i dannati della terra; sono, lo vediamo e lo pensiamo, perché noi tutti, noi lavoratori, avremmo potuto trovarci al loro posto!, sono relitti umani, relitti che rappresentano lo specchio di un mondo barbaro e grottesco, un mondo che non lo si può più tollerare!

Partono, e quando partono, qualche briciola di speranza si accende in fondo al loro cuore. Però, ahimè!, non in tutti i cuori quella briciola di speranza che c’era alla partenza sopravviverà all’ardua impresa che li aspetta, perché molti di loro non arriveranno mai a destinazione. Capita che le carrette su cui viaggiano non resistano alla furia del mare o che facciano già acqua ancora prima di partire. E, come conseguenza, i fondali marini, tra la Libia e la Sicilia, l’Albania e la Puglia, sono cosparsi di cadaveri, di naufraghi, di extracomunitari, di profughi, di immigrati, di anime alla deriva, anime senza radici e senza averi.

I nulla della terra sono creature oppresse dall’ingiustizia sociale, dalla discriminazione, da leggi antidemocratiche e inumane; i nulla della terra, quando non sanno più dove sbattere la testa, allora non gli resta che rischiare l’ultima cosa che gli è rimasta: la vita, la loro stessa vita! Molti di loro, lo sanno, lo intuiscono, l’annusano nell’aria che tira intorno a loro, sanno che stanno per morire, sanno che non sbarcheranno mai in una nuova terra e che finiranno in fondo al mare. Eppure, nonostante questa consapevolezza, la disperazione, la desolazione, l’inferno del loro vivere, li spinge ad affrontare la mortale avventura. Così, quando il sogno si trasforma in un incubo, scendono, uno dopo l’altro, dopo aver fatto qualche gesto disperato tra le onde tempestose, scendono, scendono, scendono a zigzag, ma ormai privi di vita, di spirito, di tutto, scendono, trasportati dalle correnti marine, giù giù giù, sempre più giù in fondo al mare. Lì, finalmente, nell’abisso marino, trovano un po’ di requie. Ecco la loro nuova terra, vita, dimora, patria; ecco dov’è andata a finire quella briciola di speranza che c’era alla partenza: lì, in fondo al mare! Presto, tra la Libia e l’Italia, sorgerà un ponte, un ponte fatto di corpi umani, di naufraghi, di esseri che sono annegati per un pezzo di pane!

Giù giù giù, fino all’abisso più profondo, lì, il luogo di accoglienza, e che accoglienza! Voilà dove i parassiti del mondo intero e la loro politica criminale e bestiale hanno portato altri uomini: alla fame, alla disperazione e, infine, alla morte!

“Arrivano, arrivano”, grida la gente costiera, la gente dell’isola di Lampedusa, la gente de “Il Paese delle meraviglie”, “arrivano i naufraghi: figli di nessuno!”


 

Nerone brucia Roma; Berlusconi affonda l’Italia

C’è qualcosa che unisce i due personaggi? Più di una. Nerone era ambizioso e assetato di popolarità, così Berlusconi; Nerone si spacciava per cantante e musicista, così il Cavaliere; Nerone era un assolutista, così il Premier; Nerone si sbarazzò della moglie Ottavia per sposare Poppea, il boss di Arcore si separò da Veronica per dedicarsi al bunga bunga; Nerone incendiò Roma, il presidente del consiglio sta bruciando l’Italia; Nerone costruì la fastosa reggia Domus Aurea, il nostro leader la sua lussuosa villa in Costa Smeralda; sotto il regno di Nerone il malcontento e le rivolte scoppiarono ovunque nei possedimenti romani, nell’Italia di Berlusconi basta solo una scintilla per farla andare in fiamme; Nerone ormai solo e isolato si fa uccidere da Epafrodito, e il Cavaliere?

La storia dunque si ripete. Ormai questo detto lo conoscono cani e porci. Nerone bruciò Roma; Berlusconi affonderà l’Italia. Conscio o inconscio, direbbe un freudiano, è quello che il nostro duce attuale ha sempre desiderato. La sua politica è così ovvia da far rizzare i capelli anche a una strega calva. Infatti, il suo disfare lo vedono tutti, lo capiscono tutti, lo intuiscono tutti e, nonostante ciò, guarda caso, nessuno dice una parola che non sia solo retorica.

Ogni giorno che passa “Il Paese delle meraviglie”, e questo da quando il Cavaliere è andato al potere, si vede sempre più assottigliato, sempre più mal ridotto, sempre più in ginocchio. Fosse solo questo. Si vede anche più deriso, più confuso, più impotente, più disoccupato, più morto di fame, più che mai nelle mani di speculatori senza anima e senza coscienza. In breve, più alla mercé d’un futuro da capestro!

È paradossale vedere tutti quei capocchioni, genioni, talentoni, politiconi, veteranoni, teste di cuoione che stanno attorno al boss di Arcore dire sempre “Sissignore!” quando lui scoreggia, e il boss di Arcore non sa fare che questo: scoreggiare. Lo fa anche ad arte. Tutti vanno matti per le sue scoregge. Great, isn’t it? Ma perché poi nessuno alza un dito? È possibile che siano tutti ipnotizzati mentre lui prosegue tranquillamente col suo piano demolitore? È possibile che siano tutti drogati dal grande mago, prestigiatore, guru? Insomma, ci dovrebbe pure essere una ragione per tutto questo orrore!

Calma, calma, amico lettore, non perdiamo anche noi le staffe. In queste circostanze ci vuole sangue freddo e botte sicure! Stavamo dicendo? Ah, sì, la ragione. La ragione è semplice, amico mio, credimi, molto semplice. La ragione per cui nessuno fa niente tra quelli che dovrebbero fare qualcosa è che nessuno di loro desidera mettere a rischio la sua poltrona e la sua vita da nababbo. Quindi tutto rimane nell’ordine delle cose anche quando il disordine regna ovunque.

Allora ci siamo capiti, grazie a Bogududù. Comunque, ai parassiti, anche dopo l’affondamento de “Il Paese delle meraviglie”, gli rimane tantissima grana da annegarci dentro per secoli. Loro, come sempre, in queste circostanze nere e drammatiche, si godono lo spettacolo. Capito ora come stanno le cose, lettore? Bene!

Vai Nerone! Vai Silvio! E tu, popolo, preparati!

 

 

Chi vive “i tempi difficili?”

Da sempre e in tutte le epoche, la frase più gettonata dai politici è: “Viviamo in tempi difficili.” È questa la frase che non si stancano mai di ripeterci, di spararci nelle orecchie. I mass media poi condiscono ogni loro reportage con questa frase. Noi, a questo punto, non possiamo fare a meno di chiederci: “Chi è, in realtà, che vive ed esperimenta “i tempi difficili?” E una delle prime risposte è: “Sicuramente non i politici.” E come potrebbero, loro, “vivere in tempi difficili”, quando dispongono di tutto quello che i lavoratori producono? E come potrebbero, loro, “vivere in tempi difficili”, con un salario che sfiora 20, 30 mila euro al mese? Magari fosse solo questo!

A questi 20, 30 mila euro al mese bisogna aggiungere i viaggi locali, nazionali e internazionali in aero, gratis; più i viaggi in treno, bus, metro, taxi, gratis; più un passe-partout per tutte le autostrade, gratis; più cellulare, computer, telefono fisso, gratis; più macchina blu con chauffeur, gratis; più un loro personale porta borse, gratis; più cinema, teatro, tribune sportive, concerti, opera, gratis; più una mega indennità per ogni metro che fanno al di fuori del parlamento; più cliniche, ospedali, centri di benessere, gratis; più i migliori dottori al mondo, gratis; più assicurazione vita, assicurazione morte, assicurazioni dappertutto, gratis; più ristoranti e alberghi di prima classe, gratis; più panfili, spiagge, yacht, lidi, palestre di fitness, gratis; più tappeti rossi dovunque mettano piede, gratis; più teste di cuoio armate fino ai denti per proteggergli il loro preziosissimo culo d’oro, gratis; più il diritto di rovinare il Paese senza rincorrere a multe o condanne; più il passaporto e l’autorità di andare in giro per il mondo e parlare a sproposito su ogni cosa che dicono; più privilegi, franchigie, vitalizi, doppi incarichi, tripli lavori, regali a non finire, sconti da capogiro, carne cruda con cui trascorrere le notti, e tutto e sempre gratis; più il diritto di sperperare i soldi dei lavoratori senza subire critiche o condanne; più il diritto di non andare a mettere il culo in poltrona ed essere ugualmente strapagati; più avere uno studio arredato con i mobili più belli e sofisticati al mondo, gratis; più cuochi di prima classe che fanno loro da mangiare, gratis; più l’indennità parlamentare e la licenza di uccidere, gratis; più il diritto di dissanguare il popolo senza rimorsi di coscienza; più il diritto di infrangere le leggi senza essere condannati; più una pensione da capogiro dopo aver predato e devastato il Paese per anni; più vedersi giorno dopo giorno in televisione, su tutti i giornali nazionali ed esteri, sentirsi alla radio e trovarsi poi, nonostante tutto, sui libri di storia; più il diritto d’insegnare al popolo la corruzione e la bestialità dello strapotere ad arte ed essere anche applauditi; più fare affari coi mafiosi e passare per gentlemen; più il top del top di ogni cosa, gratis; più, alla loro divina morte, avere un funerale di Stato al suono di tamburo, gratis.

Scusa, lettore, mi sono fatto prendere la mano. I beg your pardon. Comunque, sei hai avuto lo stomaco e il coraggio di leggere fin qui, sei proprio un eroe! Dimmi, allora, secondo te, gli zar, gli imperatori, i maragià, i re, i califfi, i despoti, i papi, i Luigi XIV, in paragone ai nostri illustri signori politici, vivevano così altamente e fastosamente? E tu, anche tu vivi e godi di tutti questi sfarzi e privilegi? Aspetta! Abbi pazienza. Oggi non è il mio giorno. Niente, ignora queste domande. Come se non le avessi fatte. Continuiamo con il discorso dei nostri illustri politici.

