Fiori di sierra, romanzo, la vita all’estero, parte seconda (12)

XII

Il tempo si era raffreddato. Le burrasche annunciavano il cambio di stagione. Erano ormai trascorse alcune settimane da quando le ragazze erano partite. Nicolò se ne stava in solitudine. Non aveva voglia di socializzare. Preferiva mettere a punto i suoi piani, sbrigare le sue faccende. Sentiva che il tempo l’incalzava, che gli era ormai alle calcagna, che presto avrebbe dovuto confrontarsi col drago. Era già entrato nella sua zona magnetica, sull’orizzonte degli eventi. Qui tutte le strade conducevano a lui. Non c’era più via d’uscita. Il fato l’avvicinava rapidamente ai fatti, al terrore, a una nuova esperienza.

Quel pomeriggio, dopo la scazzottata col cugino, prese la macchina, andò da un fiorista, comprò un mazzo di rose rosse e mezz’ora dopo le pose sulla tomba della madre.

Al cimitero non c’era nessuno. Piovigginava. Faceva freddo. Solo il vento che mugghiava tra i cipressi rompeva la pace tra quei tumuli di terra, e solo il ricordo poteva evocare immagini da quei luoghi, dove tutto rimaneva seppellito nell’oscurità anche in pieno giorno.

E le galassie nasceranno di nuovo

e le stelle torneranno a brillare

mentre tu lì nel silenzio

e per sempre nelle tenebre.

“Mamma,” inizia, “cos’altro avresti potuto insegnare ai tuoi figli, se non quello che sapevi? E cos’era quello che sapevi? Solo poche vecchie storie che ci raccontavi al focolare quando il tempo era cattivo e tu avevi voglia di parlare. Allora tiravi fuori dicerie di orchi, di male femmine, di banditi, di diavoli cornuti, di fantasmi che andavano in giro durante la notte per fare male a vecchi e bambini. Ah, quante ne raccontavi! E lo facevi senza neppure renderti conto che raccontare tali cose ai bambini era come stampare a vita nelle loro teste immagini di mostri e di terrore.

“Certo, anche della Creazione sapevi. I preti te ne parlavano sempre e tu credevi a tutto ciò che ti dicevano. Volevi che lo credessimo pure noi, i tuoi figli, facendoti così portavoce e picchiapetto di qualcosa che tu stessa non capivi. Le superstizioni religiose, cara te, sono il frutto di visionari, di persone che non vogliono accettare la realtà che li circonda per quella che è, e cercano riparo nella fuga, nell’immaginario, inventandosi ogni sorta di creature e di mondi fantastici. E tu, tu, quando il prete veniva a segnare la casa, gli davi olio e altre cose così poi noi dovevamo stringere la cinghia ancora di più, noi che non avevamo niente, noi dare a lui, a lui che aveva tutto, a lui che annebbiava le nostre menti e rovinava le nostre vite!

“Per capire come gli uomini hanno costruito il mondo, bisogna avere occhi, occhi che vedono. È una questione di occhi, mamma, è sempre una questione di occhi. Ci sono occhi che vedono e occhi che non vedono e ciò anche quando sono aperti, anche quando il sole brilla; invece gli occhi che vedono, vedono anche quando sono chiusi, al buio. Forse avrei dovuto restare lì dov’ero. Lì tutto luccica, o quasi tutto, notte e giorno, e per di più ci sono specchi ovunque. Invece, qui, qui da noi, la gente è abituata a muoversi con la testa nel sacco, e guarda che roba, riesce a farlo senza neppure rompersi l’osso del collo!

“Sai, non sono mai riuscito a darmi una ragione per averti scritto quel poco che ti ho scritto. Forse l’ho fatto perché ho notato che nelle tue lettere eri cambiata nei miei confronti. Però, fino a quando sono rimasto a casa con te, tu non ti sei comportata da madre, ma da tiranna.

