Lettera aperta a Roberto Saviano, l’autore di “Gomorra”

foto (3)“Ed è subito standing ovation,” scrive l’articolista de la “Repubblica delle idee 2012”, il 21 giugno, “addirittura prima che lui cominci a parlare, tutti in piedi per un applauso pieno e avvolgente, lungo. Energia pura con la quale avviare il motore.”

Saviano inizia a parlare ad un’audience di 800 persone, più tutti quelli che l’ascoltano fuori. Esordisce dicendo: “È complesso quello che ho scelto di spiegare, il romanzo della crisi. Ma posso farlo perché ho pensato di raccontarvi delle storie. Un vecchio giornalista come Ugo Pettenghi, maestro di generazioni di cronisti, ha descritto quella giornata in un  libro “La grande crisi del 29, una storia che si ripete.”

L’autore di Gomorra parte da lontano col suo discorso, dalla crisi del 29 in America, per poi arrivare alla grande disoccupazione tedesca che è stata causa dell’arrivo di Hitler al potere per poi approdare a Mussolini e al fascismo, alla Seconda Guerra Mondiale e alla follia dei piccoli uomini, come direbbe Wilheim Reich.

“Al Capone, continua Saviano, si mette a finanziare le mense per i poveri, dà stipendi più alti degli altri, diffonde il gioco d’azzardo, entra nel sistema e lo trasforma!”

Trasforma cosa, Roberto, il sistema americano? Beh, prima che un povero bandito napoletano finito in America e super romanticizzato dalla letteratura e dal cinema, prima che lui possa influenzare il sistema sociale degli Stati Uniti con la sua banda di malavitosi, ce ne vuole, non ti pare? Però, se tu ci credi. Forse ci credono anche gli 800 signore e signori che ti stanno ascoltando, più quelli fuori.

“Questo governo deve mettere mano a nuovi strumenti per aggredire i capitali criminali,” prosegue il celeberrimo. “Nessuno ha un know how ( conoscenza ) come il nostro, una tale capacità di capire la mafia e contrastarla, costruita sul sudore e sulla sofferenza. È un bene che possiamo esportare e ha fatto male fino ad ora questo governo a non sentire la priorità di avviare dei processi per bloccare i capitali mafiosi… Nessuno ha il nostro know how per capire e contrastare le organizzazioni criminali. È un bene che possiamo esportare.”

Qui, amico mio, quando dici questo, mi fai tenerezza. Lo so, non hai bisogno della mia tenerezza, ma non posso farci niente, mi fai tenerezza ugualmente e mi fai tenerezza perché all’estero, in realtà, le cose non stanno per nulla come tu le racconti. All’estero, se vuoi saperlo, nessuno ci caga; all’estero noi non esportiamo know how, non esportiamo scienza ( i nostri pochi Nobel si sono formati in altri paesi e non in Italia dove la ricerca è morta ); non esportiamo una cultura elevata, all’estero noi portiamo la povertà, la mafia, una retorica patetica, fondamentalista, medioevale; all’estero, noi, facciamo pena.

Ma poi, vorrei sapere perché tu ce l’hai così tanto con la Camorra. Certo, sei nato lì in mezzo ad essa, sei cresciuto lì, hai giocato coi loro figli, ti sei seduto sugli stessi banchi di scuola, hai sentito tutto, odorato tutto, visto tutto, quindi posso capire quel che provi, hai provato. Però, e questo “però” ci vuole, i tuoi mafiosi, non vengono da famiglie ricche, benestanti e tanto meno hanno avuto le possibilità di studiare filosofia come te; i mafiosi di cui tu parli, sono mafiosi, ma non sono nati mafiosi. Chi, allora, chi li ha spinti alla malavita? Non dirmi che tra le tue riflessioni non ci sia anche questa, Nooo?.

Noi sappiamo, Roberto, sappiamo che ci sono mafie e mafie e non soltanto la mafia napoletana. Forse quella con cui tu te la prendi tanto non è poi quella determinante, perché, la mafia, la vera mafia, invero, è tutt’altra. È una mafia che ha radici profonde nel passato, una mafia che il popolo sente in ogni muscolo, ingoia in ogni respiro, una mafia che pesa come un macigno sulle spalle dei lavoratori.