Proprio così, gratis, gratis, gratis, eccetera eccetera eccetera. Bene, molto bene. Ora, visto tutto questo professionismo e finezza da parte loro; visto tutta questa loro saggezza e bontà d’animo; visto quanto stanno facendo per il nostro meravigliosissimo Paese che ha ormai la sua nomea garantita fino all’ultimo degli umani su questo pianeta; come, come, come dobbiamo noi, noi lavoratori, comportarci nei loro confronti?

Ovvio come! Che domanda! Cioè? Cioè cosa? È chiarissimo come dobbiamo comportarci nei loro confronti! Aspetta aspetta, lettore, non correre troppo in fretta. Te lo dico io come dobbiamo comportarci.

Da domani, sì, da domani, tutti, tutti quelli senza cui nulla nasce cresce o fiorisce su questa terra, cioè il popolo de Il Paese delle meraviglie, dovrà scendere in strada, dal nord al sud e sulle isole, a culo scoperto, proprio così, a culo scoperto, di modo che i nostri cari carinissimi, amati amatissimi signori politici si possano servire all’istante e con tutta la facilità immaginabile e inimmaginabile. Dopo tutto quello che stanno facendo per noi e per il nostro amatissimo Paese, dobbiamo riconoscergli quest’ultimo diritto, fare per loro quest’ultimo sacrificio: dargli anche il nostro culo! E mi raccomando, chi di voi è delicato in quelle parti tenere e appetitose, di lubrificarle bene prima di scendere in strada di modo che resistano senza dolori all’urto. Non bisogna mai lamentarsi, dire sempre “Sissignore!” e “Quant’è bello!” coi nostri cari carissimi, amati amatissimi signori politici. Per il resto, amici miei, fratelli miei, compagni di sorte, andrà tutto bene, come sempre, come in ogni epoca. Siamo generosi, dunque, dimostriamo ai nostri signori al potere quanta dolcezza e amore c’è ancora in noi. È sacrosanto trasformare per i nostri adoratissimi politici “i tempi difficili” in tempi facili, in tempi di orgasmi, di eiaculazione, di bunga bunga, di tribune e palcoscenici dove essi possono, nel ruolo di primadonna, esibirsi e sentirsi osannati dal popolo. Dopo tutto sono loro e sempre loro i fautori e gli autori dei “tempi difficili”.

Allora, da domani, non dimenticatelo, tutti a culo scoperto per le strade de “Il Paese delle meraviglie”. Siate generosi e che Bogududù vi aiuti!

 

 

I lavoratori e i parassiti (6)

La polizia, gli avvocati, i giudici, i tribunali, le corte d’assise sono lì, lì per difendere il crimine legalizzato, istituzionalizzato, sostenuto dalla legge. È tutto predeterminato, prestabilito. Nessuno ruberebbe, ucciderebbe, farebbe male agli altri, diventerebbe un ladro, un criminale, un killer, un pedofilo, uno psicopatico se potesse fare altrimenti. È la società, cioè i parassiti al potere, che spingono quelli che non sono al potere alla violenza. Assassini non si nasce, si diventa. Non c’è scelta, non c’è scampo, non c’è via di migliorarsi per coloro che si trovano nella miseria. È stato sempre così, è così e sarà sempre così a meno che non si metta fine a questo inferno sociale, a questa giungla organizzata. In passato, l’ignoranza in cui erano tenuti i lavoratori, non gli permetteva di vedere l’inganno. Oggi è tutto chiaro. Anche se questa è una misera consolazione, i lavoratori oggi sanno come stanno le cose, sanno chi sono i loro boia.

Se gli esseri umani devono vivere insieme, e pare che non possano evitare questa fatalità, allora che lo facciano con giustizia e amore, altrimenti che s’impicchino e lo facciano al più presto, così ci guadagneranno il pianeta e le altre specie!

Svegliati, oh giustizia, altrimenti vai alla malora!

 

I lavoratori e i parassiti (5)

L’ideale dell’animale è la giungla: cioè forti coi deboli e deboli coi forti; l’ideale dell’uomo dovrebbe essere un’organizzazione che protegge i deboli dai forti, cioè la società, ma, nella realtà, è così? Le leggi che hanno creato i parassiti sono leggi che valgono solo per i poveri, per i nulla tenenti, per i morti di fame, per tutti quelli che la società parassitaria spinge (non hanno scelta, questione di sopravvivenza, di vita o di morte) al furto, al crimine, al suicidio, alla violenza. I parassiti non hanno leggi, sono dei fuorilegge. La legge non li tocca, vale solo per i poveri. Il mondo istituzionalizzato politicamente è bluff, menzogna, inganno, artificio, bestialità. Se non credi a quello che sto dicendo, lettore, vai a vedere nelle prigioni, vai a vedere quanti parassiti ci sono lì dentro e quanti di loro si trovano nel braccio della morte. Se non hai tempo di andare, allora ti do io un anticipo. Il 99 virgola 9 per cento di tutti quelli che si trovano in prigione e nel braccio della morte sono dei poveretti, sono quelli che la società parassitaria ha spinto al crimine, al furto, alla fame, al suicidio, alla violenza. Per chi vuol capire, dunque, capisca. La società in cui viviamo è strutturata così: i boia siedono nei luoghi di potere; le vittime sgobbano o marciscono nelle prigioni.

Svegliati, oh giustizia!

 

I lavoratori e i parassiti (4)

E diciamocelo tutto in una volta: i parassiti si nutrono del sangue dei lavoratori, di quelli senza cui nulla nasce, cresce o fiorisce. Sono diventati veri e propri vampiri, sadici, mostri. Sanno fare solo questo, non per natura, ovvio, ma per cultura. La natura non è così perversa. Tutto quello che toccano questi signori, appassisce, muore, perché sono, in realtà, loro stessi morte. E che sia chiaro, fino a quando il popolo, l’unico che è all’altezza di costruire una vera e propria “società umana”, non si sbarazzerà totalmente e definitivamente dal primo all’ultimo dei parassiti, non troverà pace, non troverà dignità, non troverà la sua “umanità”, resterà sempre loro schiavo e la vergogna del pianeta terra.

Svegliati, oh giustizia!

 

 

E se non sono all’altezza, che ce voi fa!?

È straordinario. Roba da non crederci. Addirittura paradossale. Il popolo più ricco al mondo di storia (così ci dicono), di arte, di madonne, di filosofia, di chiese, di poesia, di letteratura, di pittura, di scultura, di catacombe, di musica, di geni, di talenti, di papi, di scienziati, di cristi, di intellettuali, di dèi; il popolo più istruito della terra (così ci dicono), più avveduto, preparato, intelligente, democratico, geniale, altruista, saggio, umano; insomma, il popolo che ormai da tempo ha scoperto da che parte sta il culo e da che parte sta la vagina, ebbene, è possibile che questo popolo così illuminato non si sia ancora accorto che chiunque mandi al potere, tra tutti quelli che lo governano, senza eccezione e senza distinzione di colore, non sarà all’altezza di governarlo? Nel Paese delle meraviglie non c’è un problema di elettorato, questo non è mai esistito. Il problema, invece, si trova in quelli che lo governano: non sono all’altezza. Tutto qui. È come se si pretendesse che una scimmia spiegasse l’equazione di Einstein e=mc2. Non ci riuscirebbe mai. Così i demagoghi del Paese delle meraviglie: non riusciranno mai a governare il Paese. Tutti gli altri popoli della terra sanno di questo handicap nazionale e lo sanno ormai da secoli. È mai possibile, allora, che solo ai meravigliosi sia sfuggita una tale lapalissiana evidenza? È mai possibile che solo loro non riescano a capire che la cancrena mentale è radicatissima nel cervello di quelli che li governano?

 

I lavoratori e i parassiti (3)

Il mondo è stato, e da sempre, bestialmente e ingiustamente governato dai parassiti. Questi, dagli albori della storia, non dovendo lavorare per guadagnarsi il pane che mangiano, si bisticciano e si fanno guerra fra di loro. E perché? Per appropriarsi d’un bene che non è il loro, un bene che non hanno né creato né sudato né guadagnato con fatica e sudore. Iene, avvoltoi e squali son diventati. Di più. Questi signori parassiti, lungo tutta la storia, si sono inventati e continuano ad inventarsi leggi che giustificano solo il loro spregevole operare, i loro sprechi, i loro crimini. Grazie a loro, il mondo è un mare di sangue: sangue d’innocenti! E non solo. Si danno dei grandi nomi, ideano altri mondi, combinano guai ovunque vadano nel mondo, e tutto, sempre tutto, a scapito dei lavoratori. E non è finita qui. Si sono creati, i signori parassiti, tutto un arcipelago di leggi e tribunali unicamente per giustificare il loro triste e diabolico fare.

Svegliati, oh giustizia!

 

I lavoratori e i parassiti (2)

Chi sono i parassiti? I parassiti sono tutti quelli che lungo la storia, in un modo o in un altro, sono sempre riusciti a vivere a sbafo, a non lavorare, a inventarsi cose nocive e inutili per sfuggire alla loro pochezza e nullità. Sono, al nocciolo, gli aborti e gli impostori della specie umana. Gente, non intelligente, ma furba, astuta e crudele che si è creata, sin dall’inizio, un cervello machiavellico e maledetto; gente a cui non piace cacciare, zappare, produrre; gente che vive sulle spalle di quelli che cacciano e zappano, di quelli che si alzano il mattino alle 5, alle 6, alle 7 e a tutte le ore del giorno e della notte, buono o cattivo tempo, per andare a lavorare, a produrre, a creare, e a portare ai figli, loro, proprio loro!, le briciole che i parassiti gli buttano!

Svegliati, oh giustizia!

 

I lavoratori e i parassiti (1)

Bisogna distinguere, capire, capire chi è chi in questo mondo, perché non c’è più dubbio o ragione che tenga. È tutto chiaro. Anzi è chiarissimo, è chiarissimo che il sudore dei lavoratori dev’essere gestito solo e solo dai lavoratori. Unicamente loro sono quelli che producono, unicamente loro conoscono il prezzo di ciò che producono, unicamente loro possono fare uso del frutto della loro fatica con saggezza, altruismo e amore. Di più! Senza di loro, su tutto il pianeta, dalla prima all’ultima zolla di terra, nulla nasce, cresce o fiorisce. Sono loro e solo loro che fanno della terra un giardino, sono loro e solo loro, padroni e signori della terra, perché unicamente loro la rendono fertile e bella. Il resto è blabla, un blabla che porterà alla distruzione dell’umanità.