“Vuoi sapere perché ho smesso di scriverti? Perché alla fine non sopportavo più le tue lettere, non sopportavo più quel tuo chiamarmi figlio, cosa che avevi fatto sempre mal volentieri quand’ero a casa. E non solo questo. Mi dava fastidio quel tuo penoso scarabocchiare di cui tu ti vantavi tanto dicendo che ti era bastato andare a scuola solo un paio di mesi per saper scrivere lettere al babbo quand’era in guerra. Che tipo di lettere gli scrivevi? Come quelle che scrivevi a me, in dialetto?

‘Caru fighiu ti ringraziu dilla littira

ti dicu chi stò beni e cusì speru di te

rispundimi prestu la tua mamma.’ 1

“Sapessi quante volte mi era venuto da pensare che scrivevi quelle parole perché non ne sapevi scrivere altre! È possibile che scrivessi a me le stesse e medesime parole che scrivevi al babbo. Bastava mettere al posto di ‘fighiu’, maritu e al posto di ‘mamma’, mogli, e il gioco era fatto.

“E così, come le tue storie non cambiavano mai di una sola virgola, così anche le tue lettere: sempre le stesse, né una parola in più né una in meno. Quante volte mi hai fatto leggere queste tue pietose notizie! Odiosa carta imbrattata di macchie nere. E tu osavi chiamarle lettere! No, non erano lettere, erano un insulto, un insulto alla mia persona, un insulto a tutto un paese e un insulto all’uomo del ventesimo secolo. Anche il più asino degli asini si sarebbe ribellato alla tua continua noiosa e irritante ripetizione.

“Ogni volta che nella cassetta delle lettere trovavo il tuo scarabocchio, mi prendeva un malessere che culminava in una depressione profonda. Tutti gli studi che avevo fatto sembravano inutili, come se non li avessi fatti, mi pareva di ritornare ancora una volta nell’ignoranza e nell’oscurantismo in cui ero nato.

“No, tu non capisci e non potrai mai più capire le umiliazioni che le tue lettere, i tuoi scarabocchi, solo a vederli, mi comunicavano. A volte l’impressione era tale da farmi pensare che tra me e una bestia non ci fosse nessuna differenza.

“Decisi di non scriverti più, di non leggere più i tuoi sgorbi, di non comunicarti più il mio indirizzo. Avrei unicamente letto, se l’avessi ricevuta, una lettera listata a lutto, per essere sicuro che eri morta e che la tua ignoranza non sarebbe più venuta a vessarmi, dovunque fossi nel mondo. E quando, alla fine, una lettera di Amedeo mi raggiunse informandomi che te n’eri andata, mi sentii subito meglio, liberato da quell’indegno cordone ombelicale che mi aveva tenuto per tanto tempo legato a te.

“Ti dirò di più. Ricevuta la notizia del tuo decesso, pensai che dovevo festeggiare e, dopo aver bruciato la lettera appena ricevuta, ero uscito ed ero entrato nel primo bar che avevo trovato, offrendo da bere a tutti quelli che c’erano dentro e dicendo loro che avevo ricevuto una bellissima notizia: la morte di mia madre!

“Non mi ero mai ubriacato in vita mia, ma quella volta lo feci. Quel giorno brindai parecchie volte alla tua nullaggine. E non solo. Quella stessa sera andai persino a cercarmi una prostituta per masturbarle addosso le ultime notizie che avevo ricevuto da una famiglia che da immemori generazioni non era stata altro che una famiglia di merda!

“Il giorno seguente mi sentivo già meglio, molto meglio. Mi ero  infine sbarazzato di un altro fardello e una nuova sensazione, una sensazione d’impalpabile leggerezza, ne aveva preso il posto. Finalmente sapevo di non aver più nessuno al mondo, di aver finito con i complessi familiari e che, quando la gente mi domandava dov’era la mia famiglia, potevo risponderle che era tutta all’inferno, che ero rimasto solo. Così non mi avrebbero chiesto più nulla. Proprio quello che volevo.

“Da allora in poi dimenticai tutti e tutto di questo pezzo di terra, e vissi persino felice per qualche tempo.”

 

1 “Caro figlio, ti ringrazio della lettera. // Ti dico che sto bene e così spero di te. // Rispondimi presto, tua madre.”

 

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