La definizione di questa mafia te la dà Giulietto Chiesa nel suo libro “Zero 2”: “Associava (Marcello Villari) i padroni del mondo a un clan mafioso impenetrabile, misterioso, straordinariamente potente. Così era e così è, anche se i suoi componenti costituiscono una mafia che non sarà mai inquisita, mai processata, mai accusata da nessuna magistratura. Non esiste una magistratura che possa permetterselo. Ecco: i componenti di questo Superclan sono appunto “loro”. Quanti siano, chi siano, non lo so con la necessaria precisione, e non lo sa nessuno, sebbene tra di loro si riconoscono sempre, al volo. Non credo che esista un elenco preciso da qualche parte. Diciamo che esistono diversi elenchi: quello della Trilaterale, per esempio, quello del Gruppo Bilderberg, quello della Bnai Britt, quelli di diverse logge massoniche, quello del Foro Economico Mondiale di Davos ecc.”

Allora, quando tu parli di mafia, di quale mafia stai parlando? Perché, come vedi, di mafie ce ne sono tante. Guarda, se ti sta bene e per amore della chiarezza, definiamo solo tre tipi di mafia:

1 la mafia a livello mondiale, quella economica

2 la mafia a livello nazionale, quella politica

3 la mafia a livello regionale, la Camorra.

Chiaro?

Ora, visto che abbiamo fatto un po’ di chiarezza in questo business mafioso, ne convieni che quello che tu chiami “governo” in realtà non è altro che una mafia legalizzata, ufficiale, e lo è sotto gli occhi di tutti. Puoi, se così gradisci, chiamarla anche un’organizzazione criminale ad alto livello, un’organizzazione che usa metodi spietati per manipolare e truffare alcuni e metodi più sottili e raffinati per ingannare altri, secondo il caso, rimane, però, pur sempre un’organizzazione criminale. Invece, la Camorra, la mafia su cui tu tanto scrivi e parli, è una mafia sì, ma, in confronto alla mafia statale, fa ridere i polli, ne convieni?

Ormai la cosa è assodata a livello internazionale. Tutti sanno, forse eccetto tu, che la politica ha una storia che si perde nella notte dei tempi, una storia nera e sanguinolenta, mentre il mafioso spesso ha una storia locale, una storia piena di umiliazioni, tribulazioni, disagi, pericoli, di lotta, lotta per la sopravvivenza.

L’autore de “Il padrino”, Mario Puzo, dice che la mafia è nata in Sicilia come ribellione contro l’invasione dei saraceni nell’827 della nostra era. La mafia, dunque, la così chiamata mafia, ha una nobile origine: difendere la propria famiglia, zolla di terra, patria, le proprie donne, i propri cari, la propria dignità combattendo la brutalità, la violenza e l’ingiustizia proveniente dai veri mafiosi, quelli, appunto, ufficiali. È vero, poi, ma solo poi, i ribelli siciliani si sono trasformati, degenerati, diventando padrini, combattendosi fra di loro e combattendo la perenne mafia statale, la vera mafia.

Jean Meslier, filosofo francese e precursore del secolo dei lumi, scrive nel suo Testamento: “Che cos’erano le prime quattro famose monarchie se non imperi di banditi, se non Stati composti di avventurieri, di pirati e di ladri dove solo la forza bruta faceva l’apologia del loro brigantaggio.”

Incomincia ad esserti un po’ più chiaro il concetto? In altre parole, faraoni, sacerdoti, re, politici, imperatori, papi, despoti, regine, zar, tutti farina dello stesso sacco: avventurieri, pirati, ladri e briganti, quindi mafiosi. Questi mafiosi, lungo millenni di storia, si sono scritti la loro storia, la loro vita, le loro regole, i loro diritti e, infine, si sono auto-definiti questo e quello, ma, fondamentalmente, sono rimasti mafiosi, i nostri mafiosi ufficiali. Inizi ad afferrare il concetto adesso? Nel caso facessi fatica a comprendere, ti suggerisco di leggere la “Genealogia della morale” di Friedrich Nietzsche.