Svegliati, oh giustizia!

 

 

 

La violenza istituzionalizzata

Violenza è quando un aeroplano decolla da Linate per atterrare a Malpensa con un solo passeggero a bordo: un politico (per due volte, scrive l’Espresso, un membro dell’esecutivo ha preteso un jet che lo portasse da Milano Linate a Milano Malpensa); violenza è quando il presidente del consiglio si compra due elicotteri per 50 milioni di euro pagati da quelli che lavorano per davvero; violenza è quando il papa se ne va in giro per il mondo, pagato dal gregge, per offuscare la mente di altri popoli; violenza è quando i signori demagoghi buttano al vento ingenti somme di denaro in inutili e pericolose imprese (le centrali nucleari); violenza è quando un parlamentare, dopo solo due anni e mezzo di legislatura, si prende una pensione da capogiro, mentre un operaio che ha sfacchinato e sputato sangue tutta la vita per guadagnarsi da vivere lo si manda in pensione con una miseria al mese. È facile, molto facile abusare, sfruttare e sperperare i soldi di quelli che non possono difendersi, di quelli che sono lì per tutto subire e tutto inghiottire senza “ma”, senza “come” e senza “perché”. Questa è violenza, questa è l’unica violenza che io conosca: LA VIOLENZA ISTITUZIONALIZZATA!

 

Santo santissimo papa Karol Wojtyla

Non mi stanco mai di dire che viviamo in un mondo di bugie istituzionalizzate. Le bugie sono diventate ormai l’ossigeno del genere umano. Non per tutto il genere umano, naturalmente, ma solo per quello che le subisce. Oggi, primo maggio 2011 (e prescindiamo che è la festa dei lavoratori), la Chiesa ha trovato giusto santificare uno dei suoi orchi. Doveva farlo proprio oggi, ci chiediamo noi, oggi che è la festa dei lavoratori, cioè di quelli che lavorano per davvero? Insomma, siamo lì, sempre lì: 25 dicembre, festa pagana; 25 dicembre diventa festa cristiana! Il lupo, mio caro lettore, perde il pelo ma non il vizio. Perciò, oggi, oggi primo maggio 2011, un nazista, papa Ratzinger, santifica un altro papa, il papa polacco, Karol Wojtyla, il più grande oscurantista del ventesimo secolo. Per rendere poi la cerimonia dell’orco cristiano ancora più attraente, il Vaticano si è impegnato a far arrivare nella Penisola bigotti e acefali di tutto il mondo, tutti, nessuno escluso, pagati dalla Chiesa, cioè dal gregge, cioè dai contribuenti. Contemporaneamente a questo evento di santificazione (ma se Dio non esiste, come si può diventare santi?), il sangue di san Gennaro, guarda caso, si è fluidificato, svegliato e ha allagato tutta Napoli spazzando via, come uno tsunami, i rifiuti in cui annegava. Grande! Proprio grande!! Ed era ora!!!

 

Il Paese delle meraviglie

 

Il Paese delle meraviglie

Il mio libro, “Il Paese delle meraviglie”, è lo specchio in cui ogni italiano può vedere la realtà del suo paese e può vedersi e capirsi anche nella sua veste storica. Non pretende di avere uno stile eccelso, non pretende una retorica raffinata, una forma perfetta e non gode neppure d’un magnetismo pubblicitario preconfezionato, nulla di tutto questo, si accontenta solo di esprimersi in uno stile facile, alla portata di tutti. Si concentra però sui fatti, sulle cose essenziali, su quella storia che appartiene ad ogni anima di questa zolla di terra, ma che solo pochi conoscono. Si sa, è ormai una vecchia storia, il popolo non deve avere una testa sua, è pericoloso per le istituzioni che lo governano, non lo si deve quindi informare su come stanno realmente le cose e, guarda caso, “Il Paese delle meraviglie” osa fare proprio questo.

“Che impudenza!” fa uno.

“Chi è il suo autore?” fa un altro.

“Un nessuno,” fa il primo.

“Bene. Così deve rimanere: un nessuno,” ribadisce il secondo.

È tutto chiaro, allora. Il contenuto del mio libro non piace, è tabù, è antistoria, è roba maledetta. Guai a renderla pubblica! Appunto per questo è stato rifiutato dalle case editrici, quelle che pubblicano le auliche lettere. Queste (spero non tutte), e bisogna pur dirlo, vengono semplicemente sponsorizzate, perciò guidate, da “Lo Stato predatore”, e ciò dovrebbe spiegare la ragione per cui “Il Paese delle meraviglie” non è ancora in libreria.

 

 

Come potenziare la vita e trarne il massimo

Una domanda brutale: cosa cerchiamo nella vita? Una risposta banale: un senso. Il senso è la base, il significato e la dinamica di ogni nostro agire. Senza senso la nostra vita sarebbe come una macchina senza benzina. Chiaro? Bene, cerchiamolo allora questo senso. Come? Percorrendo in brevissimo tempo cinque strade maestre. La prima è la conoscenza del mondo fisico. Facile da percorrere questa strada. Basta solo conoscere un po’ come si è creato il mondo dal big bang fino ad oggi e il gioco è fatto. La seconda strada è sapere come gli uomini sono diventati uomini e come hanno sistemato le cose culturalmente e politicamente nel mondo. Non è difficile scoprirlo, quello che ci vuole è conoscere un pizzico di storia. La terza strada, una volta che si è capito come funziona il mondo fisico e storico, ci indirizza quasi in automatico all’emancipazione, all’individualità, a dare, appunto, un “senso” alla nostra vita. Questo è possibile solo quando abbiamo acquisito una buona cognizione del pianeta su cui viviamo. A questo punto si presenta la quarta strada, quella della salvezza, che si raggiunge, e non c’è un’altra via, con la fatica del proprio cervello, il muscolo dominante del corpo, perché nessuno, se vuole essere un degno figlio dell’universo e un degno cittadino del pianeta Terra, può vivere e morire con la verità degli altri. L’ultima, la quinta strada, è l’arte di vivere. L’arte di vivere, al punto in cui si è arrivati, viene da sé, perché la vita è arte o non è nulla. Allora, mio caro lettore, goditela!, la vita, questa insuperabile meraviglia!

 

Benigni, il nuovo Evangelista e i cloni

Arriva! Sta arrivando. Da dove arriva? È lì. Lì dove? Puntate i riflettori da quella parte! No, da questa parte. Stupidi, è lì di fronte a voi. Ma non lo vediamo. Sì sì, si sta avvicinando. Evviva! Non lo vediamo! Silenzio! Chi deve arrivare? Sì sì sì, è venuto. Siamo salvi. Siamo onorati. È arrivato. Eccolo qua (i riflettori inquadrano una figura ancora poco visibile che sbuca da un varco verde costruito su un prato, ai lati del quale due mura di cloni gesticolanti). Quelli in lontananza guardano di qui, di là, ma non vedono niente. Comunque, la massa dei cloni guarda sul palco e qui c’è un essere immobile, silenzioso, voluminoso, di aspetto serio, che si contiene e aspetta un po’ nervoso. Aspetta che arriva. Arriva chi? Chi è che deve arrivare? Adesso lo vedrai. Shut up! Che pezzo di… Piantatela! L’essere che doveva arrivare, infatti, si è concretizzato per davvero, è arrivato, è uno che assomiglia, dal modo in cui cammina, più ad una scimmia che ad un essere umano, invece è per davvero un bipede e sta salendo sul palco a zigzag come i serpenti si muovono nel deserto. Quando ha superato l’ultimo gradino, spicca un salto da scimmia finendo nelle braccia del grande guru che lo tiene forte o l’abbraccia forte e per poco non finiscono tutt’e due per terra. Poi la scimmia si svincola e come un pagliaccio da circo, si mette a correre intorno al parco a grandi passi, poi si butta sul palco prono, gioca all’epilettico, e tutto ciò mentre la massa dei cloni lo applaude, lo applaude, lo applaude. E perché? Boh! Finalmente l’animale homo si alza e s’indirizza ai cloni così: “Se volete guadagnarvi la sbobba, amici miei, dovete lavorare, perché il lavoro è sacro, il lavoro è divino. Lavorate, miei cari, lavorate per i padroni, per i signori, per i santoni, per tutti quelli che senza di voi sono niente, sono perduti, non possono pagarsi le lussuose ville, i mega panfili, gli aeroplani privati, i body gard, le ricchezze che hanno; e lavorate anche, dato che ci siete, lavorate anche per noi che viviamo sui palchi come le scimmie sugli alberi per tenerci lontani dai cloni e dai padroni, lavorate, dunque, producete, perché il lavoro è sacro, è divino e che Dio vi benedica!”

Arriva! Sta arrivando. Sta arrivando Christus! No, non è vero. Allora sta arrivando Saulus! No, neanche lui. Augustinus? Neppure. Sicuramente sta arrivando Razzingus! Nemmeno. Ma vuoi proprio sapere chi sta arrivando? Sì, lo voglio! Te lo dico io allora. Sta arrivando il nuovo Evangelista. E cioè? Santo-papa-benigni! È lì, è già arrivato, è lì sul palco che sbraita insieme a santo-santo-travaglio, a santo-santissimo-santoro, alla santa-santerella-dandini, insomma, è lì insieme ai santos, tanti santos e basta. Ma, attenzione, attenzione amici cloni, amici padroni, amici santoni, attenzione, perché, se voi continuate a schiamazzare così dai palchi, arriverà anche qui, qui da noi, anzi è già dietro la porta, lui, il disastro, il disastro argentino, greco, irlandese, portoghese, e poi? E poi evviva “Il Paese delle meraviglie” insieme a tutti i meravigliosi!

