Guglielmini parla a Rossi della sua credenza

Non i miei dogmi, Rossi, che li ritengo tutt’altra cosa, ma la mia credenza. Questa è semplice. L’ho sempre nutrita di cose concrete. Quest’abbraccio totale e sentito con l’universo dei fenomeni ha formato la mia credenza, la mia fede, la mia visione delle cose e del mondo e, in ultimo, i miei imperativi e la mia filosofia.

Per me, una filosofia che non parte dalle particelle ultime della materia che ci compone, non è filosofia ma volgarità filosofica. Prima le particelle, poi la filosofia. In altre parole, bisogna partire dai fatti, conoscere i fatti, vivere i fatti, i fatti che ci hanno reso ciò che siamo. Solo una volta che conosci i fatti, Rossi, solo allora puoi pensare quel che vuoi, immaginarti, se così desideri, altri mondi, se il nostro ti sta stretto. Quello che importa, però, è che sono le tue idee e non quelle degli altri. Queste, per quanto formulate a fin di bene, non sono le tue. Le si rispetta, se sono degne di rispetto, questo sì. Solo, però, creandosi la propria filosofia l’uomo diventa veramente filosofo. Non c’è altro modo, altra via. Unicamente col sudore della tua fronte puoi guadagnarti questa eccelsa libertà di pensiero.

È un tuo diritto credere in quello che vuoi, Rossi, una volta letto questo libro. Il mio dovere nei tuoi confronti sarà stato quello di spiegarti, sempre secondo la mia limitata conoscenza, la realtà che ci circonda e di spiegartela secondo i dettami della natura e della cultura. È quello che ho cercato di fare. Se non ci sono riuscito, mi spiace, ma almeno ci ho provato.

Te l’ho già detto, quando superiamo la realtà che ci circonda, quando ci avventuriamo nel campo metafisico, oltre il reale, quando sguazziamo in mondi creati dal nostro linguaggio e dalla nostra fantasia, quando lasciamo l’isolotto su cui viviamo, direbbe Kant, per il grande spazio dove le tenebre, i miraggi e gli imprevisti imperversano, allora ognuno deve pensare per proprio conto, ognuno si deve creare la propria visione della vita, perché ognuno, in quelle lontane e oscure zone, è rimasto solo. E questo vale anche per te, mio caro amico Rossi.

Solo la tua conoscenza vale. Puoi discuterla con gli altri, questo sì, ma rimane pur sempre la tua, perché ha raggiunto il culmine della tua esperienza vitale, il punto in cui il soggettivo e l’oggettivo si sono fusi in un’unica comprensione del mondo, quella di Rossi. Questa ha un’ontologia personale in tutti i sensi: la tua ontologia, la tua scienza dell’essere, la tua fede e, in ultimo, appunto, la tua filosofia.

Fin da ragazzo, e non chiedermi come mai, io non ho mai avuto bisogno del soprannaturale, né di qualsiasi altra cosa associata al trascendente. Oggi, come allora, in ogni istante della mia esistenza io m’immergo nell’infinita ricchezza del mondo naturale che mi abbraccia e abbraccio e di cui mi sento figlio legittimo. La mia fantasia, in questo fantastico universo, spazia dai quark ballerini agli ammassi stellari; mi sento a mio agio nel micro e nel macro; il mio “io”, come una fisarmonica, si dilata e si contrae nell’immensità del reale e si sente deliziosamente bene in questo immenso spazio composto di cerchi e di campi gravitazionali.

Trovo maggiore emozione e interesse a guardare le immagini di una supernova, che non in tutti i dipinti di santi al mondo. Un filo d’erba che sbuca dalle fessure di una casa vecchia e abbandonata mi scuote molto più di tutta la Cappella Sistina. Mi estasio, non con le eiaculazioni irreali, ma con cose reali: i pulcini che schiudono il guscio, la dolcezza d’un cucciolo, i primi passi d’un bambino. Col fiato sospeso, guardo alla televisione la drammatica vicenda di un’antilope inseguita da un ghepardo; sorveglio il comportamento della rucola che semino e che, mentre cresce, proprio come fa il girasole, volta le sue tenere foglioline verso il sole; in autunno osservo col cuore pieno di emozione le foglie degli alberi che si staccano dai rami e, zigzagando tra i raggi di un sole al tramonto, vanno a posarsi sul terreno.

Sono queste le cose che mi riempiono di amore e di entusiasmo per la vita. Sento che tutta la natura mi parla e che anch’io le parlo; sento che le appartengo e che anch’essa mi appartiene. Inoltre, sento il mio cuore palpitare pazzamente dalla gioia, il mio spirito andare in estasi quando riesco a spiegarmi certe cose, a capire il funzionamento di certi fenomeni. Scopro in me una fonte gioiosa tutte le volte che riesco a strappare il segreto che si nasconde in un oggetto o in un essere umano. Sono un appassionato della Vita e amo febbrilmente ogni suo istante. Tutto quello di cui necessito per avere una vita ricca di emozioni, di soddisfazioni, di interessi, di amore lo trovo nella realtà che mi circonda: questa la mia essenza, natura, condizione, torcia, il mio destino.

Sia chiaro, Rossi, io sono fondamentalmente, oltre che un fisicista, anche un utilitarista e consequenzialista e credo nell’esperienza soggettività e individuale. Non sono uno scienziato e neppure un filosofo filosofo, fortunatamente! Dico fortunatamente perché, secondo me, l’accademismo, per sua natura, richiede menti che vanno in profondità, e intendo in profondità nella materia che trattano, questo sì, ma non in ampiezza e vastità. In altre parole, gli accademici hanno menti ristrette e, in ultimo, sono vittime delle loro stesse professioni.

Spesso, certi condizionamenti, anche se si tratta di condizionamenti positivi come possono essere quelli istruttivi, possono comunque invalidare la libertà di pensiero, se non addirittura essere letali. E poi un temperamento come il mio, poco si adatta al lavoro dello scienziato e del filosofo di professione. È ovvio, uso la loro conoscenza per ampliare la mia. Tutto qui. Perciò, se proprio devo essere qualcosa, Rossi, se proprio ci tieni tanto ad appiccicarmi un’etichetta, un marchio, allora sappi che io mi sento fortemente un “libero pensatore”: il poeta del libero pensiero. Tutto il resto mi limita, mi chiude in una gabbia culturale, in una mentalità ristretta. Io ho bisogno di spazio, di aria, d’immenso.

Vedere Ha un senso la vita?

 

 

 

 

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