Fiori di sierra, romanzo, i fantasmi della fanciullezza, parte prima (8) VIII

Passarono diverse settimane prima che gli operai finissero i lavori alla casa di Nicolò. Durante questo periodo, andò ad abitare dal suo amico Michele. I due uomini trascorrevano la maggior parte del tempo insieme. Riuscivano spesso a rivivere l’atmosfera di una volta ritornando nei vecchi posti, sdraiandosi al fresco sotto un albero, zappando nel giardino, camminando per i campi. Spesso li seguiva l’ombra di Vincenzo.

Un pomeriggio di domenica, mentre Michele era ad uno sposalizio, lui era andato a vedere a che punto erano i lavori che venivano fatti a casa sua. Mentre era lì, si era fatto un caffè, poi aveva preso una sedia ed era andato a mettersi fuori. Il sole batteva. Si era seduto all’ombra.

Innanzi a lui, oltre la strada, c’era la quercia, la grande maestosa quercia, colei che l’aveva visto nascere e crescere. Era ancora lì, imponente, sicura di sé, senza bisogno di muoversi per andare in cerca di cibo in giro per il mondo; le sue radici lo estraevano dal cuore della terra. Solo l’Agave, coi suoi alti picchi, la superava. Il resto, case e alberi, tutti nani al confronto. Quante volte sua madre l’aveva sgridato quando lo vedeva su quell’albero saltare come una scimmia e lui, sordo e indifferente ai suoi strilli, continuava a volare da un ramo all’altro.

Un giorno era seduto proprio là sotto, con le spalle contro il fusto della quercia, quando vide spuntare, lungo il torrentello che passava li vicino, una donna. Sembrava un miraggio, un miraggio che si faceva sempre più vicino e concreto. Era più giovane che vecchia. Reggeva in capo un sacco a metà pieno, le mani le teneva sui fianchi. Avanzava diritta, con andatura cadenzata e non pareva che il peso le desse fastidio. Sotto i suoi piedi scalzi scricchiolava la ghiaia. Una gonna larga le copriva appena le ginocchia lasciando scoperto il resto delle gambe. I polpacci, abbondanti, sembravano cosce. Le sue mammelle oscillavano sotto la camicetta bianca. Dopo aver percorso un tratto del fiume, si fermò, diede un’occhiata in giro e, non vedendo nessuno, in piedi, divaricando le gambe, si mise a pisciare. L’urina era scrosciata sulla ghiaia con un rumore prima leggero, poi forte, e infine a piccole gocce. Quando ebbe finito, la donna riprese il suo cammino.

Nicolello, alla vista di quella donna sola, era stato assalito da mille desideri, ma quando l’aveva vista pisciare, una tremenda voglia si era impadronita di lui. Il suo primo istinto era stato di violentarla. Solo così la voleva. Ma gli era saltato in testa che poi tutti, nel vicinato, l’avrebbero saputo, punito. Allora perché non domandare educatamente a lei di lasciargli mettere per qualche minuto quel suo cosetto pulsante in quella sua cosa tanto agognata? Solo per qualche minuto, appena il tempo per sbarazzarsi di quel fastidioso prurito che si era scatenato in lui all’improvviso e, in cambio, avrebbe fatto qualsiasi cosa lei gli avesse chiesto: lavorare rubare tutto. Però, sicuramente, neanche questo era possibile. La donna si sarebbe senz’altro rifiutata, l’avrebbe preso in giro e l’idea di essere preso in giro bastò a tenerlo al suo posto nonostante quella maledetta mistura di prurito e voglia che l’incalzava e gli divorava il corpo.

Lei intanto, ignara di quello che aveva scatenato nel ragazzo, continuava per la sua strada, tranquilla, sensuale, leggiadra. Nicolello l’aveva seguita con gli occhi fino a quando non aveva girato a destra inoltrandosi in un sentiero di campagna.

Una volta scomparsa dalla vista, era corso sul luogo dove l’urina della donna era ancora calda, si era abbassato e come un cane aveva incominciato ad annusarla. Quell’odore provocò in lui una forte emozione e, come risultato, si sbottonò i calzoncini, che già da un pezzo sopportavano male quella pressione giovane e forte e con mano ferma afferrò il suo sesso e lo spremette.

Con immensa gioia e stupore vide per la prima volta zampillare da esso il seme, il seme della vita! Per qualche secondo rimase incantato. Poi prese tra le dita un po’ di quel liquido coagulato che era schizzato per terra e lo fiutò, l’osservò attentamente, l’assaggiò con la punta della lingua. Aveva un sapore strano, di prugne acerbe. Gli diede, almeno così gli parve, una forte sensazione di virilità. Sentì scatenarsi in lui un flusso di energia. Scattò in piedi e, un attimo dopo, si mise a cantare e ballare dalla contentezza. Rapito da quella novità, si lanciò per i campi in una lunga e sfrenata corsa, strillando dalla contentezza: “Sono un uomo, sono diventato un uomo!”