 

Stralcio autobiografico

Tanto per capirci, io sono, prima di tutto, figlio del big bang, ciò vuol dire che le mie radici sono fisiche. Geograficamente appartengo alla regione della Via Lattea e più precisamente al sistema solare. In definitiva sono un cittadino del pianeta Terra, un fratello di tutti gli animali, vegetali, alberi, minerali e delle particelle elementari. Non posso però sottrarmi al mio luogo di nascita che si trova in Europa e più esattamente nel sud Italia. Ho lavorato ovunque sono andato nel mondo dopo aver lasciato il mio bozzolo natale: in Italia, in Francia e in Australia ho fatto così tanti lavori che ho perso il conto, unicamente in Danimarca ho ridotto le mie attività: ho studiato il danese e ho insegnato. Oggi questi quattro Stati mi restituiscono una parte del sudore che ho versato lavorando per loro pagandomi una pensione che arriva sì e no intorno ai cinquecentocinquanta euro al mese. In ogni modo, non ho mai buttato bombe a destra e a manca, non mi sono schiantato contro un edificio con un aereo, non ho ammazzato nessuno, non sono un oscurantista e non rubo dai contribuenti 27 mila euro al mese. In nuce, non sono un ladro legalizzato. Di più. Non sono mai andato in Africa in veste di predicatore a dire alla gente malata di aids che poteva fare figli con la benedizione di Dio e del Papato e tanto meno mi sono piazzato su un palco in una piazza per arringare il popolo con false promesse. È chiaro allora: non sono un fascista. Non sono nemmeno uno di quelli che sfrutta il popolo. Sono uno che paga le tasse e quando viaggio il biglietto l’acquisto coi soldi guadagnati col sudore della mia fronte. Insomma, è chiaro, politicamente sono un apolide e culturalmente un libero pensatore.

Un pensiero di Orazio Guglielmini

“L’uomo, per millenni, è vissuto in una santa ignoranza, perché uomini più ignoranti di lui gli dicevano che dopo questa vita l’avrebbe atteso un’altra. La “santa ignoranza” oggi è finita, non è solo finita per l’uomo, ma è finita anche per gli animali, i vegetali e i minerali. Al suo posto è subentrata la “santa sapienza”. Questa dice a chiare lettere che è giunta l’ora per l’uomo di cambiare o perire.”

 

Il manifesto di Orazio Guglielmini

Il manifesto di Orazio Guglielmini

Il manifesto di Orazio Guglielmini si deduce facilmente dal suo “Testamento” ed è molto sintetico: fino a quando ci sarà un solo politico o un solo prete sulla faccia della terra, il genere umano non troverà pace.

Il “Testamento” politico-esistenziale, Guglielmini, l’ha sigillato in quattro libri:

L’Indifferenza divina”
“Lo Stato predatore”
“Ha un senso la vita?”
Il Paese delle meraviglie”

Il primo libro espone l’operato della religione, il secondo esamina l’impianto statale, il terzo si propone di capire se la vita abbia o meno un senso e nel quarto ed ultimo libro, “Il Paese delle meraviglie”, Guglielmini analizza, dalla nascita ad oggi, il Paese in cui è nato, proprio come uno psicoterapeuta fa col suo paziente.

Il “Testamento” non vuole essere un insegnamento nè una scienza: non ha queste pretese. Piuttosto, vorrebbe essere un’esortazione alla lettura, a come evitare tante trappole mentali che una società, evolutasi nell’egoismo e nell’oscurantismo, ha creato in millenni di storia.

Proverò a sintetizzare, con brani presi da il “Testamento” e altri che si deducono dal pensiero dell’autore, i quattro libri su menzionati, partendo dal primo.

 

L’Indifferenza divina” in sintesi

Cosa intende Guglielmini con “Indifferenza divina?” Il seguente passaggio lo spiega.

“Intendo,” fa Guglielmini a Rossi, ne “I’Indifferenza divina”, pag. 35, “quando parlo d’indifferenza divina, intendo indifferenza sistematica e in tutti i sensi. Non sto parlando però dell’indifferenza che gli uomini hanno verso i loro simili o le loro opere. Ad esempio, restare indifferenti dopo aver visto un film, uno spettacolo, letto un libro, essere stato ad una conferenza. No, non sto parlando di questo tipo d’indifferenza, parlo dell’Indifferenza divina e intendo indifferenza netta, fredda, assoluta. L’indifferenza di Dio è totale per ogni cosa che succede a noi e nel mondo. Dio è indifferente di fronte alla morte di bambini, di fronte alle più aberranti crudeltà, di fronte ai crimini più efferati, di fronte ad ogni tipo di assurdità, di fronte all’ingiustizia, di fronte alla barbarie. Di fronte a tutte queste drammatiche vicende e a un milione di altre ancora, Dio tace sempre, è sempre sordo, cieco, INDIFFERENTE. I santi fanno altrettanto. Sono sordi, muti, ciechi, senza cuore, senza anima, privi di sensi, di ragione, indifferenti. Dio non muove mai un dito in nessun affare o vicenda umana e terrestre. Sempre assente, buca sempre, Lui non si fa mai vedere. Non fa nulla di nulla. Uno tsunami ha distrutto un paese, un tornado sta distruggendo una città, un meteorite sta per annientare il pianeta: di fronte a queste calamità Dio, le divinità, i santi tacciono, tacciono sempre. La regola è: nessun aiuto, nessun conforto, nessun gesto, niente di niente. L’Indifferenza divina è totale, globale; è anche violenta, spietata. Ecco come rispondono Dio e i santi quando noi, nei nostri momenti più neri e disperati, li invochiamo, ci indirizziamo a loro: con l’INDIFFERENZA ASSOLUTA.

Come vede Guglielmini la religione “Cristocatto”? (Cristo sta per cristianesimo e catto sta per cattolicesimo e, da qui, Guglielmini coniò la parola “Cristocatto”) Più o meno così. Con il “Dio è morto” di Friedrich Nietzsche, pensa Guglielmini, è crollato un intero apparato storico e culturale durato due millenni; due millenni non solo di “dii”, dèi, santi, miracoli; ma anche e soprattutto due millenni di bugie, di intrighi, di volgarità, di falso indottrinamento, di ignoranza elevata a legge, di inquinamento, di estraneamento; due millenni di ignominie e di crimini di ogni sorta; due millenni di guerre, di sangue, di strage di innocenti, di incomprensioni, di terrore, di medievalismo nero, di morte, di squallore sociale; due millenni di spietata inquisizione sull’anima, sul pensiero, sul volto (uno sguardo non gradito era sufficiente perché uno fosse arrestato e portato lì per lì davanti al grande Inquisitore), sullo spirito, sui sentimenti intimi e personali; due millenni di supplizio psicologico del tribunale più ingiusto e mostruoso mai prima creato dall’uomo; due millenni di involuzione culturale, di stagnazione scientifica, di regresso economico, di indebolimento vitale. Insomma, due millenni di becerismo, di bestialità sociale e di deterioramento storico. È così, grosso modo, che lui vede la religione “Cristocatto”.

Ma poi, nonostante tutto, Guglielmini è sempre in disaccordo con tutto ciò che dice il papa? Per nulla. Ad esempio, in questo brano, che avrebbe potuto essere tratto facilmente dal suo pensiero, è d’accordissimo con lui.

L’attuale papa, Joseph Alois Ratzinger, diceAbbiate il coraggio di fare delle scelte”. Benissimo, direbbe Guglielmini, facciamo delle scelte, proprio come dice il pontefice. La vita, dopo tutto, è una scelta. Anch’io dico, per ragioni igieniche e mentali, che bisogna fare delle scelte, bisogna trovare il coraggio di essere ciò che realmente si è. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che, se siamo credenti, veramente credenti, allora dovremmo fare onore al nostro credo pregando, andando in chiesa, digiunando quando si deve digiunare, confessandoci: in nuce, rispettando i Comandamenti. Se invece non crediamo, allora dovremmo sbattezzarci. Dobbiamo scegliere, dunque, proprio come dice il papa, e dobbiamo farlo, non domani, non il mese prossimo, ma ora, e questo per amore e rispetto di ciò in cui crediamo e per amore verso tutte le persone che amiamo e rispettiamo. Non abbiamo scelta, dobbiamo deciderci, essere veri a noi stessi. L’abbiamo detto, è questione d’igiene mentale. Siamo sinceri, dunque, sinceri con noi stessi e con gli altri. Vivere con sincerità fa bene al cuore e alla mente. Troviamo allora il coraggio che ci compete. Non viviamo per sempre, tanto meno viviamo nel Medioevo. Oggi i roghi si sono trasformati in frottole. Frottole bell’e buone. Facciamo le nostre scelte allora, scelte ragionate, oculate, filosofiche, ma facciamole. Vivremo meglio, ci sentiremo meglio, daremo un senso alla vita e a noi stessi. Siamo dunque più veri, reali; siamo uomini e umani. Non è mai troppo tardi quando noi stessi iniziamo a costruire la nostra vita. È quella che si stima, che ha un significato, un valore. Crearsi un “io”, un io proprio, è l’essenza di ogni filosofia. Anche se a volte le scelte non sono facili, bisogna comunque farle, trovare la forza di farle. La ragione, la logica, il vivere bene e onestamente con noi stessi e con gli altri, lo richiedono. Allora, “Abbiate il coraggio di fare delle scelte”, cioè: siate cristiani fino in fondo, proprio come consiglia papa Ratzinger; però, se non lo siete, se non credete, allora, perdio, siate uomini, abbiate il coraggio di sbattezzarvi!


Lo Stato predatore” in sintesi

In passato, la Chiesa e lo Stato si contendevano il potere a colpi di spada: a volte governava lei, a volte governava lui, o insieme. Oggi, invece, si sono ridotti, sia la Chiesa che lo Stato, a fare i cani da guardia del capitalismo: la Chiesa abbindolando il “gregge” con ogni inganno e falsa promessa sull’aldilà; e lo Stato abusando del “popolo” con ogni mezzo coercitivo e psicologico. Proteggono l’impostazione gerarchica e criminale in cui viviamo.

Le cose, politicamente parlando, stanno così: fino a quando il popolo ha bisogno di leaders, allora il popolo resterà il popolo e i leaders resteranno i leaders. Solo quando il popolo diventerà il leader di se stesso, solo allora le cose cambieranno.

E che sia, non chiaro, ma chiarissimo questo ragionamento: il “popolo”, il “popolo lavoratore”, non ha mai avuto bisogno di leaders; sono i leaders, e questo da quando il mondo è mondo, che hanno sempre avuto bisogno del popolo. Come potrebbe il “popolo lavoratore” avere bisogno di leaders, cioè di “parassiti sociali”, bisogno proprio di coloro che più l’umiliano, lo sfruttano e gli rubano la vita?