E così, questa mafia legittimata, legalizzata, pubblica, è la mafia dei ricchi, la mafia di cui parlano Jean Meslier e Giulietto Chiesa, la mafia dei superclan, la mafia che sfrutta e ruba il popolo e non va neppure in galera. La tua mafia è la mafia che frega la gente onesta, la mafia che ha creato la crisi del ’29, la mafia che ha mandato al potere Hitler e Mussolini, la mafia responsabile di milioni di morti durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale; la mafia che ha in mano la sorte del mondo, la mafia che sta nei palazzi, la mafia che basta firmi uno straccio di carta per mandare un paese alla distruzione; la mafia delle cupole; la mafia che ha creato la crisi in cui viviamo; la mafia che crea le proprie leggi e ne escogita delle nuove giorno dopo giorno di modo che le cose cambino per restare le stesse, come direbbe il nipote del principe di Salina, Tancredi, ne “Il Gattopardo”.

La vera mafia, la mafia dei superclan, usa la piccola mafia per spaventare il popolo. Questo ha paura di tutto, particolarmente dei mafiosi, di quelli che all’apparenza rubano le molliche del mondo dei superclan, cioè gli avanzi che la mafia ufficiale e raffinata gli lascia e gli lascia questi avanzi con l’unico scopo di trasformare la mafia regionale in un simbolo di violenza e di paura, la paura che poi incute sul popolo. La Camorra, come puoi notare, in ultima analisi, consapevole o no, fa il gioco dei mafiosi al potere, i veri mafiosi.

E non ci crederesti. La vera mafia, con le sue sofisticherie, riesce ad appropriarsi di tutto, strumentalizzare tutto, manipolare tutto, possedere tutto, anche il tuo culo Roberto e tu non ti accorgi neppure che il tuo culo non è più il tuo culo, perché sei troppo concentrato a servire proprio colui che te lo sta rubando. Paradossale, vero?

Sia chiaro, amico mio, io non mi metto né dalla parte dei mafiosi ufficiali e raffinati né dalla parte dei mafiosi non ufficiali e rozzi, dico solo che se ci fosse giustizia, solidarietà, umanità, la mafia non esisterebbe. Mai al mondo. Le mafie, raffinate e rozze, esistono perché esiste l’ingiustizia. È questa che crea le mafie.

La storia dell’uomo è scritta in caratteri mafiosi. L’umanità fino ad oggi non ha conosciuto altro che mafie. La mafia di Luigi XIV: tutto un esercito di assassini a sua disposizione; la mafia papale: un’organizzazionne di santoni, criminali e impostori; la mafia della regina Elizabeth II: un’intera armata di raffinatissimi sputasentenze e killer alla James Bond; la mafia capitalistica della Casa Bianca, la mafia comunista del Cremilino, tutte mafie. Il nostro è un mondo mafioso.

Tu, Roberto, come definiresti, ad esempio, con parole tue, come definiresti un politico che prende 30mila euro e più di pensione al mese, più tutti gli onorari per lavori extra, più prebende di ogni calibro e tipo, più più più, raggiungendo così la modica cifra 50/100 mila euro al mese; mentre un operaio, uno di quelli che fa lavori duri, sporchi, avvilenti, pericolosi, dopo aver sgobbato per 40-50 anni facendo lavori disumani, lo si manda in pensione ( più giusto sarebbe: lo si manda a morire ) con meno di mille euro al mese, vale a dire con una miseria, come tu definiresti quest’affare? E non solo. Cos’hai da dire verso quelli che rubano una pagnotta perché hanno fame e vanno in carcere, mentre quelli che rubano miliardi la prigione non la vedono neppure. Come tu definiresti questo contratto sociale?

 “Al Capone si mette a finanziare le mense e la Grecia se la stanno mangiando le mafie del mondo”, dici tu. È vero. Però c’è una bella differenza tra le due organizzazioni. La prima, quella di Al Capone, in questo caso, dà lavoro ai senza lavoro, agli squattrinati, ai morti di fame; la seconda, quella che si sta mangiando la Grecia, è la mafia dei superclan, una bella differenza tra le due mafie, non ti pare?