Subito dopo quel ricordo, un sorriso si era fatto strada sulle labbra di Nicolò. Com’era possibile? Non poteva crederci. Pieno di sbalordimento scoprì che lo zip dei suoi pantaloni era teso e qualcosa dentro lo inumidiva. Si scrollò, si alzò, si mise a ridere mentre entrava in casa per pulirsi. Allora fu così, ed è ancora così, pensò. Sua madre aveva ragione di chiamarlo scimmia, e chissà quanto di bestiale c’era ancora in lui!

A Nicolò, da quando era ritornato nel suo paese natale, sembrava di essere come uno dei selvaggi che Charles Darwin aveva una volta prelevato da una tribù e portato in Inghilterra per dare loro un’educazione inglese. I selvaggi, dopo aver trascorso parecchi anni in quell’ambiente civilizzato e imparato la lingua e i costumi della cultura britannica, furono riportati nel loro villaggio nativo. Con sbalordimento dello scienziato, non appena scesi dalla nave e ritrovati i loro vecchi compagni, si sbarazzarono in fretta e furia di quegli indumenti inglesi che tanto li ingombravano e iniziarono a ballare e a gesticolare dimenticando tutto quello che era stato loro insegnato in quel paese incivilito.

A volte anche lui sentiva che era come se non fosse mai stato all’estero, come se non avesse mai trascorso altrove tutti quegli anni. Lo scontro con il luogo di nascita era stato decisivo. Bastava il canto di un gallo, l’odore dei fichi d’India, la vista di un albero sul quale era salito, il sentiero che lo portava in un posto già conosciuto, la voce di un calvarese per far rinascere in lui quel mondo che una volta gli era tanto appartenuto. Tutto ciò che gli era successo, fino all’ultimo momento trascorso a Calvario e Stìdero, lo assaliva, s’imponeva a lui con prepotenza, lo trascendeva. Le esperienze fatte in quel luogo si scioglievano, prendevano vecchie e nuove forme, vecchie e nuove interpretazioni, concatenandosi fra loro, divenendo parte attiva della sua vita. Nicolò era diventato una specie di palcoscenico popolato da figure fantasmagoriche, figure che solo lui vedeva e conosceva.

L’uomo, rifletteva, è un impasto di elementi cosmici, ma è anche legato a quella particolare zolla di terra in cui è nato. Là dove nel corso dei secoli si sono sciolte le spoglie della sua famiglia; là dove gli è più facile capire e farsi capire da gente che sorge dallo stesso suolo e che vive sotto lo stesso cielo; là dove una comunità si è sviluppata consolidandosi in una medesima solidarietà dalla quale stati d’animo e memorie collettive si sono evoluti e formati; là dove …

A questo punto del suo pensiero ebbe una contro riflessione, si auto-criticò, censurò. “Nonsenso!” esclamò e capì subito che quel suo modo di vedere le cose era idealizzato fino alla nausea. Sicuramente quel pensiero l’aveva letto o sentito da qualche parte. La realtà era ben diversa e lui ne sapeva qualcosa!

Un giorno, Nicolò e Michele, camminavano sulla spiaggia tra Stìdero e Forgnone, con le scarpe in mano e i pantaloni arrotolati fino al ginocchio, lasciando che le onde lambissero di tanto in tanto i loro piedi. Il flusso e il riflusso, il sole che batteva sulla testa, la luce viva iridescente che tremolava tra mare e cielo e la calma, la solitudine che li circondava, tutto quell’ambiente li rendeva gravi e meditabondi. Proseguivano lentamente, ognuno assorto nei propri pensieri e assorbiti dal paesaggio che li circondava.

Nicolò, ad un certo punto, ruppe quella quiete ricordando all’amico che Maria Maddalena, malgrado tutto, era l’unica donna lì al paese che lui potesse ancora amare e sposare. Michele ascoltava senza dire niente. L’altro capì dal silenzio e dal volto addolcito del compagno che non aveva cessato di pensare a lei. Glielo si leggeva in volto. Non si sbagliava. Michele, infatti, si fermò e disse ch’era pronto a chiedere la mano di Maria Maddalena.

“Ne sei sicuro?”

“Sicurissimo.”

“Non ti sei fatto influenzare dal tuo vecchio amico?”

“Hai una così scarsa opinione di me?”

“No, e lo sai bene.”

“Ti ringrazio,” disse allora Michele. “Adesso non ci resta che trovare qualcuno che fa da mezzano.”

“Riguardo a questo non ci sono problemi perché, se non hai nulla in contrario, il mezzano lo farò io,” suggerì Nicolò.

E come risposta bastò lo sguardo del compagno a fargli capire che non desiderava altro. Così sia, pensò lui.

 

 

 

 

 

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