Allora è tutto chiaro: fino a quando queste istituzioni, la Chiesa e lo Stato più il Capitalismo, esisteranno, il genere umano non troverà pace. E non solo. C’è il pericolo che il Capitalismo, la Chiesa e lo Stato, distruggano ogni cosa che vegeta e respira su questa terra, incluso se stessi.

In quello che segue, Guglielmini abbozza a Rossi cinque nuovi “Contratti Sociali”, cioè cinque soluzioni per risolvere il problema politico e sociale nel mondo.

Il “Nuovo Contratto Sociale”

Gli Stati laici contemporanei non si propongono di garantire il trionfo definitivo dei valori che difendono, né di guarire l’umanità dalle proprie tare una volta per tutte”, Tzvetan Todorov “Il nuovo disordine mondiale”, p. 69.

Molto bene. Io, Orazio Guglielmini, invece, proporrò, in quello che segue, la soluzione per guarire l’umanità una volta per tutte dalle sue “tare” millenarie.

Perciò, in quest’ultima parte de “Lo Stato predatore”, Rossi, non ti proporrò un’utopia poetica, romantica, irrealizzabile, ingenua, piramidale alla Platone, utopica e dispotica alla Hobbes, neppure una alla Marx, e tanto meno una anarchica, alla Proudhon, ti proporrò invece un dignitoso, ragionevole, umano modo di vivere insieme.

Per me c’è una sola via di salvezza oggi nel mondo: occorre cambiare politica, abitudini, rotta. Le istituzioni che ci governano non si possono più guarire, sono corrotte dalle fondamenta alla sommità. Tutto l’apparato istituzionale è marcio. Non regge più, fa acqua da tutte le parti, è giunta la sua fine. Dobbiamo crearne uno nuovo. Non abbiamo scelta. 2 + 2 questa volta fa 4. Ora, per evitare questo disastro imminente, proporrei, dunque, alcune soluzioni.

Prima soluzione. Dato che io non credo nell’animale homo, non lo ritengo all’altezza di certi compiti, proporrei, per quello che riguarda l’ordine pubblico e giuridico delle nazioni, di rimpiazzare i mezzi-uomini (i politici) e gli uomini di legge con dei computer. Preferisco essere governato e giudicato da loro. Gli animali homo, nella loro essenza, sono, appunto, degli animali. Ci vogliono anni e anni di educazione per trasformare un homo in un essere civile; d’altra parte, ci vuole solo qualche secondo per trasformare un homo in una bestia, e io non ho fiducia in creature che si possono trasformare in animali da un momento all’altro.

Mettiamola così. Si prenderanno un lavoratore, uno scienziato, un artigiano, un uomo di legge, uno psicologo e un filosofo, tre donne e tre uomini, di ogni paese della Terra e li si metterà insieme. Nel giro di un anno e non più, dovranno escogitare un piano politico e giuridico globale. In questo piano si dovrà pensare a tutto, dalle cose più insignificanti, come cuocere la pasta al dente, a quelle più complesse, come, ad esempio, ci si dovrebbe comportare se un meteorite stesse per colpire la Terra.

Questo “Contratto Sociale”, che è il Contratto di tutti i cittadini del mondo, dovrà essere umano, saggio, giusto e per tutti, inclusi gli animali, il mondo vegetale e il mondo fisico. Anche la materia dovrà essere trattata con rispetto e perizia. Questo piano, una volta definito, avrà una durata di cinque anni e verrà programmato nei “Computer” che, per il tempo stabilito, saranno loro a governare gli animali homo. Questi si limiteranno ad applicare le leggi che sono state sancite nei computer.

Solo allo scadere dei cinque anni si potranno ritoccare, se fosse necessario, tutte le leggi che non hanno funzionato bene durante il periodo della loro applicazione. Il “Contratto Sociale” a livello globale, così chiamato, va perfezionato di volta in volta, non rifatto. Le corti giudiziarie attuali e i mezzi-uomini degli Stati predatori, verranno sostituiti con dei computer.

L’uomo è una creatura di parte, debole, soggettiva. In ogni situazione e in ogni luogo della Terra favorirà sempre i suoi familiari, parenti prossimi, amici, compagni di partito. Il suo Dna parla chiaro, così anche la kin selection (la selezione dei parenti) di W. D. Hamilton. In altre parole, i consanguinei vengono prima di tutti gli altri. Queste debolezze l’uomo se le porta dietro in ogni cosa che fa e che dice. Solo una perizia meccanico-logica può mettere fine ai suoi pregiudizi e favoritismi.

Ci sarà una postilla nel “Nuovo Contratto Globale”: coloro che l’avranno ideato non potranno usufruire delle leggi che essi stessi hanno forgiato, saranno messi in pensione, con il loro consenso, of course. In questo modo si eliminerà la tentazione di fare leggi in loro favore.

Seconda soluzione. Nel caso questo modo di governare gli animali homo fosse troppo drastico, proporrei la seguente option: sostituire “i 4 io del disastro” ora dominanti sul pianeta Terra con“4 Io della salvezza”.

I 4 “io” del disastro sono: il primo: la religione. La religione, nel suo insieme, rappresenta un “io”. Che cos’è l’ “io” religioso? Menzogna, impostura, volgarità. Il secondo: i mezzi-uomini (i politici). I mezzi-uomini, nel loro insieme, rappresentano un “io”. Cosa rappresenta questo io? Il crimine istituzionalizzato, l’ingiustizia legalizzata, il dispotismo gerarchico come visione del mondo. Il terzo: il capitalismo. Il capitalismo, nel suo insieme, rappresenta un “io”. Che cos’è l’ “io” capitalista? È sfruttamento, è depauperamento, è inumanità. Il quarto: i monarchi. I monarchi, nel loro insieme, rappresentano un “io”. Che cos’è l’ “io” dei monarchi? È il protocrimine su cui si sono fondate le tre istituzioni summenzionate.

A questi 4 “io”, Rossi, bisogna aggiungerne altri 3: i mass media, gli intellettuali bigotti e gli artisti eunuchi. Che cos’è l’ “io” dei mass media? È un “io” venduto ai 4 “io” dei predatori al potere. Che cos’è l’ “io” degli intellettuali bigotti? È l’ “io” degli scribi, dei bacchettoni, dei maggiordomi al servizio del potere. Che cos’è l’ “io” degli artisti eunuchi? È l’ “io” che esalta le stoltezze di quelli che governano, non con saggezza e umanità, ma con il loro tornaconto.

Questi 3 ultimi “io” strisciano come vermi di fronte ai loro padroni. Non vogliono dispiacere a nessuno, tanto meno fare brutta figura. Usano sempre parole untuose e apologetiche, ma, sotto sotto, sono cinici e sdegnosi, fregano e disprezzano tutti, credendosi chissà chi. Invero, non sono niente. Sono solo 3 obbrobriosi “io” che foraggiano con le loro idee ipocrite e stolte gli altri “io” del male.

Ecco, invece, i “4 io della salvezza”. Questi sostituiscono i “4 io del disastro”. Iniziamo col primo: il lavoratore. Chi è il lavoratore? È il sale della terra, è il protagonista numero uno della razzahomo in positivo, è colui che, col suo sudore, sostiene la società. Secondo: l’amministratore. Chi è l’amministratore? L’amministratore, per come io l’intendo, Rossi, è un tecnico che prende il posto dei politici e amministra il sudore del Popolo nel migliore dei modi possibili. Questo “signore amministratore”, se non svolge correttamente il suo compito, può essere licenziato tanto facilmente quanto un qualsiasi altro lavoratore. Terzo: lo scienziato. Chi è lo scienziato? Lo scienziato è colui che spiega il mondo per com’è e non per come si vuole che sia. Studia i fenomeni naturali e sociali per il bene del Popolo (il Popolo, quando svolge la sua legittima funzione di Popolo, va scritto con la P maiuscola). Quarto: l’artista. Chi è l’artista nella nuova società? È colui che crea e rinnova di continuo lo spirito umano. La sua è un’arte fenomenica, esistenziale, immanente.

A questi “4 io della salvezza” bisogna aggiungerne altri 2: l’ “io” filosofico e l’ “io” dei portavoce del Popolo. Qual è il compito del filosofo? È quello di cercare di dare un senso al mondo anche se un senso il mondo non ce l’ha. E non solo al mondo. Deve cercare di dare anche un significato alla vita. La sua metafisica nasce dalla fisica. Il sesto “io”: i nuovi portavoce del Popolo. Questi non assomigliano neppure lontanamente ai mass media attuali, gente venduta ai predatori al potere; i nuovi portavoce del Popolo sono al servizio del Popolo e lo rappresentano in tutto e per tutto.

Terza soluzione. Nel caso le due suddette sistemazioni, quella dei “Computer” e quella dei “4 Nuovi Io della salvezza”, non fossero accettabili, abbozzo una terza proposta. Proporrei, allora, questo mio tipo di “Contratto Sociale”.

Si prendano in ogni paese del mondo, dal più grande al più piccolo, due persone, un filosofo e uno scienziato, che non abbiano subito un’influenza ideologica, (devono essere un uomo e una donna, poco importa se lo scienziato sia la donna e il filosofo l’uomo o viceversa, quello che importa è che siano, appunto, di ambedue i sessi), li si riunisce, come per i computer, e li si fa lavorare su un nuovo “Contratto Sociale”. Il contratto sociale in vigore oggi è un contratto fatto dai lupi a due zampe per servire altri lupi a due zampe. In altre parole, è un contratto sociale per agnelli e lupi: nulla di più barbaro e indegno. Noi vogliamo, Rossi, eliminare questo abominio e creare un nuovo “Contratto Sociale” e vogliamo che sia creato, come abbiamo appena detto, da un filosofo e da uno scienziato, presi da ogni paese della Terra.

Perché, potresti chiedermi, perché prendere uno scienziato e un filosofo? La risposta è semplice. Per spiegare il mondo ci vuole la scienza; per interpretare il mondo ci vuole la filosofia. La filosofia e la scienza, come le intendiamo noi, sono il connubio perfetto per far sì che questi signori, esperti di queste due discipline di pensiero, possano elaborare, nel migliore dei modi possibili, un“Contratto Sociale Planetario”. Quando avranno finito di escogitare il nuovo “Contratto Sociale Planetario”, ritorneranno nei loro paesi e non potranno mai più fare, vita natural durante, né i filosofi né gli scienziati. Questo è il prezzo da pagare e loro ne saranno al corrente.