Lo so, hai sempre masticato libri, non conosci altro che libri e una cultura fatta di solo libri può portare a tante incomprensioni. Ho conosciuto i tuoi compaesani all’estero, quelli che i libri non li hanno mai conosciuti, visti, quelli che avevano un corpo che puzzava di terra, di cemento, di ferro, di polvere, di fabbrica, quelli che quando parlavano avevano qualcosa da dire, qualcosa che corrispondeva ad un’esperienza vissuta, dura, dolorosa, vera, però, a loro, nessuno ha mai dato delle lauree honoris, figurati, non ricevevano neppure premi, non ricevevano niente, perché facevano parte del mondo dei nessuno, di quelli che vivevano e vivono unicamente per rendere la vita bella agli altri, ai raffinatissimi mafiosi legalizzati.

Sei ancora giovane, Roberto. Datti il tempo di crescere, il tempo di capire come funziona la sgrammaticata grammatica sociale, la sgrammaticata grammatica del mondo mafioso in cui viviamo. Questa non si legge sempre facilmente. E poi, quando si è giovani, è facile entusiasmarsi per le cause sbagliate. Anche Martin Heidegger, filosofo, si è arruolato nel nazismo; anche Giovanni Gentile, filosofo, si è arruolato nel fascismo; anche Machiavelli, storico e filosofo, ha scritto il libro più bigotto e più immorale del mondo, “Il Principe”. E sai per chi l’ha scritto? L’ha scritto per il figlio del papa Borgia, il duca Valentino, un vero e proprio delinquente d’alto livello.

L’Italia è fascista, Roberto, l’Italia è rimasta fascista e tu non te ne sei ancora accorto. Ecco cosa scrive a riguardo Luciano Canfora nel suo libro “La natura del potere”:  “… si può parlare di una nuova e originale e molto sofisticata forma di “fascismo” nel nostro paese. Siamo infatti di fronte a una nuova spinta all’unificazione al ribasso, che del fascismo fu il tratto dominante.” Qui da noi, mio caro, non si alza nulla, tutto procede al ribasso. I colori del nostro Stato sono colori fascisti, sono colori anti-democratici, anti-umani, machiavellici, non per nulla siamo al 68esimo posto nel mondo per la libertà di parola.

I tuoi mafiosi, quelli di cui tu parli nel tuo libro Gomorra, credimi, sono anch’essi esseri umani, ma tu questo non lo vedi neppure, perché sei troppo impegnato a servire lo Stato, quello che si è comprato il tuo culo. Non dimenticare, però, che anche i mafiosi hanno famiglia, amici, e persino loro vorrebbero vivere una vita normale, tranquilla, in serenità con i propri cari, ma non possono perché sono vittime d’un implacabile determinismo sociale e culturale, il determinismo che dettano i mafiosi al potere.

Ormai l’ambiente sociale e culturale italiano è sterile e claustrofobico. Qui, in questa terra, non si respira più, non si muove più nulla e questo grazie ad un piccolo pugno di uomini, crudeli e incapaci, tutti associati fra loro, che la dominano e la schiacciano con la loro nullità. Questi signori, che tu servi fedelmente, non sono italiani. E come potrebbero esserlo, loro che sfruttano e massacrano gli italiani? Questi signori, sono gli anti-italiani. Afferri?

Devo ammetterlo, hai talento, e mi auguro che tu possa sfruttarlo narrando, non di quella mafia che è spinta a diventare mafia, ma della vera mafia, quella, appunto, raffinata: la mafia statale.

UN INVITO: Se l’articolo è stato di vostro gradimento, passate parola, condividetelo, criticatelo, dite ciò che pensate. Per crescere e maturare culturalmente (non biologicamente, di questo si occupa la natura), abbiamo bisogno di comprendere, di comunicare, di confrontarci, di dire la nostra, brutta o bella che sia. Fatelo! La vita è qui e ora e poi mai più. Non perdetevi questo confronto con voi stessi e coi vostri simili. Siamo tutti degli esseri umani. Vale a dire, nessuno uomo è più che un uomo. È così che Orazio Guglielmini parla agli amici del Web.

 

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