Perché, potresti chiedere ancora, non potranno esercitare le loro professioni una volta finito il “Nuovo Contratto Sociale?” Per evitare che includano leggi e postille che vadano a favore degli scienziati e dei filosofi.

Ovviamente, il nuovo “Contratto Sociale” non sarà uguale per tutti. È sciocco pensare una cosa del genere; è anche sciocco pensare che nel “Nuovo Contratto Sociale” ci sia spazio per i predatori a due zampe. Diciamo che gli stipendi, tanto per prendere una delle cose meno importanti del “Nuovo Contratto Sociale”, potrebbero variare un po’ ma non troppo. Chi sarà colui che riscuoterà la paga più alta? Sarà colui che farà il lavoro, manualmente parlando, più duro, naturalmente! Perché uno che non si sporca neppure le mani dovrebbe guadagnare più di colui che fa un lavoro duro e poco piacevole? Un’altra cosa di poca importanza sarà la pensione. Ebbene, su quest’argomento è presto detto: tutti avranno, una volta raggiunta l’età di…, la stessa pensione né un centesimo in più né un centesimo in meno.

Nel “Nuovo Contratto Sociale” ci sarà un totale ribaltamento dei valori: si passerà dai “valori falsi” (quelli dei predatori attuali) ai “valori umani, giusti e veri”, quelli del “Nuovo Contratto Sociale”. Ecco, dunque, su che tipo di società dovranno lavorare i nostri scienziati e filosofi.

Una volta che il “Nuovo Contratto” sarà escogitato e applicato, una volta che tutti ne conosceranno le leggi, chiunque le violi dovrà essere processato e giudicato a seconda del crimine commesso. Sconterà la pena lavorando per la comunità.

Quarta soluzione. Nel caso le tre proposte, quella dei “Computer”, quella dei “4 Vuovi Io della salvezza” e quella del “Nuovo Contratto Sociale”, non soddisfacessero ancora, eccone una quarta: dalla “democrazia lupesca” alla “Democrazia Umana”.

Ti sei mai chiesto, Rossi, come si è arrivati alla così chiamata “democrazia”?

No!”

È quello che pensavo. La cosa è andata più o meno così. Un giorno, i lupi a due zampe (gli animali homo al potere), stanchi di squartare agnelli (il popolo lavoratore), in un momento di particolare sentimentalità, credendo di fare opera buona, hanno deciso di creare un “contratto democratico” tra loro e gli agnelli. Ecco, grosso modo, com’è stato stipulato questo contratto. I lupi dissero agli agnelli:

“Orbene, noi lupi a due zampe, essendo creature giuste e generose, vi daremo l’opportunità, a voi agnelli, di riscattarvi dalla vostra condizione sociale. Vi proponiamo, dunque, un “contratto democratico”. Cosa vuol dire ciò? Vuol dire che noi continueremo a possedere tutto, tutto quello che abbiamo conquistato lungo la storia (noi diremmo, Rossi, arraffato con la spada e con l’imbroglio) e che ora ci appartiene: ad esempio, i campi, i pascoli, gli ovili, i pastori, i cani da guardia, quindi le leggi e le istituzioni. Tutto questo e molto altro rimarrà comunque di nostra proprietà. Voi, in questo contratto sociale, partirete da zero, partirete dalla vostra attuale posizione: non possederete nulla, solo i vostri arti, il vostro corpo. Non avrete neppure un diritto reale, unicamente sulla parola, dipenderete totalmente dai nostri campi, pascoli, ovili e sarete controllati, come in passato, dai nostri pastori e dai nostri cani da guardia. Ci saranno, naturalmente, delle elezioni. La“democrazia” le esige. Potrete, di volta in volta, decidere chi di noi, ma solo di NOI, lupi a due zampe, andrà al potere. Detto diversamente, potete scegliervi il lupo che desiderate vi mangi. Ecco la vostra scelta democratica. È pur sempre una scelta, che noi chiamiamo, appunto, “scelta democratica”. Chi di voi vorrà emanciparsi dalla sua condizione “agnellesca”, potrà farlo rispettando le nuove leggi democratiche che noi, i lupi a due zampe, abbiamo ideato per voi, agnelli. Prendere o lasciare”.

Gli agnelli, per quanto questo “tipo di democrazia” non apparisse loro molto democratico, l’accettarono. Dovettero accettarlo. Pensarono che, qualcuno, ogni tanto, ce l’avrebbe fatta, non a riscattare gli altri agnelli, ma a trasformarsi da agnello in lupo a due zampe.

Ecco, Rossi, com’è nata la democrazia in cui viviamo oggi. È questo il “contratto sociale” che i lupi a due zampe chiamano democrazia. Ne sono addirittura orgogliosi!

Noi invece proponiamo un altro tipo di democrazia e la chiameremo “L’ “Unica Democrazia”. Questa, che noi consideriamo veramente tale, cioè una vera democrazia, è la seguente: partiamo, globalmente, azzerando tutte le proprietà private, tutti i titoli, tutte le posizioni sociali, tutti i privilegi. Insomma, partiamo tutti da zero. Come gli atleti in un’arena si scontrano con armi pari, così noi.

Perciò, per prima cosa si divideranno in parti uguali tutte le ricchezze del mondo tra tutti i “Popoli della Terra”. Poi, almeno per tre generazioni, i poveri, quelli che non hanno mai avuto un’educazione, dovranno educarsi, portarsi allo stesso livello di tutti gli altri. Solo quando tutti avranno un ottimo livello di istruzione tecnica, professionale, lavorativa, culturale, solo allora si partirà con la “Democrazia Planetaria”, cioè si eleggerà un presidente che dovrà governare il mondo DEMOCRATICAMENTE. Ecco la nostra quarta option.

Quinta soluzione. Nel caso queste quattro proposte di rinnovo sociale, quella dei “Computer”, quella dei “4 Nuovi Io della salvezza”, quella del “Nuovo Contratto Sociale” e quella della“Unica Democrazia”, non soddisfacessero, eccone un’altra.

Se non si può proprio fare a meno dei politici, allora il mezzo-uomo attuale (il politico) dovrà essere sostituito da un “Uomo-Intero”. Cosa s’intende con questo? S’intende che chiunque voglia fare politica, dovrà assumersi la responsabilità del suo compito. Questo significa che se il politico sbaglia, paga.

Anche la sua famiglia sarà chiamata in causa. Alla sua famiglia, prima che lui si arruoli nell’arena politica, verrà chiesto se ritiene il proprio familiare all’altezza di un tale compito e se è disposta a sostenerlo e ad assumersi la responsabilità del suo “fare politica”. Se non crede che sia idoneo ad una tale impresa, dovrà firmare un documento in cui sottoscrive di non volere avere nulla a che fare con lui. Se non lo fa, sarà tanto responsabile quanto il would be politico lo sarà nel suo “fare politica”. Perché, a nostro modo di vedere, lui, il nuovo would be politico, sarà lì non per arraffare e imbrogliare il Popolo, ma per servirlo in tutto e per tutto, sacrificando, se necessario, la sua vita. Non assomiglierà neppure lontanamente al politico attuale.

Il nuovo would be politico dovrà dimostrare di essere un virtuoso della politica. Come all’artista, per comporre versi, musica, scrivere libri, scolpire statue, dipingere serve un dono, e gli artisti che ce l’hanno sono pronti a tutto pur di fare ciò che desiderano fare, così il nuovo would be politico. La sua dev’essere una predisposizione innata, appunto, un “dono”, non esattamente come quello dell’artista, ma da saggio e virtuoso leader. Il suo motto dovrà essere: “Chiunque vuol servire il Popolo dev’essere pronto anche a sacrificarsi per il Popolo”.

Il nuovo would be politico non possiederà nulla, tranne ciò che il Popolo riterrà necessario per lui. La politica dovrà diventare un virtuosismo e dovrà essere fatta da uomini che vogliono dedicarvisi totalmente. Come le madri degne di questo nome si dedicano ai loro figli, così i nuovi would be politici si dovranno dedicare al benessere degli Uomini. Ecco, Rossi, il nostro nuovo politico: un “Uomo-Intero!”

Potrei continuare a proporti altri modelli sociali, sempre e comunque un milione di volte migliori di quello attuale, ma ritengo sufficiente quanto ho proposto, sufficiente a dare una “Sana Svolta Sociale” al mondo barbaro in cui viviamo.

Vedi, Rossi… Insomma, come posso spiegartelo? Te lo spiegherò così: in un sistema sociale sano, ci vogliono, minuto più minuto meno, due ore al giorno per governare bene il mondo intero e un quarto d’ora per governare bene un paese come l’Italia. Non scherzo, Rossi. A un “Uomo-Intero”, non a un mezzo-uomo, ma ad un “Uomo-Intero”, il cui cervello è al suo posto, non tra le gambe, ma nella scatola cranica, cioè al posto giusto, ci vuole poco tempo per governare bene, non un paese, ma l’intero Pianeta. La ragione per cui ai mezzi-uomini attuali ci vuole così tanto tempo sta nel fatto che le istituzioni che essi hanno creato sono fondate sull’imbroglio, sulle bugie, sui soprusi, sui crimini. Se il mondo fosse governato con “onestà” e “giudizio”, allora basterebbe pochissimo tempo per governarlo.

Infatti, sarebbe un giochetto da bambini se lo si governasse equamente. Tanto per cominciare, una volta studiati tutti i continenti, i paesi e le regioni del “villaggio globale”, come lo chiama Herbert Marshall Mcluhan, insieme alle loro popolazioni, basterebbero dei buoni computer a risolvere la maggior parte dei problemi. I computer sono capaci di calcolare in un batter d’occhio i bisogni principali della popolazione di un paese. E non solo. Possono calcolare anche i bisogni imprevisti, derivanti da catastrofi naturali o causati dagli Uomini, e disporre immediatamente aiuti economici e competenze umane oltre che avvertire in tempo reale le popolazioni a rischio in caso di disastri naturali. Il resto sarebbe molto facile, appunto, un giochetto da bambini. Detto diversamente, quando l’interesse di ognuno è l’interesse di tutti e l’interesse di tutti è l’interesse di ognuno, le cose diventano di una facilità strabiliante.

Nuova società, nuovi insegnamenti

Un abbozzo educativo. Questo deve fornire un’istruzione sistematica a tutti, sia della storia degli “Umani” che dell’evoluzione. Invece, per quello che riguarda il progetto formativo, questo verrà applicato secondo i mestieri e le professioni scelte e si potrà seguire solo dopo aver superato il primo.

Il nuovo insegnamento non avrà nulla a che fare con il vecchio, escogitato per far sì che i lupi-predatori rimangano lupi-predatori e il popolo-coglione rimanga popolo-coglione. Il nostro progetto istruttivo deve essere un progetto “Umano, Tutto Umano”.

Si partirà, sin dalle elementari, con i numeri e con la nascita del nostro Universo, con il Big Bang. Poi si studierà la sua espansione e l’evoluzione degli elementi, l’evoluzione della chimica, quindi la formazione delle stelle e delle galassie. Particolare attenzione sarà data alla formazione della nostra galassia, la Via Lattea, e della nostra stella, il Sole, e dei suoi pianeti. Si studieranno i buchi neri ecc. Si studierà in particolare modo la formazione della Terra; si studieranno i primi batteri, i primi microorganismi unicellulari e pluricellulari, l’evoluzione biologica, l’evoluzione delle specie e, in particolare modo, il processo di ominizzazione. L’antropologia e lo studio del cervello saranno molto importanti. Si studierà il decadimento della materia, l’apparire e lo scomparire delle specie e delle cose, la morte. Si studieranno le leggi fondamentali della fisica, della chimica, della biologia, le diverse ere evolutive, le estinzioni di massa e anche le leggi inconoscibili (di queste si parlerà più adeguatamente nel prossimo libro: Ha un senso la vita?). Si studieranno la psicologia, la matematica, la storia, l’arte, la filosofia.

A questo punto, mio caro Rossi, a tutti coloro che hanno terminato il corso educativo, quindici miliardi di anni indietro nel tempo saranno diventati luce, perché l’Universo intero sarà diventato luminoso e trasparente per loro.

Per quello che riguarda il destino finale dell’Universo, anche questo, una volta studiato, si potrà immaginare, supporre: basta conoscere la nascita e la morte di un microrganismo come l’Uomo, una pianta, un insetto, per poi conoscere anche quella di un macrorganismo come l’Universo. La forza sta nella conoscenza. Conoscere, quindi, la nascita e la morte dell’Universo, è conoscere tutto. Con una tale formazione, chiunque potrà sentirsi immortale, virtualmente immortale.

 

Ha un senso la vita?” in sintesi

Quanti dei nostri antenati, lungo i secoli, si sono posti questa domanda? Sicuramente non molti. Fino a poco tempo fa la vita la si viveva, bene o male, la si viveva e basta. Oggi le cose e le vedute sono cambiate. I valori di un tempo – la credenza in qualche bogududù, negli dèi, nel destino, nella patria, nei re, nei governanti, nella famiglia, nelle ideologie – non sono più pilastri di certezze, basi su cui piazzare le nostre vite. Non hanno più quel senso dogmatico e persuasivo di una volta, quel senso a cui molti credevano.

Come possiamo, comunque, oggi, rispondere a questa domanda infernale: ha un senso la vita? Infernale perché, per dare un senso, un qualche attributo che giustifichi la nostra presenza su questa terra, ci siamo già inventati un’infinità di mondi e di dèi, però nessuna di queste invenzioni è mai riuscita a soddisfare pienamente i nostri dubbi e le nostre esigenze di conoscenza e certezza. E non solo. Ci siamo anche scannati a vicenda, e continuiamo a farlo, per rispondere a questa domanda infernale.

Il senso e il nonsenso hanno una storia lunga, una storia che viene da lontano, da molto lontano, ed è di questa storia e di questa lontananza di cui ora vorrei parlare.

Per cominciare partiamo, non tanto da lontano, ma piuttosto da vicino, partiamo col mio gatto, Minù, poi con un amico australiano, poi vorrei dire qualcosa di me. In seguito faremo una breve escursione sull’evoluzione del pensiero e, infine, vedremo se la vita ha o non ha un senso.

Vogliamo iniziare, Rossi, con Minù, il mio gatto?

Minù

Un giorno gli ho chiesto, mentre ci guardavamo: per te, Minù, la vita ha un senso?
Miao, mi ha risposto.
Cosa vuol dire Miao?, gli ho chiesto.
Mi ha guardato di nuovo e di nuovo ha fatto, Miao.
Sai solo fare Miao?, ho chiesto ancora. E lui prontamente ha confermato, facendomi di nuovo un altro Miao.
A questo punto non mi è parso più il caso di disturbare ulteriormente Minù con altre domande.
Cosa vuol dire questa storiella? Vuol dire che per gli animali animali, e Minù più o meno li rappresenta tutti, il senso della vita rimane fuori dalla loro portata. In altre parole, le bestie, anche se fra noi e loro non c’è differenza di natura, la domanda se la vita ha o non ha un senso, non se la pongono.

L’amico australiano

Se chiedessi ora, non ad un altro animale animale, ma ad un animale umano, e più precisamente ad un amico australiano, se la vita abbia o non abbia un senso, 90 su cento mi risponderebbe che per alcuni ha un senso e per altri no, e da questa posizione, da questo modo d’intendere le cose, difficilmente si sposterebbe. Allora non mi resterebbe, a questo punto, che chiedermi chi sono coloro per cui la vita ha un senso e chi sono coloro per cui la vita non ha un senso. Nei primi troverei gli ottimisti, nei secondi i pessimisti. A questo punto dovrei farmi un’altra domanda: questi signori, gli ottimisti e i pessimisti, a quale categoria di pensatori appartengono? La risposta questa volta è facile: a quelli che interpretano le cose e il mondo partendo dalla loro soggettività, dal loro modo personale, psicologico di capire le cose. A me, però, questo non basta, perché, oltre ai pessimisti e agli ottimisti, ci sono anche i realisti e noi, mio caro Rossi, ci affianchiamo a questi ultimi. In altre parole, diremmo con Spinoza: non ridere, non piangere, ma comprendi.

Un aneddoto

Era una sera d’inverno. Avevo sì e no sei anni. Fuori faceva freddo, si sentivano raffiche di vento e pioggia mista a grandine sul tetto. Io e lo zio Carlo eravamo seduti al caldo e in silenzio vicino al focolare. Poi, ad un certo punto, a bruciapelo, lo zio mi assalì dicendo:

“Lo sai, eh, lo sai che tu sei più ricco di me?”
“Non è vero, zio,” ho risposto io pronto, come se me la fossi aspettata da sempre questa domanda. “Non è per nulla così, sei tu il più ricco,” ed era vero.
“Non intendo ricchezza materiale, soldi case terreni animali”, ha risposto lui tetro, energico e quasi con disgusto, “intendo ricchezza in età, in giovinezza, vita. Tu sei un ragazzino, io quasi un vecchio; tu hai molti anni davanti a te, io pochi, capisci?”
“No,” ho risposto.
“Peggio per te!” ha fatto lui.
“La zia” (sua moglie), ho detto io, allora, “dice che dopo la morte andremo tutti in paradiso e lì vivremo per sempre.”
“Quindi capisci!,” ha quasi urlato lui con stizza. “E comunque non parlarmi delle sciocchezze che dice tua zia!”
“Sciocchezze?”, ho fatto io incredulo. Non l’avevo mai prima sentito parlare in quel modo della zia.
“Sì, sciocchezze!”, confermò.
“Spiegami!”, gli ho chiesto.
“Non so spiegartelo.”
“Continuo a non capire.”
“Un giorno capirai. E ora stai zitto,” ha troncato, mettendosi, nervoso e nauseato, ad attizzare il fuoco.
L’ho guardato, ho chinato la testa, e non ho detto più nulla.
Lui neppure.

Nonostante la mia giovane età, il dialogo con lo zio Carlo mi scosse molto, suscitando in me domande che fino ad allora ignoravo: domande sulla vita, sulla morte, sull’esistenza di Dio. Volevo risposte a questa mia improvvisa inquietudine interiore, ma non ne trovavo. Neppure lui, lo zio Carlo, quand’era più avvicinabile e meno scontroso, era in grado di rispondere alle mie insistenti e sentite domande, e intuivo, fortemente intuivo, che avrebbe tanto voluto sapermi rispondere.

Questo episodio con lo zio, ed è il caso di dirlo, è stato per me un genere di hapax: un qualcosa che ci rivoluziona la vita e, da quel momento in avanti, cambiamo, non siamo più noi stessi, non più quelli che eravamo fino a qualche momento prima.

La mia credenza

E adesso, dopo Minù, il gatto, l’amico australiano, l’ aneddoto, vorrei dire qualcosa della mia credenza.

Dopo quella serata tempestosa trascorsa con lo zio Carlo vicino al camino, sono trascorsi molti anni e io, durante questo tempo, ho avuto modo di riflettere sulla vita aiutato da tanti strumenti di pensiero, come lo studio della storia, della letteratura, della filosofia, delle lingue, la lettura di libri, tanti libri e delle mie stesse esperienze che di giorno in giorno andavo facendo. Non sono state comunque queste discipline della mente a consolidare le mie idee. La scienza molle, umanistica, soggettiva dello spirito non mi aiutava molto nella mia ricerca. Era questa la mia impressione. È stato quando sono approdato alla letteratura scientifica – la fisica, la cosmologia, la biologia – che ho scoperto, e non senza stupore, come stavano più o meno le cose. Le leggi della fisica escludono categoricamente un qual si voglia creatore. La materia e le sue proprietà, che sono alla base dell’edificio cosmico e umano, respingono sistematicamente qualsiasi forma di creazionismo. I collages fisici, i collages chimici, le mutazioni, i cambiamenti, l’adattamento, la plasticità del cervello e il caso, non ammettono creatori.

È vero anche che l’origine del materiale con cui è stato costruito l’edificio umano non lo conosciamo e, fino a quando non lo conosceremo, dobbiamo accontentarci di ciò che ha detto a riguardo lo scienziato francese, Antoine Lavoisier, nel Settecento: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Questo pensiero, per quanto zoppicante, mi aveva ugualmente messo sotto i piedi qualche pietruzza su cui camminare. Era già qualcosa.

Riguardo al pensiero mitologico, creazionistico, Bertrand Russell, un filosofo inglese del secolo scorso, si esprime così nel libro “Perché non sono cristiano”: “Mio padre m’insegnò che la domanda: ‘Chi mi creò’? non può avere risposta, perché suggerisce immediatamente un nuovo interrogativo: ‘Chi creò Dio?’ Compresi allora quanto fosse errato l’argomento della Causa Prima. Se tutto deve avere una causa, anche Dio deve averla. Se niente può esistere senza una causa, allora perché il mondo sì e Dio no? Questo principio della Causa Prima non è migliore dell’analoga teoria indù, che afferma come il mondo poggi sopra un elefante, e l’elefante sopra una tartaruga. Alla domanda: ‘E la tartaruga dove poggia?’ l’indù rispose: ‘Vogliamo cambiare discorso?’ ”

E così, ho iniziato a capire, pian piano, su quali basi giaceva la mia credenza, la mia fede, il mio modo di vedere e di intendere le cose e la vita; ho iniziato a capire anche la differenza che c’era fra la mitologia e la scienza. Anche questo è stato un passettino in avanti verso la formazione della mia credenza.

Intuivo che non era facile la risposta alla spinosa domanda se la vita ha o non ha un senso. Dovevo prima sgombrare tanto terreno e non era sempre così facile. Il mio prossimo passo, nella ricerca del senso della vita, è stato il “conosci te stesso” di Socrate.

Perché si crede?

Ho incominciato a chiedermi, perché credevo in questo e in quello, perché si credeva in un creatore, in un dio, nel nirvana, in Brama, insomma perché si credeva in qualche accidente salvifico? E, dopo aver passato al setaccio su quali basi si basava la mia credenza, quella della mia famiglia e della gente che conoscevo, ho capito che la credenza era una cosa umana, umana e basta, e io ero un essere umano e nessuno è più che un essere umano: perciò anche la risposta alla domanda se la vita ha o non ha un senso non poteva essere che una risposta umana e non divina.

Questa nuova riflessione sulla vita mi ha fatto capire che la credenza riposa, principalmente, su tre ragioni. La prima e la più importante è che si crede a causa dell’ignoranza, la seconda per paura della morte, e la terza per motivi di opportunismo, cioè si pretende di credere per interesse, per poter manipolare altri esseri umani, approfittare di loro. Tre fenomeni, questi, poco consolatori, ma che sono fondamentalmente umani e confermano che tutte le nostre invenzioni sugli “aldilà”, sugli “dèi” e su un ipotetico “dio”, sono nate nel nostro cervello e moriranno con la morte del nostro cervello.

Qui e ora

Il senso, prima dell’addomesticamento degli animali, circa dieci mila anni avanti la nostra era, non esisteva, sicuramente non come lo conosciamo noi oggi. Dall’addomesticamento degli animali in poi e fino a Copernico, il senso che gli uomini si erano fatti della storia, era un senso primitivo, un senso gravido di prepotenza, ignoranza, bacchettoneria, interessi, metafisicherie, superstizioni, superficialità, falso patriottismo, oscurantismo e via di seguito. Questo è stato un tempo dominato dalla mitologia, da un pensiero dominato da deliri divini e da imperativi dispotici: fai quello che ti dico o ti ammazzo!

Da Copernico in poi, e fino ai nostri giorni, si è venuto a creare un senso più reale delle cose e dell’esistenza, un senso laico, ateo, agnostico, fisico. L’Illuminismo, la Rivoluzione francese, Napoleone, l’evoluzione darwiniana, il marxismo, la Rivoluzione russa, cinese, cubana, la prima e la seconda guerra mondiale, il Sessantotto, la quantistica, la teoria del big bang, Chernobyl, l’11 settembre, Fukushima; insomma, tutti questi eventi e tanti altri ancora, non ci lasciano più dubbi: viviamo, non nel più bello dei mondi possibili, come vuole farci intendere Leibniz, ma in un mondo folle, caotico, e siamo governati, non da esseri sapiens sapiens sapiens, ma da mammiferi che non fanno altro che esaltare, con qualche eccezione, il loro egoismo, la parte più brutta, negativa e bestiale della loro natura.

Oggi, quindi, diversamente dal passato, abbiamo capito molto bene come stanno le cose, abbiamo capito che il destino del nostro pianeta e dell’umanità si potrebbe risolvere nel giro di qualche istante, basterebbe un meteorite che ci arriva in testa dal cielo, o il rovesciamento dei poli, o ancora l’eruzione d’una caldera, d’un enorme vulcano come il Toba in Indonesia, settantacinque mila anni fa, che ha lasciato solo alcune migliaia di persone sull’intero pianeta o una guerra nucleare a livello planetario, eccetera, eccetera. Basterebbe uno solo di questi fenomeni per cancellare una volta per sempre tutto ciò che vegeta e respira sulla terra. Questo è lo scenario, la realtà del mondo in cui viviamo. Il fisico e Nobel americano, Steven Weinberg, scrive: “Quanto più l’universo ci appare comprensibile, tanto più ci appare senza senso.

Ci piaccia o no, realisticamente parlando, siamo come uno zolfanello acceso nel mezzo di una tempesta. Non c’è scienza, filosofia, sistema di pensiero che sia all’altezza di dare un senso a questo “zolfanello” così esposto. Nessuno, fino ad oggi, è riuscito a costruire qualcosa di coerente nel mondo fenomenico in cui viviamo. E perché? Perché il mondo è un caos, un caos di forze brutali, grottesche, senza capo e senza fondo. Siamo, in ogni istante della nostra vita, alla mercè di leggi imprevedibili e pazze. In questo pandemonio, la vita è, appunto, come uno zolfanello acceso nel mezzo di una tempesta. Nessuno può dire se domani luccicherà ancora. La realtà non l’assicura, il mondo in cui viviamo non lo garantisce. Infatti non è all’altezza di garantire nulla. Siamo esposti dentro fuori e dappertutto. Noi stessi siamo un pericolo a noi stessi. L’uomo è il nemico dell’uomo. In questo mondo di lucciole e fantasmi, la vita, la morte e il nonsenso sono ovunque e sono la stessa e medesima cosa.

A questo punto, visto che siamo rimasti orfani di padri divini, visto che l’homo sapiens sapiens sapiens non è poi così sapiens, visto che siamo solo degli zolfanelli accesi nel mezzo di una tempesta, e visto che il mondo è senza senso, a questo punto, allora, vale ancora la pena chiederci se la vita ha o non ha un senso? Altrochè, vale la pena, eccome! E la nostra risposta è: Sì, la vita ha un senso, un grande senso, un immenso senso, non solo per tutte le battaglie che dobbiamo combattere e per tutti i pericoli che dobbiamo evitare per tenerla in piedi. Ma anche perché la vita è qualcosa di stupendo, di meraviglioso, di sublime, un vero e proprio capolavoro della natura. La vita ha un grande senso, il senso più rilevante e più bello che si possa immaginare; però, e questo è capitale, Rossi, solo il senso che gli diamo noi: “qui e ora.”


Il Paese delle meraviglie” in sintesi

Leonardo da Vinci ha insegnato che non si può amare una cosa fin quando non la si conosce. “Nessuna cosa, dice lui, si può amare né odiare, se prima non si ha cognizione di essa … Il grande amore nasce da una grande conoscenza dell’oggetto amato, e se uno lo conosce poco, solo poco lo potrà amare, o per niente.”

E questo vale anche per il proprio “Paese”, sostiene Guglielmini. Un francese non può amare e rispettare il suo Paese se non conosce la sua storia; un inglese non può amare e rispettare il suo Paese se non conosce la sua storia; un italiano non può amare e rispettare il suo Paese se non conosce la sua storia. Sarebbe troppo facile. Gli animali non umani, prima di adottare un luogo, un habitat,l’esplorano, lo conoscono, scoprono se ci sono altri concorrenti in giro, creature da temere ecc., e solo poi decidono se fermarsi o no. Se si fermano, sono pronti, se necessario, a combattere per difenderlo a oltranza. E noi, noi animali umani, come possiamo, se non conosciamo la storia del nostro “Paese”, come possiamo sentirci i suoi degni e stimati cittadini?

Ne “Il Paese delle meraviglie”, Orazio Guglielmini si propone proprio questo obiettivo: conoscere la storia, l’anima e il cuore del suo Paese.

Guglielmini, dall’omologo libro, s’indirizza a Rossi in questo modo:

“Te lo sei mai chiesto”, Rossi, “chi siamo? No? Peggio per te, avresti dovuto. Comunque, te lo dico io. Iniziamo così: sappi che tutto ciò che è storico, ti appartiene. Tu sei ciò che sei grazie agli eventi storici nazionali e individuali che ti hanno reso ciò che sei. I fatti storici del tuo paese, brutti o belli, sono il tuo Dna culturale. Il Dna culturale non si cambia e neanche i fatti storici. Certo, se li conosciamo e li riconosciamo per come sono e non per come si vuole che siano, allora, forse, possiamo fare qualcosa: difenderci, migliorarci.

“Non serve a nulla negare la propria identità storica. È un segno di debolezza, un complesso di inferiorità, di nevrosi. Negare il passato storico del proprio paese è come negare il passato della propria vita. Questo, per il bene e per il male, è il nostro nerbo, specchio, identità. Se uno nega la propria storia, se uno ne racconta solo gli episodi positivi e rimuove quelli negativi, oltre a dare segno d’infantilità, finisce anche dall’analista,” pag. 81

“E così, mentre i tedeschi hanno Kohlhaas, un affamato di giustizia, un rivoluzionario; i francesi una donna con le palle, Giovanna d’Arco; gli inglesi Robin Hood, un eroe che rubava ai ricchi e dava ai poveri (qui da noi è stato sempre l’opposto: si ruba ai poveri per dare ai ricchi); gli svizzeri Guglielmo Tell, un uomo del popolo e uccisore di parassiti reali; gli spagnoli e i sudamericani Zorro, un accanito difensore del popolo; noi, meravigliosi, abbiamo il bambin Gesù!

“I bambini inglesi e gli altri imitano degli eroi, vivono in una cultura del reale, crescono fieri; i bambini dei “meravigliosi”, invece, crescono santi, cioè vigliacchi: devono imitare l’esempio di Gesù: porgere l’altra guancia!”, pag. 82.